Controcorrente

Post musicale del mercoledì controcorrente.

Oddio, controcorrente rispetto a quel che ascolto di solito e, forse, rispetto ad alcuni pregiudizi.

La presento così Yuja Wang – Stravinsky – Petruschka (piano version)

Il brano è contenuto in Transformation (Deutsche Grammophon, 2010).

Motivo della scelta? Ho visto un concerto di  Yuja Wang e mi ha incuriosito, anche per le giocolerie pianistiche…

Tutto qui… e poi perché, come anticipato, si tratta di una scelta per me Controcorrente, come il titolo del mio racconto.

Per chi ha letto il post della scorsa settimana, Controcorrente è la parte riversa di A Rebours.

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A ciascuno il suo Caos

Mi spiace il web sveli tutto immediatamente.

Non fosse così, vi proporrei il brano odierno senza darvi alcuna indicazione, se non quella del volume: molto alto.

Vi trovereste certo dubbiosi sul periodo, sulla nazione, sull’autore.

Vivreste insomma uno di quei momenti di gioco, curiosità e scoperta che questo mondo iperveloce ci sta portando via, sostituiti da desideri esauditi troppo presto per divenire passioni profonde.

Vi chiedo, comunque, di assecondarmi ed ascoltare senza legger oltre, senza nemmeno guardare le poche indicazioni fornite dal video, meglio ancora senza far null’altro che ascoltare…

Per chi non avesse già sbirciato, si tratta di Le Cahos, primo movimento della sinfonia Les Élémens  composta da Jean-Fery Rebel nel 1737, in esecuzione filologica di Christopher Hogwood che dirige The Academy of Ancient Music.

E’ un movimento di grandissima modernità, ben oltre quel che ci s’attende dalla musica barocca. Rebel descrive, con ardite scelte armoniche, il Caos prima dell’attuale ordine costituito, incentrato sull’equilibrio dei quattro elementi: Fuoco, Terra, Aria ed Acqua.

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Il tema è vastissimo ed appartiene, in modo trasversale, alle maggiori culture planetarie e non è nemmeno pensabile andar oltre ora. Va certo notato che il tentativo di Rebel è in qualche modo controcorrente, rispetto al mondo alchemico, tendendo qui al magma originario più che alla meta quintessenziale.

Visto il tema, controcorrente ed ermetico, il post letterario collegato è, forzatamente, À Rebours, mio vecchio racconto a chiave, pubblicato nel 1993 su il babau n.10.

Per ora la chiave non verrà rivelata.

Living After Midnight

Post musicale d’un mercoledì di metà agosto.

Avrei voluto metter qualcosa di festaiolo, che facesse un po’ baccano e che, ovviamente, fosse collegabile con qualche testo letterario.

Mi sono chiesto come potesse suonare oggi Living After Midnight dei Judas Priest, inno delle nostre vacanze in Costa Brava anni ’80. Non mi ha convinto… o meglio, mi ha convinto eccome, ma mi rendo conto che si tratta di un genere e, soprattutto, di un’iconografia detestati dagli amanti della letteratura, tranne rari (e fortunati) casi.

Sono quindi andato oltre cercando un ponte di congiunzione fino a giungere al brano che vi propongo stanotte.

Curiosamente, la scelta non è “edulcorata” per nulla ed è molto meno “digeribile” di Living After Midnight che dalla sua aveva un bel ritmo accattivante. The Sign of the Southern Cross non è nulla di ciò: è un sontuoso pezzo Metal del 1981, tratto da Mob Rules dei Black Sabbath con Ronnie James Dio  in grandissimo spolvero.

Se non conoscete il genere, o avete dei pregiudizi, ma ci volete provare, date volume al vostro impianto e lasciatevi andare: The Sign of The Southern Cross potrebbe farvi riconsiderare alcune cose. Nel caso ciò non dovesse accadere, potrò consolarmi pensando d’averci tentato.

Non ci sono brani letterari collegati.

Ma sì… visto che siamo quasi a mezzanotte, e che è partito tutto da lì, un po’ di baccano… Living After Midnight

Paesaggi Perduti – Teatro delle Nuvole

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Scrivere di Pasolini è come camminare su un filo teso tra due grattacieli, mantenendo un difficile equilibrio tra il vento dell’agiografia e quello della calunnia. Il personaggio è così noto e controverso che il pubblico parte inevitabilmente da un idea preconcetta. Io stesso mi son chiesto se avrei dovuto spogliarmi di ogni mia conoscenza, far tabula rasa, per affrontare nel modo corretto Paesaggi Perduti, elaborazione drammaturgica di testi pasoliniani, eseguita da Marco Romei per il Teatro delle Nuvole.

Non è stato necessario.

E’ bastato che Franca Fioravanti, regista ed interprete, ci porgesse i versi “Io sono una forza del passato. Solo nella tradizione è il mio amore…” per trovarsi lì ma anche altrove, allo stesso modo in cui, bambini, si veniva rapiti in un mondo altro dalle parole “C’era una volta…”

E così, intrappolati nella narrazione come dallo sguardo del vecchio marinaio, abbiamo dovuto, voluto, lasciare tutto quel che sapevamo ed abbandonarci al fluire dell’evocazione.

La scena è spoglia, un leggio, una sedia, sullo sfondo luci ed immagini di Liliana Iadeluca* e le musiche ondivaghe di Bernardo Russo, eppure c’è tutto, perché, lo si nota dal silenzio, ci siamo noi.

Il testo parte dunque dalla poesia recitata da Orson Welles nella Ricotta, fornendo un luogo ed un tempo al nostro provenire, rivendicandone la dignità di grandi e piccole storie, di volti, madri, affetti, rinunce, ma anche lotte sociali. E’ la storia di un paese, di persone, di una cultura, contadina ma anche altissima, che attraversa una fase di transizione violenta, esposta alle proprie lacerazioni mai sanate, ad una guerra ancora più aspra perché interna, al mito straniero che si impone, identificata nel sorriso tra le lacrime di Marilyn. Marilyn è in qualche modo punto cardine della narrazione, perché ultimo mito, perché contemporaneamente bellezza spontanea ed incanalata, libertà ed omologazione. La morte di Marilyn, prima della morte anagrafica, è rappresentativa del successo della manipolazione di ogni cultura, di quel mostro dalla mille teste e nessun cervello che portava, e porta, il nome di civiltà dei consumi.  A questo mostro si possono opporre solo le bandiere del nostro esser terra, popolo, storia… E la narrazione va oltre, anche oltre Pasolini – ma non dirò – rivelando scenari apocalittici, liberando urla, ponendo domande alle quali forse non è necessario dare una risposta, perché la verità non bisogna nominarla. Che appena la nomini, non c’è più.

Paesaggi P

Marco Romei, una volta di più, ha reso teatro un insieme di pensieri provenienti da più fonti: poesie, interviste, scene cinematografiche e teatrali, articoli giornalistici. Paesaggi Perduti è la narrazione sapientemente tessuta di quel che siamo stati, ma anche, e soprattutto, della “bellezza morale” pasoliniana, una bellezza che Franca Fioravanti ha cantato, cullato, urlato e qualsiasi altra cosa sia possibile fare con la voce, finché l’abbiamo sentita anche nostra.

Non c’è più spazio nell’oggi per questi paesaggi?

Sono realmente perduti?

Dagli applausi del pubblico, ma soprattutto dai mormorii affascinati di molti studenti direi si tratti di Paesaggi Ritrovati.

Mi auguro passino anche dalla vostra città.

* con Enrico Goretti

La foto del post è di Alessandra Vinotto.