A ciascuno il suo Caos

Mi spiace il web sveli tutto immediatamente.

Non fosse così, vi proporrei il brano odierno senza darvi alcuna indicazione, se non quella del volume: molto alto.

Vi trovereste certo dubbiosi sul periodo, sulla nazione, sull’autore.

Vivreste insomma uno di quei momenti di gioco, curiosità e scoperta che questo mondo iperveloce ci sta portando via, sostituiti da desideri esauditi troppo presto per divenire passioni profonde.

Vi chiedo, comunque, di assecondarmi ed ascoltare senza legger oltre, senza nemmeno guardare le poche indicazioni fornite dal video, meglio ancora senza far null’altro che ascoltare…

Per chi non avesse già sbirciato, si tratta di Le Cahos, primo movimento della sinfonia Les Élémens  composta da Jean-Fery Rebel nel 1737, in esecuzione filologica di Christopher Hogwood che dirige The Academy of Ancient Music.

E’ un movimento di grandissima modernità, ben oltre quel che ci s’attende dalla musica barocca. Rebel descrive, con ardite scelte armoniche, il Caos prima dell’attuale ordine costituito, incentrato sull’equilibrio dei quattro elementi: Fuoco, Terra, Aria ed Acqua.

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Il tema è vastissimo ed appartiene, in modo trasversale, alle maggiori culture planetarie e non è nemmeno pensabile andar oltre ora. Va certo notato che il tentativo di Rebel è in qualche modo controcorrente, rispetto al mondo alchemico, tendendo qui al magma originario più che alla meta quintessenziale.

Visto il tema, controcorrente ed ermetico, il post letterario collegato è, forzatamente, À Rebours, mio vecchio racconto a chiave, pubblicato nel 1993 su il babau n.10.

Per ora la chiave non verrà rivelata.

Paesaggi Perduti – Teatro delle Nuvole

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Scrivere di Pasolini è come camminare su un filo teso tra due grattacieli, mantenendo un difficile equilibrio tra il vento dell’agiografia e quello della calunnia. Il personaggio è così noto e controverso che il pubblico parte inevitabilmente da un idea preconcetta. Io stesso mi son chiesto se avrei dovuto spogliarmi di ogni mia conoscenza, far tabula rasa, per affrontare nel modo corretto Paesaggi Perduti, elaborazione drammaturgica di testi pasoliniani, eseguita da Marco Romei per il Teatro delle Nuvole.

Non è stato necessario.

E’ bastato che Franca Fioravanti, regista ed interprete, ci porgesse i versi “Io sono una forza del passato. Solo nella tradizione è il mio amore…” per trovarsi lì ma anche altrove, allo stesso modo in cui, bambini, si veniva rapiti in un mondo altro dalle parole “C’era una volta…”

E così, intrappolati nella narrazione come dallo sguardo del vecchio marinaio, abbiamo dovuto, voluto, lasciare tutto quel che sapevamo ed abbandonarci al fluire dell’evocazione.

La scena è spoglia, un leggio, una sedia, sullo sfondo luci ed immagini di Liliana Iadeluca* e le musiche ondivaghe di Bernardo Russo, eppure c’è tutto, perché, lo si nota dal silenzio, ci siamo noi.

Il testo parte dunque dalla poesia recitata da Orson Welles nella Ricotta, fornendo un luogo ed un tempo al nostro provenire, rivendicandone la dignità di grandi e piccole storie, di volti, madri, affetti, rinunce, ma anche lotte sociali. E’ la storia di un paese, di persone, di una cultura, contadina ma anche altissima, che attraversa una fase di transizione violenta, esposta alle proprie lacerazioni mai sanate, ad una guerra ancora più aspra perché interna, al mito straniero che si impone, identificata nel sorriso tra le lacrime di Marilyn. Marilyn è in qualche modo punto cardine della narrazione, perché ultimo mito, perché contemporaneamente bellezza spontanea ed incanalata, libertà ed omologazione. La morte di Marilyn, prima della morte anagrafica, è rappresentativa del successo della manipolazione di ogni cultura, di quel mostro dalla mille teste e nessun cervello che portava, e porta, il nome di civiltà dei consumi.  A questo mostro si possono opporre solo le bandiere del nostro esser terra, popolo, storia… E la narrazione va oltre, anche oltre Pasolini – ma non dirò – rivelando scenari apocalittici, liberando urla, ponendo domande alle quali forse non è necessario dare una risposta, perché la verità non bisogna nominarla. Che appena la nomini, non c’è più.

Paesaggi P

Marco Romei, una volta di più, ha reso teatro un insieme di pensieri provenienti da più fonti: poesie, interviste, scene cinematografiche e teatrali, articoli giornalistici. Paesaggi Perduti è la narrazione sapientemente tessuta di quel che siamo stati, ma anche, e soprattutto, della “bellezza morale” pasoliniana, una bellezza che Franca Fioravanti ha cantato, cullato, urlato e qualsiasi altra cosa sia possibile fare con la voce, finché l’abbiamo sentita anche nostra.

Non c’è più spazio nell’oggi per questi paesaggi?

Sono realmente perduti?

Dagli applausi del pubblico, ma soprattutto dai mormorii affascinati di molti studenti direi si tratti di Paesaggi Ritrovati.

Mi auguro passino anche dalla vostra città.

* con Enrico Goretti

La foto del post è di Alessandra Vinotto.

It’s a Beautiful Day!

Nel 1967 il ventiseienne violinista David LaFlamme, già solista della Utah Symphony Orchestra fonda, insieme ad altri musicisti, gli It’s a Beautiful Day.

Il gruppo, pur non notissimo, è unico per la quantità di stili ed influenze. Appartenente all’insieme delle grandi band di San Francisco, Jefferson Airplane, Grateful Dead e Santana, e quindi di chiara matrice west coast psichedelica, gli It’s Beautiful Day accolgono sonorità classiche, rock, jazz, folk e world beat.

Sembra interessante? E se vi dicessi che Child in Time dei Deep Purple, come ammesso da Ian Gillan, nasce dal riff di Bombay Calling (1969)?

La paternità è indiscutibile!

Quanto alla seconda proposta sono stato indeciso a lungo, perché amo indistintamente qualsiasi brano del primo omonimo disco: imperdibili White Bird e Girl With No Eyes!

Alla fine opero una scelta musical letteraria, come si conviene a questo post.

La seconda facciata di It’s a Beautiful Day è composta da una suite comprendente Bombay Calling, la sottostante Bulgaria e la straordinaria Time Is di cui presento il solo testo, nella speranza che la curiosità vi spinga a cercarla.

Ovviamente, la suite andrebbe ascoltata per intero. Avanti…! 🙂

Time is

Time is too slow for those who wait
And time is too swift for those who fear
Time is too long for those who grieve
And time is too short for those that laugh

And love is too slow for those who wait
And love is too swift for those who fear
Love is too long for those who grieve
And love is too short for those that laugh

But for those who love
But for those who really love
But for those who love
Time
Sweet time
Precious time
Lovely time
All the time
Time, time, time, time…
is eternity

Hours fly
Hours fly
Hours fly
But even flowers must die
And then a new day comes
And there’s a new day’s dawn
And there’s a new day’s sun
And love stays on
Sweet love stays on
Love stays on
Love stays on
Love, love, love, love
And time, time, time, time…

Carmelo Bene su “l mal de’ fiori”

Sergio Fava scrive nell’introduzione:
“Eravamo ormai rassegnati a congedare la Poesia del Novecento italiano nella sua stucchevole produzione da mediocrità occhialuta, nel suo quieto nullismo animato da un ripetuto, ossessivo spirito gregario omologante, ed ecco, proprio sulla soglia di questo “secolo di mani” – per dirla alla Rimbaud – che, inattesa, giunge a sorprenderci ed a soccorrerci nel nostro sonnolento borbottio più o meno erudito, questa Opera di altissima macelleria (màgeiros era il metricista greco), cometa ardente priva d’origine e tradizione che, tramontando, restituisce finalmente bianco il foglio pre-scritto della letteratura lirica contemporanea, goffo tentativo peraltro di per sé sbiadito e di cui forse già il “desolato andar per valli” campaniano ha fatto giustizia […]

Paesaggi

Paesaggi-pal

 

Da sempre il Teatro delle Nuvole s’incammina per il sentiero della bellezza, in punta di piedi, con grande rispetto. E’ una premessa necessaria, perché questo approccio umile, al servizio della poesia e della comunicazione, consente di aprire porte che altrimenti non si aprirebbero.

Con questo bagaglio di amore per la scrittura, di disponibilità e di lunga esperienza, nel 2011 il Teatro delle Nuvole ha oltrepassato la soglia della Casa Circondariale di Chiavari con un progetto del Laboratorio Teatrale curato da Franca Fioravanti e mirato alla condivisone di testi poetici legati al territorio ligure.

Si è trattato di un’esperienza ricchissima perché non facile, fatta di superamenti di barriere, conoscenza di altri mondi e linguaggi, nel tentativo di render corale una realtà fratta, individuale e … fuori dal coro.

Paesaggi è una sorta di riavvolgimento ideale della realtà, per poterla in qualche modo riscrivere. Così la poesia viene proposta, frammentata, raccogliendone i pezzi più significativi per ciascun detenuto, e ricomposta in un mosaico di emozioni fatte proprie, in un superamento della propria individualità  di confine, che, finalmente, diviene canto comune.

Quel che si è perso, è andato in pezzi, è irrecuperabile, si ricrea in altra forma, diviene polifonia possibile, sul palco, ma soprattutto dentro ciascuno.

E così Attilio, Antonio, Federico, Gianfranco, Yassin, Mirko,  Mustafà, William offrono la loro voce a questa liturgia liberatoria che si fa metatesto, donando a questa terra anche l’eco dei suoi luoghi e delle sue cuori reclusi.

Paesaggi diviene così canto, performance, opera nuova itinerante che, superate le barriere interne, non ha più confini.

Terra tu sei piena di grazia, i miei occhi sono nuovi.

Riccardo Cuor di Leone

Post musical letterario alla ricerca delle origini.

Riavvolgiamo il tempo e portiamoci tra il dicembre 1192 ed il febbraio 1194.

Riccardo I d’Inghilterra, noto come Cuor di Leone, di ritorno dalla terza crociata, vien fatto prigioniero da Leopoldo V, duca d’Austria, accusato dell’omicidio di Corrado del Monferrato, re di Gerusalemme. E’ probabile che le ragioni della sua cattura fossero altre, ma la storia di quest’epoca spesso si mischia alla leggenda e l’analisi delle fonti anziché chiarire i dubbi amplifica il mistero.

Di certo, fino a prossima smentita, sembra esserci il fatto che durante questa prigionia, Riccardo I scrive Ja nuns hons pris ne dira sa raison, uno dei pochissimi esempi di rotrouenge giunti ai giorni nostri. Ja nuns hons pris si discosta dalla tradizione amorosa di questo tipo di poesia lirica medievale di trovatori e trovieri, per il carattere politico del tema trattato: la propria prigionia.

Il testo, straordinario, è riportato nell’originale occitano ed in traduzione italiana, quanto alla musica ne esistono svariate versioni, prevalentemente monodiche, più o meno filologiche: tra esse vorrei tanto proporvi quella del 1970 dell’Early Music Consort di David Munrow, ma non sono riuscito a reperirla in un formato allegabile.

Non potendo proporvi Munrow, sottopongo alla vostra attenzione due incisioni molto distanti tra loro: la prima del musicista americano Owain Phyfe e la seconda del gruppo musicale francese Alla Francesca.

Per chi ha il coraggio di compiere un salto a pie’ pari di oltre 821 anni consiglio di passare direttamente alla seconda.

Per i “deboli di cuore”, invece, consiglio l’avvicinamento convincente, seppur edulcorato e ridotto alle prime due strofe, di Owain Phyfe, presente nell’album del 1999 Poets, Bards & Singers of Songs.

Probabilmente più prossimo al suono del tempo di Riccardo Cuor di Leone, questo il brano registrato dal gruppo francese Alla Francesca per l’album Richard Coeur de Lion, Troubadours et trouvères del 1997.

Ja nuns hons pris ne dira sa raison
A droitement, se dolantement non:
Mais par esfort puet il faire chançon.
Mout ai amis, mais povre sunt li don.
Honte i avront, se por ma reançon
Sui ça deus yvers pris.
Mai nessun prigioniero potrà esprimere
bene quel che sente senza lamentarsi:
ma sforzandosi puo’ comporre una canzone.
Ho molti amici, ma poveri sono i loro doni.
Saranno biasimati, se per non darmi riscatto,
son già due inverni che sono qui prigioniero.
Ce sevent bien mi home e mi baron,
Ynglois, Normanz, Poitevin et Gascon
Que je n’ai nul si povre compaignon
Que je lessaisse, por avoir, en prison.
Je nou di mie por nule rentrançon,
Car encor sui pris.
Ma i miei uomini e i miei baroni,
Inglesi, Normanni, Pittavini e Guasconi,
Sanno bene che non lascerei marcire in prigione
Per denaro neanche l’ultimo dei miei compagni.
E non lo dico certo per rimproverarvi,
Ma perché sono ancora qui prigioniero.
Or sai je bien de voir, certeinnement,
Que je ne pris ne ami, ne parent,
Quant on me faut por or ne por argent.
Mout m’est de moi, mès plus m’est de ma gent;
Qu’après ma mort avront reprochement,
Se longuement sui pris.
Ora so bene, con certezza,
Che un prigioniero non ha più parenti nè amici,
Poiché mi si tradisce per oro o per argento.
Soffro molto per me, ma più per la mia gente,
Poiché, dopo, la mia morte sarà biasimata
Se a lungo resterò prigioniero.
N’est pas mervoille se j’ai le cuer dolent,
Quant mes sires mest ma terre en torment.
S’il li membrast de nostre soirement
Que nos feïsmes andui communement,
Je sai de voir que ja trop longuement
Ne seroie ça pris.
Non c’è da meravigliarsi se ho il cuore dolente,
Dato che il mio Signore tormenta la mia terra.
Se si ricordasse del nostro giuramento
Che entrambi facemmo di comune accordo,
So con certezza che mai, adesso,
Da così tanto sarei prigioniero.
Ce sevent bien Angevin et Torain,
Cil bacheler qui or sont riche et sain,
Qu’encombrez sui loing d’aus, en autre main.
Forment m’aidessent, mais il n’en oient grain.
De beles armes sont ore vuit et plain,
Por ce que je sui pris.
Lo sanno bene gli Angioini e i Turennesi,
Quei baccellieri che son sani e ricchim ora,
Che io sono lontano da loro, in mano ad altri.
Mi aiuterebbero molto, ma non ci sentono.
Di belle armi e di scudi sono privi,
Perché io sono qui prigioniero.
Contesse suer, vostre pris soverain
Vos saut et gart cil a cui je m’en clain;
E por ce que je sui pris.
Je ne di mie a cele de Chartrain,
La mere Loëys.
Sorella Contessa, che conservi e protegga
Il vostro alto pregio Colui cui mi appello
E per cui sono prigioniero.
E non lo dico certo a quella di Chartres,
La madre di Luigi.

Chi sono i nostri committenti?

Cioran scrive nel 1947 a suo fratello:
“Sono immunizzato contro tutto. Tutti i vecchi credo del passato e tutti i credo futuri. Ho cambiato punto di vista sulle realtà storiche. Ogni partecipazione alle vicissitudini temporali è vana agitazione. Se vuole preservare una qualche dignità spirituale, l’uomo deve trascurare il proprio statuto di contemporaneo.”

Rose Connelly

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Due mercoledì fa ha avuto inizio questo cammino musical letterario nelle ballate omicide con due Murder Ballads di Nick Cave. Delle origini della prima, Henry Lee, si è parlato, letto ed ascoltato mercoledì scorso. Questo mercoledì è dedicato alla seconda, Where the Wild Roses Grow, in duetto con Kylie Minogue. Il brano di struggente liricità è qui proposto in una versione acustica registrata nel 2011 per l’album The Abbey Road Sessions.



Diversamente da Herny Lee, Where the Wild Roses Grow non trae origine diretta da una ballata più antica, tuttavia nel passato trova ispirazione, essendo composta con il pensiero rivolto a Down in the Willow Garden, brano irlandese di cui si hanno le prime tracce certe nel 1811, con il titolo Rose Connelly. Di Down in the Willow Garden vi propongo due versioni. La prima è vicina nel tempo (2013) e nel gusto ed è tratta dall’album Foreverly di Billie Joe Armstrong & Norah Jones.



Down in the willow garden Where me and my true love did meet, It was there we were courtin’, My love fell off to sleep. I had a bottle of burgundy wine, My true love she did not know. It was there I murdered that dear little girl Down on the banks below. I drew my saber through her, It was a bloody knife, I threw her into the river, It was a horrible sight. My father oft had told me That money would set me free If I would murder that poor little girl Whose name was Rose Connelly. Now he stands at his cabin door, Wiping his tears from his eyes, Gazing on his own dear son, Upon the scaffold high. My race is run beneath the sun, The Devil is waiting for me, For I did murder that dear little girl Whose name was Rose Connelly La seconda è quella più canonica degli The Everly Brothers, registrata nel 1958.



E’, purtroppo, difficile trovare una versione di qualità che suoni come l’originale irlandese, perché il brano è divenuto famoso negli Stati Uniti, come ballata di stile appalachiano, soprattutto a partire dalle prime incisioni discografiche del 1927 e 1928 di Greyson & Whitter, con il titolo di Rose Conley.



Ad assicurarci l’origine irlandese della ballata è una poesia di William Butler Yeats, Down by the Salley Gardens del 1889:

Down by the salley gardens my love and I did meet;
She passed the salley gardens with little snow-white feet.
She bid me take love easy, as the leaves grow on the tree;
But I, being young and foolish, with her would not agree.
In a field by the river my love and I did stand,
And on my leaning shoulder she laid her snow-white hand.
She bid me take life easy, as the grass grows on the weirs;
But I was young and foolish, and now am full of tears.

di questa poesia esiste una suggestiva versione musicale della canadese  Loreena McKennitt



In realtà la poesia di Yeats e tutte le ballate precedenti fanno riferimento seguenti versi di  The Rambling Boys of Pleasure: “It was down by Sally’s Garden one evening late I took my way. ‘Twas there I spied this pretty little girl, and those words to me sure she did say. She advised me to take love easy, as the leaves grew on the tree. But I was young and foolish, with my darling could not agree.” Questa la versione del 1979 di Andy Irvine, che conserva il sapore di un’antica semplicità.



Follia giovanile e morte dell’amata non possono che ricondurre all’ Ophelia di Hamlet (W. Shakespeare, 1602). Per tale ragione in testa ed in coda al post troviamo i dipinti di Arthur Hughes (1852) e di John E. Millais (1852), entrambi dal titolo Ophelia.

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