La Voce della Memoria

Esistono cose che non vanno dimenticate.

Esistono forze che spingono affinché ogni cosa sia dimenticata.

Dimenticando cosa siamo stati non possiamo riconoscere negli altri il nostro sguardo di un tempo.

Per ridare voce alla memoria ripubblichiamo una intervista a Nuto Revelli, scrittore, prima ufficiale dell’esercito italiano nella seconda guerra mondiale e poi partigiano.

Questa intervista-conversazione che Eugenio Fici eseguì per Il babau nel 1993 non è legata in modo diretto all’Olocausto, ma parla di quegli anni di un’umanità fratta e quindi disumana.

E’ una testimonianza e quindi un monito.

Paraloup

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Voci di Calabria: Francesco Cento

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Nuovo capitolo delle Lingue dell’altra Italia, viaggio nelle culture del nostro paese.

Ospitiamo alcune poesie tratte dalla raccolta inedita Pani e mantu (Pane e mantello) di Francesco Cento, scultore e poeta calabrese residente a Genova. 

“Il tema principale” – nelle stesse parole di Francesco “è il viaggio, la lontananza, il recupero delle persone care e dei luoghi dove siamo cresciuti attraverso la memoria. Nella lingua natia.”

I versi, aspri, esprimono in modo convincente un mondo senza sconti, ma dal grande fascino.

Al solito preferisco leggiate i versi piuttosto che i miei commenti, li trovate QUI, insieme alle foto di alcune sculture dell’autore.

Poiché la selezione attuale è tutt’altro che esaustiva, seguirà una seconda parte.

Paesaggi Perduti – Teatro delle Nuvole

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Scrivere di Pasolini è come camminare su un filo teso tra due grattacieli, mantenendo un difficile equilibrio tra il vento dell’agiografia e quello della calunnia. Il personaggio è così noto e controverso che il pubblico parte inevitabilmente da un idea preconcetta. Io stesso mi son chiesto se avrei dovuto spogliarmi di ogni mia conoscenza, far tabula rasa, per affrontare nel modo corretto Paesaggi Perduti, elaborazione drammaturgica di testi pasoliniani, eseguita da Marco Romei per il Teatro delle Nuvole.

Non è stato necessario.

E’ bastato che Franca Fioravanti, regista ed interprete, ci porgesse i versi “Io sono una forza del passato. Solo nella tradizione è il mio amore…” per trovarsi lì ma anche altrove, allo stesso modo in cui, bambini, si veniva rapiti in un mondo altro dalle parole “C’era una volta…”

E così, intrappolati nella narrazione come dallo sguardo del vecchio marinaio, abbiamo dovuto, voluto, lasciare tutto quel che sapevamo ed abbandonarci al fluire dell’evocazione.

La scena è spoglia, un leggio, una sedia, sullo sfondo luci ed immagini di Liliana Iadeluca* e le musiche ondivaghe di Bernardo Russo, eppure c’è tutto, perché, lo si nota dal silenzio, ci siamo noi.

Il testo parte dunque dalla poesia recitata da Orson Welles nella Ricotta, fornendo un luogo ed un tempo al nostro provenire, rivendicandone la dignità di grandi e piccole storie, di volti, madri, affetti, rinunce, ma anche lotte sociali. E’ la storia di un paese, di persone, di una cultura, contadina ma anche altissima, che attraversa una fase di transizione violenta, esposta alle proprie lacerazioni mai sanate, ad una guerra ancora più aspra perché interna, al mito straniero che si impone, identificata nel sorriso tra le lacrime di Marilyn. Marilyn è in qualche modo punto cardine della narrazione, perché ultimo mito, perché contemporaneamente bellezza spontanea ed incanalata, libertà ed omologazione. La morte di Marilyn, prima della morte anagrafica, è rappresentativa del successo della manipolazione di ogni cultura, di quel mostro dalla mille teste e nessun cervello che portava, e porta, il nome di civiltà dei consumi.  A questo mostro si possono opporre solo le bandiere del nostro esser terra, popolo, storia… E la narrazione va oltre, anche oltre Pasolini – ma non dirò – rivelando scenari apocalittici, liberando urla, ponendo domande alle quali forse non è necessario dare una risposta, perché la verità non bisogna nominarla. Che appena la nomini, non c’è più.

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Marco Romei, una volta di più, ha reso teatro un insieme di pensieri provenienti da più fonti: poesie, interviste, scene cinematografiche e teatrali, articoli giornalistici. Paesaggi Perduti è la narrazione sapientemente tessuta di quel che siamo stati, ma anche, e soprattutto, della “bellezza morale” pasoliniana, una bellezza che Franca Fioravanti ha cantato, cullato, urlato e qualsiasi altra cosa sia possibile fare con la voce, finché l’abbiamo sentita anche nostra.

Non c’è più spazio nell’oggi per questi paesaggi?

Sono realmente perduti?

Dagli applausi del pubblico, ma soprattutto dai mormorii affascinati di molti studenti direi si tratti di Paesaggi Ritrovati.

Mi auguro passino anche dalla vostra città.

* con Enrico Goretti

La foto del post è di Alessandra Vinotto.

Paesaggi

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Da sempre il Teatro delle Nuvole s’incammina per il sentiero della bellezza, in punta di piedi, con grande rispetto. E’ una premessa necessaria, perché questo approccio umile, al servizio della poesia e della comunicazione, consente di aprire porte che altrimenti non si aprirebbero.

Con questo bagaglio di amore per la scrittura, di disponibilità e di lunga esperienza, nel 2011 il Teatro delle Nuvole ha oltrepassato la soglia della Casa Circondariale di Chiavari con un progetto del Laboratorio Teatrale curato da Franca Fioravanti e mirato alla condivisone di testi poetici legati al territorio ligure.

Si è trattato di un’esperienza ricchissima perché non facile, fatta di superamenti di barriere, conoscenza di altri mondi e linguaggi, nel tentativo di render corale una realtà fratta, individuale e … fuori dal coro.

Paesaggi è una sorta di riavvolgimento ideale della realtà, per poterla in qualche modo riscrivere. Così la poesia viene proposta, frammentata, raccogliendone i pezzi più significativi per ciascun detenuto, e ricomposta in un mosaico di emozioni fatte proprie, in un superamento della propria individualità  di confine, che, finalmente, diviene canto comune.

Quel che si è perso, è andato in pezzi, è irrecuperabile, si ricrea in altra forma, diviene polifonia possibile, sul palco, ma soprattutto dentro ciascuno.

E così Attilio, Antonio, Federico, Gianfranco, Yassin, Mirko,  Mustafà, William offrono la loro voce a questa liturgia liberatoria che si fa metatesto, donando a questa terra anche l’eco dei suoi luoghi e delle sue cuori reclusi.

Paesaggi diviene così canto, performance, opera nuova itinerante che, superate le barriere interne, non ha più confini.

Terra tu sei piena di grazia, i miei occhi sono nuovi.

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Finalmente pubblichiamo alcune poesie di Susanna Bavaresco, non vedevo l’ora di farlo.

Al solito non introdurrò più di tanto l’autore, preferendo che si sveli attraverso le sue
parole. Leggetele quindi, senza indugio, ma con la calma necessaria. Sarà una sorpresa.
Se, poi, vorrete confrontare le vostre sensazioni con le mie, le troverete selezionando
questo collegamento.

Non anticiperò nulla delle 6 Poesie pubblicate, ma mi è concesso dirvi che negli ultimi
anni Susanna ha rivolto la propria attenzione espressiva alla fotografia, fornendo una
nuova voce alla sua poetica. Le immagini che trovate in questo post e nella pagina,
firmate Riyueren, sono le sue.

Anche di questo pseudonimo, o identità intima, non dirò nulla. Se, come son certo, il suo
mondo vi avrà affascinato, potrete approfondirne la conoscenza attraverso il sito mutazionidelsilenzio.

Se già non siete finiti alla pagina delle poesie, questa è l’ultima porta di accesso.

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Peripli

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Tra il materiale giunto in redazione pubblichiamo due poesie di Giovanni Asmundo.

A lungo assenti dal mondo della poesia, non conoscevamo questo autore che ci ha però colpiti subito per il verso asciutto eppur evocativo.

Le poesie pubblicate le trovate qui.

Qualora l’autore vi abbia colpiti e desideriate intraprendere un viaggio nel suo mondo vi consigliamo di visitare il sito peripli.altervista.org.

Continuate ad inviare materiale, non vediamo l’ora di stupirci!

La foto del post è del compianto Paolo Brenzini