Vitali ed il giallo della controversa Ciaccona

Giallo?!

I titoli, si sa, a volte sono lanciati come succose esche per raccogliere il possibile nelle acque meno pescose. Tuttavia, lo confermo, quello della Ciaccona in G minore è un caso strano.

Se ne sente parlare in modo cospicuo solo nel 1867 quando il violinista tedesco Ferdinand David la pubblica nel suo Die Hoch Schule des Violinspiels, traendo spunto da un manoscritto pubblicato presso l’Archivio di Stato Sassone di Dresda.

Il manoscritto reca in testa “parte del Tommaso Vitalino” e quindi l’attribuzione a Tomaso Antonio Vitali (1663-1745), appare non così certa, a meno che non si giustifichi il diminutivo con il fatto che Tomaso Antonio fosse figlio del noto musicista Giovanni Battista Vitali, e quindi potesse esser chiamato Vitalino.

Naturalmente non c’è prova della cosa, inoltre David poi ci mette del suo, non limitandosi a qualche “aggiustamento”, ma realizzando una vera parte per pianoforte come continuo, ed ancora più variando la melodia del violino, apportandole un chiaro sapore romantico.

E se non bastasse questa Ciaccona in Sol Minore, basata sul  basso ostinato ‘sol-fa-mi♭-re’, tocca nelle sue modulazioni delle tonalità inusuali per il barocco, quali il Si Bemolle minore.

Insomma, siamo proprio certi che si tratti di un opera a cavallo del 1700? L’autore a cui viene  attribuita non è molto prolifico e innovativo, ed è più che altro noto per esser stato direttore dell’Orchesta della Corte Estense di Modena dal 1707 e per aver contribuito a fondare l’Accademia Filarmonica di Bologna?

Nel dubbio ascoltiamo la versione tratta dal manoscritto “Parte del Tomaso Vitalino” depositato presso la Sächsische Landesbibliothek Dresden, Mus. 2037/R/1.

Attilio Motzo al Violino barocco Fabrizio Marchionni  all’Organo con funzione di basso continuo.

Barocco? Posteriore?

Ora posso rivelarlo, recentemente è stato identificato il copista del manoscritto conservato a Dresda: si tratta di Jacob Lindner, che lavorava alla Hofkapelle di Dresda tra il 1710 e il 1730. Questa scoperta,s non avvalora l’attribuzione a Vitali, quantomeno ne conferma la datazione.

A partire dalla trascrizione di David, ne seguono svariate altre, prima fra tutte quella di Charlier, per violino e organo, ma ci piace qui presentare quella per orchestra di Ottorino Respighi del 1908.

Per chi volesse approfondire ce n’è per tutti i gusti: Heifetz che la portò al suo debutto a New York del 1920, oppure questa straordinaria di Oistrakh

Insomma, se vi incuriosisce cercate, cercate.

Ho ascoltato una trascrizione per viola di Arnold, un paio di esibizioni moderne e romantiche di Sarah Jang e un’interessante trascrizione coreana per settetto d’archi.

Volendo, di qualità video amatoriale, c’è una bella versione di Ughi per Orchestra.

Abbiamo risolto il giallo? I morti son tanti, non ci sono assassini e la Ciaccona è vivissima!

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Pansori (판소리) – The sound of people gathering

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Nell’idea che è necessario avvicinarsi alle altre culture per comprenderle, proponiamo il Pansori(판소리 p’ansori) genere di narrazione musicale coreano, solitamente eseguito da una cantante sorikkun (소리꾼) e da un percussionista gosu (고수).

Pansori, unione dei termini Pan e Sori, può avere almeno un paio di significati diversi:  “suono in un luogo dove molti si incontrano” oppure “melodia dai toni variabili”.

Di origine sciamanica e di cantori di strada, il Pansori nasce nella penisola coreana a fine 1600 tra le classi meno abbienti e viene tramandato oralmente, sebbene vi siano esempi di testi scritti, quando il genere iniziò ad interessare le classi più elevate.

Nel diciannovesimo secolo il genere incorporò melodie del folklore evolvendosi e perdendo in parte la caratteristica iniziale di musica popolare.

All’inizio del ventesimo secolo alcuni cambiamenti importanti portarono al declino della popolarità del Pansori, non più musica di strada, ma messo in scena in teatro in modo simile alle opere occidentali. Registrato e venduto su dischi per la prima volta, tende ad uniformarsi. A causa dell’influenza dell’occupazione giapponese della Corea s’intensifica il tono tragico delle melodie. Ed infine, nel tentativo di sopprimere la cultura coreana, il governo giapponese ha spesso censurato il Pansori che si riferiva alla monarchia o al nazionalismo coreano.

Per fortuna, come recita Wikipedia: “A causa del calo di popolarità e alla modernizzazione della Corea del Sud, il Pansori fu dichiarato Proprietà Culturale Nazionale Intangibile nel 1964. Ciò contribuì a renderlo di nuovo famoso, sia accademicamente che praticamente, e a fargli guadagnare un riconoscimento del suo valore culturale e il sostegno delle istituzioni. Il 7 novembre 2003 venne dichiarato patrimonio orale e immateriale dell’umanità.”

A Wikipedia stessa vi rimando nel caso voleste approfondire.

Mi sono imbattuto nel Pansori in questo periodo di avvicinamento delle culture orientali, incuriosito dall’affermazione che in qualche modo esso avesse radici comuni al blues e fosse una sorta di antico rap orientale.

Ascoltando qui e là ho trovato somiglianze e diversità: comunque ricchezza.

Vi propongo alcuni filmati dalle caratteristiche completamente differenti.

Il primo esplica in coreano (sottotitolato in inglese) alcune delle principali tecniche.

Per chi fosse interessato alla sola parte musicale, consiglio di portarsi al minuto 6:00

Il secondo filmato, di insegnamento, evidenzia alcune similarità con il blues

Una sorta di duetto rap. Sarang-ga: Canzone d’amore, parte del Chunhyang-ga, risalente a prima del 1660.

 

Ed ecco lo straordinario drammatico finale di Simcheong-ga, qui presentato con un sottofondo classico, anch’esso di difficile datazione, se ne ha notizia nel diciottesimo secolo.

Ovviamente non si tratta del post di un esperto, ma solo di una pietra lanciata nello stagno.

A voi il resto della ricerca.

Jindo e Pungsan

Alle 2 pomeridiane del 1 marzo 1919, presso il ristorante Taehwagwan di Seoul, 33 attivisti del movimento Sam-il (3-1) lessero la dichiarazione di indipendenza coreana, redatta dallo storico Choe Nam-seon.

Copia di questo documento, firmata da tutti gli attivisti fu mandata al Governatore Generale della Penisola Coreana, che al tempo era colonia Giapponese.

Il Movimento del 1 Marzo fu violentemente soppresso dai giapponesi e l’indipendenza coreana arrivò solo il 15 agosto 1945, giorno della resa dell’imperatore giapponese Hirohito.

Il 1 marzo di quest’anno ricorreva il centenario di quella prima unilaterale dichiarazione di indipendenza.

In questa data ho sentito parlare per la prima volta dei Jindo e dei Pungsan.

Il cane coreano Jindo, così chiamato perché originario dell’omonima isola sud coreana, è ben noto per la sua incrollabile lealtà e la sua natura gentile.

Per queste qualità nel 1962 il governo della Corea del Sud ha designato il Jindo 53 ° “Tesoro naturale”, ponendolo sotto la salvaguardia della Legge sulla Protezione delle Proprietà Culturali.

L’incrollabile lealtà e devozione dei Jindo nei confronti dei loro padroni è esemplificata dalla storia di Baekgu, un Jindo di sette anni che, dopo essere stato venduto ad un nuovo proprietario a 300 km da casa, dopo uno sfiancante viaggio durato sette mesi, è tornato con la sua vecchia padrona, al fianco del quale è rimasto fino morte.

A Baekgu sono state dedicate una statua di bronzo e un monumento in pietra con la scritta “I giovani dovrebbero imparare dal fedele cane bianco”.

 

Diverso il destino dei Pungsan: cani da caccia allevati sugli altipiani Kaema della Corea del Nord, noti nei secoli fin in Cina ed in Mongolia per il coraggio e la tenacia estrema, sono stati soggetti di contrabbando.

Forte, raro e prezioso, si narra che un Pungsan possa sconfiggere cani addestrati alla lotta come i pastori tedeschi e che tre Pungsan possano cacciare una tigre, come documentato da testi ed immagini antiche.

A sancire ulteriormente l’importanza di questi cani, durante il summit inter-coreano del 2000, il leader nordcoreano Kim Jong-il ha fatto dono di due cani Pungsan al presidente sudcoreano Kim Dae-jung.

In cambio, Kim Dae-jung ha donato due cani Jindo a Kim Jong-il.

I Pungsan si chiamavano Dangyol (“Unità”) e Jaju (“indipendenza”) ma furono in seguito rinominati Uri (“Noi”) e Duri (“Due”). Inizialmente ospitati nella Casa Blu, residenza del presidente sudcoreano, furono poi trasferiti allo Zoo di Seoul, dove diedero alla luce 15 cuccioli.

 

 

Si narra infine che qualche tempo fa, d’inverno, durante una tempesta di neve, un anziano avesse un incidente nei campi. I familiari dopo molte ore di ricerca avevano perso ogni speranza, quando trovarono il vecchio esanime, ma vivo, salvato da un cucciolo di cane che lo aveva scaldato con il proprio corpo.

Questo cane era un incrocio tra un coraggioso Pungsan ed un fedele Jindo, mirabile unione tra i cani rappresentativi dei due popoli.

Cosa potranno fare le due Coree unite?

時間 – di Carlo M. Marenco

Wang_Shen,_landscape

I waited so long on the bank –

the river went dry

 

*

私は長い間待っていた –
川が枯れてしまった。

 

*

我等了很久 –
河干了

 

*

Ho atteso a lungo sulla riva –

Il fiume si è seccato

hb_1978.423

 

L’haiku  lascia aperte molte porte.

Apriamone alcune, ironicamente, visto che l’haiku è mio e non offendo nessuno.

Ho atteso così a lungo sulla riva, che il fiume si è seccato (prima di me)

Ho atteso così a lungo sulla riva, che il fiume si è seccato (della mia presenza)

Ho atteso così a lungo sulla riva, che il fiume si è seccato (è giunta l’estate – ciclicità delle stagioni)

Ho atteso così a lungo sulla riva, che il fiume si è seccato (dubito di vedere mai arrivare il cadavere del mio nemico)

Design of the Universe

mapping

L’evento Mapping the Garden. Mapping the Sky, curato da Beth Vermeer, tenutosi a Firenze il 14 settembre, presso il Giardino dei Semplici ci ha lasciato l’appetito dell’approfondimento.

All’incontro hanno partecipato gli astronomi Alberto Righini, Emanuele Pace, Ruggero Stanga, Eleonora Bianchi, Barbara Olmi ed i poeti di GenovaVoci: Karoline Borelli, Carlo M. Marenco, Alberto Nocerino, Giovanna Olivari e Lidia Riviello.

Pittura, Botanica, Astronomia e Poesia ci sono parse tutt’altro che scollate, facendo parte, ciascuna a modo proprio, del grande disegno universale.

Ho chiesto alla curatrice Beth Vermeer di illustrare il sogno che sta dietro al suo instancabile lavoro. Queste le sue parole.

La mia passione per l’astronomia proviene dal fascino del fenomeno della luce. E il mio mestiere primario, l’architettura, è l’arte suprema di utilizzarla.

Adoro la Grecia non solo per il fatto che la nostra cultura è nata lì, ma perché la Grecia è il paese del sole, dove l’architettura e l’arte hanno generato una concezione del mondo diversa, in cui l’intera vita era orientata verso lo spazio all’aria aperta.

Quasi tutto ciò che conosciamo dell’universo è connesso allo studio della luce. Nel corso dei secoli gli scienziati hanno scoperto come le diverse lunghezze d’onda dello spettro elettromagnetico offrano una gamma di informazioni, che aprono una finestra verso l’universo. Si è così passati dal mito, ad esempio del Sole con la sua luce magnifica, allo studio della fisica, grazie anche alle grandi scoperte scientifiche, come l’invenzione del telescopio di Galileo.

La luce determina anche la mia geografia personale, non solo la morfologia delle piante e del paesaggio. La mia creatività dipende dall’esposizione al sole, detesto l’inverno, il freddo e le regioni del mondo dove regna la notte. Mio marito, fisico di professione e poeta per passione, mi ha insegnato di pensare in lambda. Quando le cose sono semplici, avvengono.

Come la dinamica della natura che dona gli elementi basilari per fare arte. Tra gli aspetti più emozionanti ci sono quelli del cielo, dall’alba al tramonto ed al firmamento stellato. Mentre gli astronomi combattono per sapere sempre di più dell’universo e della complessità infinita di strutture, attraverso lo studio della fisica e della matematica, le arti forniscono delle vie alternative di comprendere i fenomeni della natura in termini umani.

Per tutta la vita ho cercato il trait d’union tra la scienza e l’arte, spinta dal desiderio di ritrovare l’incantesimo prima del concetto newtoniano che separa l’uomo dalla natura. Così, un giorno quando la grazia dei dipinti di Fragonard cadeva dalle cornici negli angoli dei miei occhi, discutendo con mio marito a bassa voce la teoria della relatività, mi è venuta l’idea di fondare Design of the Universe, consapevole di poterlo fare, disegnare l’universo a modo mio. Figlia di Einstein correvo nel mio tempo libero sui prati di velluto rosso nella custodia del suo violino.

Per chi è rimasto affascinato da questo progetto avrà modo di approfondirlo a Genova nella prossima settimana.

mapping genova

Parte del grande lavoro di Beth si concretizzerà a Genova questa settimana all’interno delle GIORNATE EUROPEE DEL PATRIMONIO 2017 GENOVA EUROPEAN HERITAGE DAYS • LUOGHI DIFFUSI • VARIOUS SITES
THE ELYSIAN PLAINS • CAMPI ELISI
Alla ricerca del luogo ideale dove s’incontrano Natura e Cultura
Un progetto di Beth Vermeer, Design of the Universe
Si tratta di un programma ricchissimo in cui scienza ed arti si incontrano per quattro giorni dal 20 al 23 settembre.

Il programma completo, ricchissimo, è reperibile attraverso questo link programma campi elisi.

 

Carpe Diem

Robert Herrick (1591 -1674) from Hesperides (1648)

To the Virgins, To Make Much Of Time

Gather ye rosebuds while ye may,

Old Time is still a-flying;

And this same flower that smiles today

Tomorrow will be dying.

 

The glorious lamp of heaven, the sun,

The higher he’s a-getting,

The sooner will his race be run,

And nearer he’s to setting.

 

That age is best which is the first,

When youth and blood are warmer;

But being spent, the worse, and worst

Times still succeed the former.

 

Then be not coy, but use your time,

And while ye may, go marry;

For having lost but once your prime,

You may forever tarry.

 

Alle vergini, perché facciano buon uso del loro tempo

Cogliete le rose finché potete,
Il Vecchio Tempo ancora vola,
E lo stesso fiore che oggi sorride,
Domani sarà morto

La gloriosa lampada del cielo, il Sole,
Diviene sempre più alta,
Presto la sua corsa sarà compiuta,
Ed è prossimo a tramontare.

Quell’età che è la prima è la migliore,
Quando la giovinezza e il sangue sono più caldi;
Ma essendo trascorsa, il peggio, il peggior
Tempo già subentra al precedente.

Quindi non siate riluttanti, ma usate il vostro tempo
E finché potete, sposatevi;
Perché, avendo perduto una volta il primo,
Potreste attardarvi per sempre.

Il dipinto raffigurato è ‘Gather Ye Rosebuds While Ye May‘ di John William Waterhouse, 1909

Biroscape, o la profondità della penna.

Alberto Repetti, con il progetto biroscape inizia una stagione nuova per quanto riguarda l’uso della Penna Biro. La peculiarità del mezzo viene sfruttata in tutte le sue potenzialità tecniche, attraverso un esercizio continuo, che ha portato alla costruzione di di una serie di disegni infinita.
Il contenuto è subalterno alla forma che è di per sè l’oggetto principale dei disegni.
Il formato di 14,8 x 10,5 cm è imprescindibile perchè favorisce l’avvicinamento di chi osserva e sfrutta, via via, in base al contenuto formale adottato l’interminabile profondità del foglio di carta. Le misure in altezza e lunghezza sono definite ma la profondità viene decisa dall’autore.
Se andate sulle varie sezioni troverete un’ampia documentazione sul lavoro dell’artista.
Buona visione.
biroscapecover.jpg

MAPPING THE GARDEN • MAPPING THE SKY

ORTO BOTANICO IL GIARDINO DEI SEMPLICI
Giovedì 14 settembre dalle ore 15.30
Evento collaterale alla mostra
Rose e foglie, su una linea di silenzio

mapping

MAPPING THE GARDEN • MAPPING THE SKY
a cura di Beth Vermeer

Partendo dai sensi, bambini e adulti possono esplorare forme, colori, odori del
Giardino e dei suoi elementi. Insieme a Meri Iacchi, artista fiorentina, creano
una grande mappa dell’inventario esistente attraverso le tecniche dell’arte e i
diversi materiali. Mapping the Garden è il nuovo laboratorio che racconta l’Orto
Botanico per immagini, realizzando una grande opera collettiva.

Dalle pratiche creative del Giardino si cambia alle osservazioni del Cielo.

Lo scienziato Alberto Righini, Università di Firenze, offre un suo intervento sull’importanza dell’astronomia per il ciclo dinamico della Natura. La serata si conclude con un incontro tra poeti e astronomi che esplorano l’universo adoperando linguaggi diversi ma complementari.

Due squadre maestre si confrontano interagendo con il pubblico per diffondere la scienza che incontra la poesia. Ruggero Stanga, Eleonora Bianchi, Barbara Olmi ed Emanuele Pace, forniscono una mappatura del cielo mentre Karoline Borelli, Carlo Michele Marenco, Alberto Nocerino, Giovanna Olivari e Lidia Riviello completano il disegno universale con poesie e testi tessuti di fiori e di stelle.