Djagilijinsky – di Peter DeVille (Il babau n.15)

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“Il lago si stendeva innanzi al Principe, blu e pacifico nella luce della sera. Da entrambe le rive salivano ripide montagne innevate, racchiudendolo a guisa d’una ciotola. Alcune mucche pascolavano ai loro piedi. Il luogo era così appartato nell’inverno glaciale di quelle rupi; pareva sì inviolato da esser un rifugio ideale. Persino D. – pensò – non avrebbe mai potuto trovarlo lì…”

 

Fuggivo da casa. Correvo e correvo giù per la collina sulla quale s’ergeva Villa Guardamunt. Correvo e correvo. Senza cadere. Una forza, invisibile, mi spingeva innanzi. Non ero in collera con mia moglie. Ero calmo. Ai piedi della collina si trovava il villaggio di St. Moritz. Più tardi presi una strada che portava al lago. Camminavo velocemente. Attraversando il paese incontrai il dottore. Egli mi sorrise e mi fece un cenno con il bastone da passeggio. Camminavo velocemente, a capo chino, come se mi sentissi in colpa. Quando giunsi alla riva del lago iniziai a cercare un nascondiglio. All’improvviso m’accorsi quanto fossi stanco di correre.

 

“Il Principe sedette al limitare del lago e, sfilati i sandali, immerse i piedi nell’acqua smeraldina. Era fredda, ma non come la neve sulle montagne. Dopo un poco si chinò ad aspergersi il viso accaldato. Poteva vedere i lineamenti sfumati del suo riflesso, che lo fissava come uno straniero…”

 

In tasca avevo un franco e 10 centesimi, e rammentai d’avere ancora alcune centinaia di franchi in banca. Valutai d’aver abbastanza denaro per poter prendere una stanza a pigione e decisi di non tornare a casa ma di cercare un alloggio. Entrai in una patisserie con questo intento. Una donna apparve dal retro. Volendola intenerire le dissi di non aver mangiato, ma prima le chiesi se lei l’avesse fatto. Mi rispose che aveva appena terminato il pranzo. Le dissi dunque di aver fame. Non mi rispose e, probabilmente, pensò che non dovessi mangiare. Ero stato spesso in quel negozio ad acquistare dolci, in passato. Lei credeva fossi ricco e per questo era molto gentile con me. Baciai suo figlio e lo carezzai sul capo. Ne fu lieta. Le dissi quanto mi spiaceva che soffrisse a causa della guerra. Si lamentò dei tempi duri. M’impietosii e, pensando d’aiutarla, le ordinai una gran quantità di dolci. Le chiesi se potesse affittarmi una stanza. Mi disse che la casa era completa. Poco dopo, tuttavia, mi assicurò che la settimana seguente si sarebbe liberato un appartamento. Le spiegai che non volevo un appartamento. Lei mi rispose che le spiaceva per me, ma non poteva darmi una stanza. Pensava volessi portarci le donne. Le dissi apertamente che desideravo una stanza ove poter scrivere, perché mia moglie non mi comprendeva. Dopo ch’ebbe ascoltato le mie rimostranze, uscii. Ma prima che d’allontanarmi le strinsi la mano per la prima volta. Poi me ne andai. Ero triste perché avrei dovuto dormire per strada. Avevo parlato ed ora camminavo. Parlavo e camminavo e parlavo.

– Mi piace parlare in rima

perché io stesso sono una rima –

Passai davanti ad una fila di negozi. Erano chiusi. Così era l’intero Bad St. Moritz. Nessuno viveva in quel luogo. Sedetti spalle ad un muro, sotto una finestra, per vedere se potessi dormirvi o meno. Faceva un freddo aspro, era inverno, ad un’altitudine di duemila metri.

 

“… Ma il Principe era ora molto felice. S’accorse una volta ancora di quanto fosse stanco di fuggire. Gli pareva d’aver corso fin lì, sin dalla casa dell’eremita, lontano, lontano nella foresta più profonda. E stava tuttora correndo. Gli venne a mente quel curioso libro inglese nel quale la regina rossa corre e corre, tenendo per mano la bambina e, quando la bambina le dice d’esser certa che gli alberi ed ogni altra cosa non mutano affatto di posizione, la regina risponde: Qui, vedi, ci vuole tutto il correre del mondo per rimanere nello stesso posto.

Il Principe non sapeva perché ma sentiva che gli aeroplani uccidono gli uccelli. Non voleva viaggiare in aeroplano. Aveva notato come tutti gli uccelli fuggano via alla vista di un aeroplano. E tuttavia egli amava gli aeroplani, ed avrebbe voluto volarvi in un cielo senza uccelli. Oh, era così felice di esser qui, nascosto, al limitare del profondo lago di smeraldo. Circondato dai crochi bianchi e dalle gialle ninfee del lago, volse lo sguardo verso l’alto e vide, lassù, come trattenuto in una lingua di neve liquefatta nell’oro del tramonto, il castello rosa nel quale viveva la sua Principessa con la servitù. Ah sì, ma dove avrebbe dormito? Il lago s’era fatto grigio ed il Principe era infreddolito nei suoi panni leggieri… ”

 

Proseguii. Vidi una donna entrare in una piccola casa bianca. Tremava dal freddo. Come me. Non era affatto una donna semplice, ma vestiva abiti cittadini. Le chiesi se avesse una stanza a pigione. Lei disse  che l’aveva, ma che non era riscaldata. Risposi che non importava. Mi condusse al secondo piano. La scala, esterna,  aveva gradini alti e sconnessi.

– Le scale non scricchiolavano ma la neve sì –

Entrai nella stanza numero otto e mi sentii sollevato nel veder quanto fosse spoglia. Ferma sulla porta, la donna mi fissava. Le chiesi quanto dovessi pagare. Rispose un franco al giorno. Guardai intorno e vidi un letto duro e senza cuscini, ed una sedia riverniciata vicino alla testiera. A lato del letto si trovava un porta bacile di legno vecchio, privo del catino e della brocca. Avrei voluto rimanere, ma non potevo. Avrei voluto scrivere in quella stanza, mi piaceva. Avrei voluto rimanere

Ma Dio mi disse di andare

Ringraziai la donna ed andai via, promettendole di ritornare in serata. Ci separammo. Ella mi osservava, potevo sentirlo, mentre mi allontanavo lungo la stessa strada per la quale ero venuto. Mi sentivo triste, di una tristezza profonda. Da qui vidi la mia casa, lassù fra le nevi, e mi turbai. Ero estremamente infelice ed avrei voluto piangere, ma la mia pena era troppo intima. Le lacrime non volevano cadere. Rimasi triste a lungo.

 

“… allora il Principe vide, sulla riva opposta del lago, una piccola casa bianca dal cui camino fuoriusciva un pennacchio di fumo. Si frugò nelle tasche. Aveva ancora le monete d’oro recategli in dono dal vecchio eremita cieco nella foresta interna, con il monito di spenderle saggiamente. E così egli corse e corse lungo la curva risplendente del litorale. D’improvviso s’avvide di un uccello bianco che seguiva la sua fuga, sospingendolo innanzi. L’uccello era giunto a lenire la sua stanchezza con una melodia meravigliosa. Oltre ed oltre egli corse mentre piccoli pesci fendevano le onde increspate come lame d’argento luccicanti al sole che moriva. Al chiaro di luna il lago dorato si fece di ghiaccio ed i profondi boschi blu al limitare del lago sospirarono un messaggio nella brezza della notte: Guarda! Guarda!…”

 

Seppi che i ciechi m’avrebbero compreso, avessi detto loro che gli occhi mi erano ormai inutili. La gente su alcuni pianeti vive in pace ed amore. Come me essi amano tutti e da tutti sono amati. Alcuni mi diranno pazzo, perché dicono che parlo di cose che non comprendo. Ma io comprendo. Io sono lo spirito di un uomo in un corpo.

 

“… ed il Principe sentì che era amato e che amava i propri compagni di viaggio: l’uccello, fratello dell’aria, ed i pesci, fratelli* del regno remoto nascosto agli occhi invidiosi. Ed il vento, potere invisibile, lo sollevava gentile fra le sue braccia mentre s’affrettava nella foresta sussurrante.

Là, non molto lontano, oltre un bosco oscuro, si trovava l’umile casetta bianca. Il Principe accelerò il passo, salutando con un grido l’uccello bianco, che virò verso le colline, ed il banco di pesci d’argento che s’inabissò nelle acque tramutate dalla luna, com’egli si immergeva nell’oscurità. Il bosco, buio ma amico, scosse la sua sfavillante veste di lucciole, illuminando in un turbine di scintille il suo sentiero. Ed ecco che, come per incanto, gli intricati alberi si ritrassero a sipario, rivelando un meraviglioso padiglione bianco dalle alte finestre di  cristallo e colonne di marmo lucente. Alla loro cima, cupidi riposavano su capitelli di nubi. Ed ancor più sopra s’apriva  una suntuosa volta adornata da piume luccicanti d’arcobaleno. Alla sua sinistra, trattenuta da un laccio, un’immensa tenda, striata d’un azzurro di cielo, punteggiata da rose da cui fiorivano lampade d’oro. Ai suoi piedi un grande tappeto rosso corallo e piccoli tappeti blu e rosa sui quali erano adagiati cuscini di raso. Il Principe contemplò le meraviglie innanzi ad i suoi occhi, per poi volger lo sguardo al fondo della stanza, immerso in un’oscurità crepuscolare. Alla fioca e tremolante luce delle lampade poteva solo scorgere una ripida scala che conduceva a tre porte blu. D’improvviso, da dietro la tenda apparve una donna semplicemente vestita  d’una giacca bianca, una gonna blu savoia abbellita da nappe, e scarpe da ballo in seta nera. Il Principe le disse d’aver fame. Ella non rispose ma si levò sulle punte e con la mano descrisse un cerchio nell’aria, ed ecco giungere un negro adornato di bracciali, dal turbante di porpora ed arancio. Alla vita portava una fascia preziosamente decorata che s’univa agli ampi pantaloni di lamé con fili di perle. Costui pose ai piedi del Principe un vassoio d’argento sul quale poggiava un cofanetto di diamanti ricolmo di dolci, ch’egli mangiò lieto. Ed ora il Principe chiese alla donna s’ella potesse fargli avere una stanza, poiché la notte era buia ed egli non aveva luogo ove dormire o scrivere – giacché scriveva di cose meravigliose. Ella rispose che poteva, ma che prima avrebbe dovuto chiedere al Grande Signore del Regno, e, in un attimo, scomparve. Il Principe fu lasciato tutto solo nel vasto padiglione d’estate, ma presto la donna fece ritorno, recandogli notizia che il Grande Signore aveva ordinato di disporre per lui la grande stanza al centro del palazzo e che egli stesso avrebbe atteso ai suoi desideri. Prima che il Principe potesse rispondere, il servo ricomparve con un suo pari per scortarlo sull’imponente scalinata. Il calpestio delle sue calzature sui gradini di quel marmo di neve gli rivelò il silenzio in cui era immerso il palazzo.

Il Principe s’avvicinò alla porta centrale, ne sfiorò le maniglie di cristallo ed essa si spalancò. Quasi pianse per la vergogna di trovarsi in una stanza di tale splendore: egli non temeva la vita e per questo vestiva in modo semplice. In questa stanza dal soffitto a cassettoni decorato di rose d’oro e rosa, le pareti erano ricoperte da ceramiche blue e verdi, ed al centro spiccava un enorme letto a baldacchino. Su di esso giaceva un manto blu nattier intessuto di gioielli, adornato di tasselli d’oro e d’argento e ricoperto da cuscini di velluto blu e cremisi. Uno dei servi negri sussurrò che il Grande Signore aveva personalmente scelto gli arredi allorché, di lontano, aveva saputo della venuta del Principe. L’altro si mosse a sciogliere gentilmente i lacci delle tende, di un diafano turchese, drappeggiate a coprire le alte finestre. Il Principe pensò di udire nuovamente la voce della donna che diceva: “il Grande Signore stesso verrà ad esaudire ogni vostro desiderio”, ma era debole, come il tepido fiato delle fiamme delle candele che soffiavano lievi, lasciandosi andare verso l’alto. La stanza era ora permeata da una tenue luce blu e le fiammelle dei grandi candelabri a foglia brillavano nei prismi di specchi indefiniti e nei lustrini della seta scintillante del letto. Si sentiva assonnato, ma non avrebbe desiderato altro che una semplice stanza. Ed inoltre aveva con sé poco denaro. Si stese sopra il copriletto, con il capo immerso nel più soffice cuscino di piuma. Era così assetato per aver corso tutto il giorno. Al fianco del letto vide una conchiglia d’argento sulla quale giacevano grandi arance. Aveva sete e ne prese una da suggere. Era molto stanco; la stanza appariva immersa in un’atmosfera purpurea, le candele gialle e pallide. “Il Grande Signore stesso verrà ad esaudire ogni vostro desiderio” pensò fosse detto dall’aria e, nel silenzio più totale, udì grandi porte che si aprivano distanti,  rumori soffocati all’interno di altre stanze ed un suono ignoto che si avvicinava. La luce svanì, ed egli si addormentò.

Il giorno seguente il Principe si svegliò nella stanza ancora immersa nell’oscurità, con l’arancia nelle mani. Il copriletto era increspato ed in disordine e l’arancia dorata spiaccicata in una pozza di liquido rosso, a macchiare il bianco pavimento di marmo. Disorientato, si guardò attorno non afferrando cosa gli fosse accaduto, cosa gli stesse accadendo. Ma presto intuì che Dio non gli avrebbe permesso di stare lì. Gli schiavi di colore apparvero dall’ombra con un sorriso marcato. Pregò loro di prendere le sue monete d’oro per lasciarlo andare, poiché avesse dormito una notte ancora nel palazzo dell’Incantatore – lo comprendeva ora – la sua innocenza non l’avrebbe protetto. Con una risata astuta i negri scomparvero in una nube gialla, lasciando dietro di sé risa echeggianti in nascosti corridoi. Indi, dai drappeggi delle pareti indistinte apparvero odalische seminude che danzavano lentamente verso di lui, i loro corpi screziati ed ingioiellati da ametiste rosa e squame di lustrini d’un verde scintillante.

Avendo a mente il vecchio eremita della foresta e la sua offerta di una semplice stanza, con un tavolo, una sedia ed un letto duro e senza cuscino, silenziosamente chiamò l’aiuto di suo fratello l’uccello bianco. E per incanto le alte finestre si dischiusero con un soffio leggero, i muri del padiglione si dissolsero, ed il Principe vide un meraviglioso giardino ornamentale, di verdi curve e perfetti obelischi in splendida simmetria, tutto alla luce brillante del sole. Più sotto, il lago scintillava ed un piccolo sentiero tortuoso di pietre di gesso bianco conduceva, attraverso boschi di frutta esotica ed orchidee, alla sabbia dorata ed alle acque increspate d’onde. Il Principe s’affrettò giù per le terrazze senza guardare indietro e vide, con sua grande gioia, il suo piccolo castello rosa, oltre il lago lontano, lassù nei boschi ondulati e nelle foreste di neve. Egli scese danzando una strana musica, oltre alte fontane gorgheggianti, fra l’intensa fragranza di orchidee nere e fiori di kaki, giù verso il giallo brillante delle sabbie dorate. Una fresca brezza di pura aria montana soffiava sul suo viso, le ondine s’increspavano il vento sussurrava “vaaaaaaaai!” e gli alberi sopra di lui sussurravano “sssssssssire”. Ma come poteva raggiungere il castello oltre il lago? Sedette mesto, di tanto in tanto alzando lo sguardo e sospirando al vedere la sua propria casa lassù fra le nevi. Pianse senza lacrime. Era profondamente infelice ed avrebbe voluto singhiozzare, ma la sua tristezza era troppo intima. Le lacrime non sarebbero scese. Fu triste a lungo.

Poi il Principe vide una piccola palla bianca venire verso di lui, come fuori dal sole. Era il suo amico, l’uccello bianco. Era così felice. L’uccello volò intorno a lui tre volte. “Nel lago. Nel lago”, sussurrava continuamente, virando e spingendolo al limitare delle onde.

Ma come posso? Dimmi. Il lago è profondo e freddo”, chiese il Principe.

Nel lago. Nel lago”, fu tutto quanto rispose l’uccello. Così egli ebbe fede nel suo amico e camminò nelle acque gelide. E scoprì – miracolo dei miracoli – che stava camminando sulle acque! I suoi amici pesci s’immergevano e riaffioravano, s’immergevano e riaffioravano, cosicché sembrava s’aprisse innanzi a lui un sentiero risplendente d’argento, tremolante e scintillante nel freddo sole del mattino. E quando volse un breve sguardo indietro, le torri e le volte del palazzo si dissolsero nella nebbia del mattino che rotolava giù dai picchi ghiacciati, allo stesso modo in cui il sentiero d’argento dietro di lui svaniva pochi passi indietro. Ed egli vide la piccola casa bianca che aveva cercato – ecco, sembrava proprio là, ove prima erano il palazzo ed il padiglione bianco.

In quel che parve un attimo, era sull’altra sponda. Aveva danzato e volteggiato tutta la via attraverso il lago. E prendendo congedo dai pesci e dall’uccello egli si diresse su, verso le nevi, verso casa sua…”

 

Una volta sulle montagne, giunsi ad una strada che conduceva ad una vetta. M’inerpicai e mi fermai. Volevo fare un discorso sulla montagna. Provavo il desiderio di farlo, ma non lo feci perché pensai che tutti avrebbero detto che ero pazzo. Non lo ero. Avevo solo un grande desiderio di parlare. Non provavo dolore, ma un grande amore verso la gente. Volevo gridare dalla cima del monte verso Saint Moritz. Udivo le voci degli uccelli e talvolta quelli degli uomini che stavano sciando. Non avevo racchette da neve ma non caddi. Camminai e camminai. Indossavo solo leggere scarpe da ballo in seta. I miei piedi erano freddi. Stavo camminando su un sentiero dissestato e, al fondo del precipizio a lato del sentiero, scorreva l’Inn. Ero stanco, ma camminai e camminai. All’improvviso sentii una forza in me e volli correre i novantamila piedi che portavano alla vetta. Sentivo freddo. Sentivo caldo. Sapevo che prima di morire assiderati si prova caldo, ma non temevo di assiderami o morire. Continuai a camminare e, salito ad un’altitudine di duemila metri vi rimasi a lungo. Io volevo parlare ma la mia voce era così forte che potei solo urlare in francese: “J’aime tout le monde! Je veux bonheur! J’aime tout le monde! Je veux tout le monde!”

Volevo amare tutti e da tutti esser compreso e per questo avrei voluto parlare ogni lingua, ma non potevo, quindi sono qui a scrivere nella casa di mia moglie e i miei scritti saranno tradotti.

Ridiscesi e mi parve di vedere alcune macchie di sangue sparse sulla neve. Sembrava una sorta di incubo. Seguii le tracce di sangue e sentii che qualcuno che era ancora vivo era stato ucciso. Avevo paura, ma seguii le impronte. Ed ecco un altro precipizio. Fui preso dal terrore e corsi indietro. Ma poi ritornai e sentii che Dio voleva vedere se io Lo temessi o no. Gridai ad alta voce: “No, non temo Dio. Egli è vita, non morte.” Allora Dio mi spinse verso il precipizio, dicendomi che Egli era stato ferito e doveva esser salvato. Ebbi paura e m’arrestai a pensare che il diavolo mi stava tentando, offrendo di soddisfare ogni mio desiderio nello stesso modo in cui aveva fatto con Cristo, ma Cristo, nel suo cammino sulle acque, era stato sostenuto dagli angeli e non dagli incantesimi del diavolo. Se Egli avesse fatto quanto il diavolo tentava, allora – come appresi dal vecchio prete nella mia scuola russa – la colomba, che da bambino egli aveva creato dall’argilla e nella quale aveva infuso la vita, non lo avrebbe seguito ovunque guidandolo e confortandolo. La colomba era il Confortatore che Egli lasciò ai suoi discepoli, come mi disse il vecchio prete che viveva nel profondo della foresta ed ogni settimana veniva in Troika per il catechismo.

Mi avvicinai, e scivolai, ma alcuni rami, di cui ignoravo la presenza, fermarono la mia caduta verso il precipizio. Ero stupefatto e  pensai fosse un miracolo. Dio aveva voluto mettermi alla prova. Non avevo fatto nulla di sbagliato. Seppi d’essere innocente. Dio aveva solo voluto mettermi alla prova. Ora potei comprenderLo. Cercai di spinger via i rami, ma Egli non me lo permise. Rimasi aggrappato a lungo, poi fui preso dal terrore. Dio mi disse che sarei caduto se avessi lasciato la presa. Finalmente mi districai, ma non caddi. Dio mi disse

Vai a casa, e dì a tua moglie che sei folle.”

Sulla via del ritorno verso casa vidi nuovamente tracce di sangue, ma non credetti più alla loro esistenza. Dio me le aveva mostrate solo perché potessi sentirLo. Ed ora mi aveva detto di andare a casa, ed io andai a casa.

Il borgomastro, sua moglie ed il dottore erano stati invitati a pranzo da mia moglie. Raccontai a mia moglie quanto Dio mi aveva detto. Fece mostra di non esser sorpresa dal mio arrivo e dalle mie parole. Il dottore, che mi stava fissando, udì ogni cosa, ma assunse un’aria austera e così fece il borgomastro, ed entrambi presero a fumare sigarette. Io stavo guardando attraverso il cannocchiale, in direzione delle montagne perché m’era stato detto che si potevano vedere i cervi. Guardai e non vidi nulla. Dissi loro che non c’erano cervi sulle montagne. Il borgomastro, sua moglie, mia moglie ed il dottore stavano ridendo insieme. Non avevano tempo per me. Stavano pensando, non sentendo. Poi parlarono sottovoce fra loro per un poco. La moglie del sindaco venne verso di me e mi chiese come stessi. Risposi che stavo sempre bene. Lei sorrise poi tornò verso mia moglie. Così li abbandonai e ripresi a cercare nuovamente i cervi. Puntai il cannocchiale verso le montagne dall’altra parte del lago. Misi a fuoco il cannocchiale e, scrutando, vidi un cervo. Non temeva che lo osservassi. Lo vedevo molto bene.

Era un vecchio cervo grasso con una striatura bianca sulla fronte, occhi sbiaditi, semichiusi, ammalato di cuore. Sembrava ferito, perdeva sangue, ma non potevo esserne certo. Era ovviamente prigioniero, entro i confini di una riserva privata. Era certamente il capobranco, ma pur sempre un prigioniero. Potevo scorgere, indistinte, terrazze fiorite ed alte fontane e, tra gli alberi in fiore, il bianco padiglione di un uomo ricco. Il vecchio grasso cervo sembrava guardare direttamente verso di me, poi si mosse verso il padiglione per un lungo sentiero che saliva sinuoso dal litorale. Ed ora si fermava a guardarmi di traverso. I nostri occhi s’incontrarono.

Saltai indietro scontrando il piedistallo del cannocchiale, che cadde contro gli alari e si ruppe. Dio non aveva voluto che guardassi. Alcune cose sono troppo vergognose da vedersi. Domani andrò a Saint Moritz con la mia croce d’oro intorno al collo e chiederò alla gente di andare in chiesa e pregare per me. Ma prima, scriverò ancora qualcosa.

 

“… Il Principe prese a salire verso il suo castello rosa. Ma i suoi piedi sembravano essersi  appesantiti, la strada era oscura e gli alberi carichi di neve. Passò attraverso un boschetto dagli alberi spogli. Si spaventò. Dapprima accelerò il passo, poi si mise a correre. Intorno a lui scorrevano nere, mote linee, di alberi spogli, e,  privo del conforto dell’uccello, sentì che doveva toccare la neve. Vi immerse le mani, ma provò un dolore improvviso ed urlò, ritraendole. Riprese a correre verso casa, in salita, ma sentiva sempre più freddo. Il gelo lo sferzava sul viso ed egli fu colto dal panico. Il vento soffiava da nord ed egli sapeva che il vento del nord porta più neve. Guardò una stella, ma la stella non gli augurò la buonasera. Gli alberi non gli sussurravano ma gemevano e, oh, quanto bramava il suo amico uccello bianco. Tutt’intorno c’era solo il sospiro cupo del vento attraverso gli alberi neri. Sempre più terrorizzato avrebbe voluto fuggir via, ma non poté, le sue gambe affondavano nella neve come radici. Iniziò a piangere.

Poi, come per incanto, alzando lo sguardo vide la sua casa, non molto distante da lui. Ma presto la sua gioia mutò ancora in tristezza. La sua casa non era più del colore delle rose, ma di un grigio sporco, macchiato di ruggine e fango. Era chiusa, con le finestre sbarrate e coperte da zanne di ghiaccio. Colto dallo sgomento urlò a squarciagola: Morte! Non sapeva perché, ma sentiva di dover gridare “morte!” Sedette in una sorta di dormiveglia presso un albero che, sebbene non parlasse, gli offrì riparo tra le sue fronde. Sedeva guardando una stella, ma la stella non scintillava per lui. D’un tratto cominciò a sentir caldo alla schiena. Si volse. Il sole apriva gli occhi oltre il lago, esortandolo ad abbandonare la neve, il freddo e l’oscurità e venire verso la riva, a vedere i raggi del sole risplendevano felici nell’acqua.

Il Principe intuì che la sua Principessa, i suoi servi e la sua casa erano chiusi contro di lui. Egli aveva corso fin qui per raggiungerli, ma essi se n’erano andati, avevano abbandonato la casa fra la neve e gli alberi morti.

Si volse di scatto  e scivolò e corse e ruzzolò per tutta la strada verso il lago. Ah, e dal sole venne a cantare per lui il suo amico, l’uccello bianco, volteggiando gioioso intorno al suo capo. Ed egli vide i pesci, i suoi pesci d’argento, a formare un increspato sentiero di mercurio per i raggi del sole. Sentiva felicità e calore crescere in sé, e, mentre la brezza del mattino prendeva vigore, gli alberi si destarono, dicendo “Ah, ah, ah, ah”. Egli non ne comprendeva il significato ma intuiva cosa volessero dire. Essi volevano dire che tutto – Ah! Ah! – non è orrore, è gioia.

Egli ascoltò la dolce voce dell’uccello ed osservò la filigrana d’argento tramutarsi in oro sul lago, e prese a cantare fra sé, ma tristemente, per la solitudine del proprio cuore. Ed allora, mentre osservava e cantava, s’avvide di un uomo che usciva da una casa bianca sull’argine lontano del lago. L’uomo camminava veloce verso una piccola barca che ondeggiava sull’acqua. Vi salì e cominciò a remare senza fretta verso la sponda ove si trovava il Principe. Questi meditò sul movimento uniforme della barca attraverso il lago, il modo in cui essa si congiunse al sentiero d’argento dei pesci riaffioranti. Corse per un poco lungo la spiaggia. Egli era turbato dall’uomo perché il suo volto,  i suoi occhi e la barca stessa erano nell’ombra. Ed ovunque il Principe si spostasse, il sentiero argentato conduceva a lui e la barca continuava inesorabilmente attraverso il lago. Era così priva di fretta, così sicura del suo movimento. Quando la barca fu giunta nei pressi della riva l’uomo abbandonò i remi ed essa scivolò in una macchia di sole. L’uomo levò la mano in un amichevole gesto di saluto. Il Principe danzò al limitare estremo delle onde, felice di salutare l’essere umano che aveva fatto irruzione nella sua anima raggelata dalla dimenticanza e dall’indifferenza. Era sul punto di levare la sua mano in risposta quando, di colpo, vide chiaramente la sua faccia. Era colui dal quale era fuggito per mezzo mondo, ma senza il quale non poteva danzare. Era l’Incantatore, era D.- il cui nome non avrebbe pronunciato per essere libero dalla negromanzia, ed il cui nome non scriverò. Era D.- colui che aveva creato tutte le illusioni della sua giovinezza. Ma ora egli aveva l’uccello ed i pesci e gli alberi a cui parlare. Egli non aveva più bisogno di lui, con il suo monocolo magico ed il suo ciuffo bianco di mago.

Con un urlo penetrante il Principe maledì il nome del grande Incantatore, e l’eco ripeté la maledizione ancora ed ancora ed ancora. Con un gran fracasso la barca s’inabissò in un sibilo di fumo e vapore. Nel silenzio che seguì, l’uccello cantò una melodia fra i rami degli alberi ed i pesci intesserono quieti la loro filigrana argentata sul luogo ove l’Incantatore era scomparso, per mai, mai più risorgere. Poiché il Principe non aveva bisogno di illusioni.

 

La terra è la testa di Dio. Dio è il fuoco nella testa. Io sono vivo finché c’è fuoco nella mia testa. Io sono uomo – non Dio. Io ho una casa ovunque. Io vivo ovunque. Io sono un uomo. Dio è in me. Io sono in Dio. Dio mi cerca e per questo noi ci troveremo.

 

Dio e Nijinsky

Villa Guardamunt

St. Moritz, 1919.

Fine

Scenery-Design-For-The-Imperial-Palace,-From-The-Martyr-Of-St.-Sebastian,-C.1911-22

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