MAPPING THE GARDEN • MAPPING THE SKY

ORTO BOTANICO IL GIARDINO DEI SEMPLICI
Giovedì 14 settembre dalle ore 15.30
Evento collaterale alla mostra
Rose e foglie, su una linea di silenzio

mapping

MAPPING THE GARDEN • MAPPING THE SKY
a cura di Beth Vermeer

Partendo dai sensi, bambini e adulti possono esplorare forme, colori, odori del
Giardino e dei suoi elementi. Insieme a Meri Iacchi, artista fiorentina, creano
una grande mappa dell’inventario esistente attraverso le tecniche dell’arte e i
diversi materiali. Mapping the Garden è il nuovo laboratorio che racconta l’Orto
Botanico per immagini, realizzando una grande opera collettiva.

Dalle pratiche creative del Giardino si cambia alle osservazioni del Cielo.

Lo scienziato Alberto Righini, Università di Firenze, offre un suo intervento sull’importanza dell’astronomia per il ciclo dinamico della Natura. La serata si conclude con un incontro tra poeti e astronomi che esplorano l’universo adoperando linguaggi diversi ma complementari.

Due squadre maestre si confrontano interagendo con il pubblico per diffondere la scienza che incontra la poesia. Ruggero Stanga, Eleonora Bianchi, Barbara Olmi ed Emanuele Pace, forniscono una mappatura del cielo mentre Karoline Borelli, Carlo Michele Marenco, Alberto Nocerino, Giovanna Olivari e Lidia Riviello completano il disegno universale con poesie e testi tessuti di fiori e di stelle.

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CAPPUCCETTO VERDE

CALLIOPE BUREAU
Comunicato Stampa n.10
ORTO BOTANICO
GIARDINO DEI SEMPLICI FIRENZE


CAPPUCCETTO VERDE
Quando un colore si fa portavoce
GIOVEDI 7 SETTEMBRE ore 17.30
Firenze, 23 agosto 2017 – Continua la mostra Rose e Foglie, su una
linea di silenzio del pittore ligure Sergio Gagliolo allestita nella Serra
Fredda dell’Orto Botanico a Firenze fino al 24 settembre, in concomitanza con
le Giornate Europee del Patrimonio. Il tema prevalente degli eventi collaterali
alla mostra, le Conversazioni trasversali che si svolgeranno nel mese
prossimo di settembre, è in sintonia con il leitmotiv europeo accentuando
l’attenzione sulla natura e il suo rapporto con la cultura.
Cappucetto verde, come anche l’evento successivo Mapping the
Garden. Mapping the Sky provocano la nostra curiosità, la forza
immaginaria e la creatività di ravvivare il nostro legame nella natura e con
tutto ciò che la natura ci offre.
Effettivamente, che cosa c’è di più incantevole di un giardino? Quanti stimoli
può dare il mondo vegetale alla percezione, all’immaginazione e alla
conoscenza? Ne fanno cenno Paolo Luzzi, Direttore dell’Orto Botanico e
Beth Vermeer, Design of the Universe e ideatrice del progetto
complessivo, nelle loro presentazioni.
Successivamente Maurizio Fanni, Presidente del Gruppo Immagine,
Trieste, racconta le sue ispirazioni tratte dall’incontro con Bruno Munari in
una conferenza istruttiva e altrettanto ricca di incoraggianti momenti vissuti
insieme alle scuole e agli operatori del settore. Come l’esperienza dei Giardini
Zen e della Piazza Leggera.
Il Gruppo Immagine, una realtà accreditata presso il MIUR per la
formazione in ambito artistico, propone dal 1987 laboratori secondo la
metodologia “giocare con l’arte”. Alla sua costituzione, in Trieste,
l’Associazione è stata seguita e accompagnata da Bruno Munari, con riflessioni
sul metodo e con progetti di laboratorio per bambini e ragazzi. Nel 2008 ha
dato vita, all’interno del Parco di San Giovanni (già Ospedale Psichiatrico e
luogo dell’esperienza di Franco e Franca Basaglia) al Mini Mu.
L’intervento di Maurizio Fanni si conclude con il reading Anam !ara a tre
voci, insieme alla poetessa Marisa Tumicelli che attraverso due nuovi
brani di prosa poetica intona un elogio al verde. L’attore Riccardo Bono,
già familiare con i testi poetici di Marisa Tumicelli recitati in altre occasioni, è
la terza voce del reading.
Anam !ara si ispira liberamente alla psicologia analitica di Carl Gustav Jung
ed assume quale territorio (di cultura, natura, leggende, spiritualità,
visionarietà) di riferimento quello dell’antica Irlanda (Erin) e Scozia (Alba e
Iona) dopo la cristianizzazione. Il personaggio principale è l’anam !ara che
presenta i caratteri descritti da John O’Donuhue nelle varie sue opere sulla
saggezza celtica
La serata prosegue con la scenografia inedita Indaco della giovane performer
genovese Cri Eco la cui cifra artistica esprime il continuo ciclo della natura e
dei suoi elementi, come in questo caso i fiori e le stelle. Il suo immaginario
tende la mano alla terza messaggera in difesa della natura, Patrizia
Battaglia. L’artista del Teatro Carlo Felice di Genova invita il pubblico nel
magico Giardino della Musica con la filosofia del buon ascolto, e propone
un repertorio tra canto lirico e recitazione, accompagnata al pianoforte dal
Maestro Sante Carnevali. Una volta in più passa l’appello che il verde,
come denominazione, unisce molte materie, molti pensieri e soprattutto gli
ideali dei bambini e degli adulti.

Non Dimenticarmi

Non Dimenticarmi_1“La gente ci chiede perché non facemmo qualcosa,
perché non fuggimmo, perché non ci nascondemmo.
Le cose non successero di colpo, ma lentamente…
Fuori era buio. Pensai: questo è l’inferno di un pazzo…”

Nell’ambito dell’evento Segrete Tracce di Memoria – Alleanza di Artisti in Memoria della Shoah, VIII edizione, ideato e curato da Virginia Monteverde, è andata in scena nella suggestiva ambientazione delle prigioni della Torre Grimaldina di Palazzo Ducale di Genova, l’azione teatrale NON DIMENTICARMI, ideata e interpretata da Franca Fioravanti del Teatro delle Nuvole.

All’interno della cella che ospitava la videoinstallazione di Armida Gandini, Franca Fioravanti evoca alcune memorie di sopravvissute dell’olocausto, elaborate drammaturgicamente dall’autore Marco Romei.

Le leggi razziali, le deportazioni, il viaggio verso i campi di sterminio, lo strazio della separazione dai propri cari, la marchiatura, la diversità, il freddo, la fame, la morte: sono frammenti di un incubo che Franca Fioravanti, senza retorica e senza compiacimenti, porge in modo lieve ma profondo, partecipe e intenso. L’attrice danza con le parole, suona un cuscino di foglie, conduce gli ascoltatori in un’altra dimensione, e infine danza un ballo di liberazione.

Non Dimenticarmi_2

Il pubblico entra silenzioso in piccoli gruppi, al suono di un valzer remoto, e si dispone in circolo all’ascolto, diventando “Testimone” degli eventi descritti dall’attrice, che infatti, alla fine, chiede alle persone di non dimenticare, di raccontare, una volta usciti dalla cella, la storia appena sentita, la vita delle persone comuni che, anche nell’orrore, non hanno mai perso la speranza e l’amore per la vita.

 

Genova, 27 gennaio 2016

Fotografie di Patrizia Lanna

Per chi volesse approfondire, ed è certamente il caso di farlo, reindirizzo alla pagina FB dell’evento http://on.fb.me/1TlsRvP

e del video

http://on.fb.me/1SPOJA2

Non Dimenticarmi_3

Poesia in Musica e Canzone Randagia

Formaldeide_BobbySoul_AlessioCaorsi

Chi conosce Formaldeide e Bobby Soul sa che frequentano mondi prossimi, ma paralleli.

La realtà di Formaldeide (Bettina Banchini, voce recitante, e Lorenzo Guacciolo, chitarra emotiva) è quella di una musicopoesia spesso confessionale, dai toni acidi e sferzanti, ironici e disperati, in un gioco di estremi tenuti assieme da sei corde incredibili.

Bobby Soul (accompagnato da Alessio Caorsi alla chitarra rovente) è un cantattore dalla voce nerissima e dal sorriso rassicurante, con un repertorio soul, funk, blues.

L’associazione pare inedita e coraggiosa, la distanza incolmabile.

Poi, si apre il sipario e Formaldeide si manifesta: è un universo femminile messo a nudo, fatto di pelle, sogni e qualche taglio, nella tensione ondivaga ed onirica creata dalla sinergia avvolgente di voce e chitarra.

In questo universo, sulle ali di un’eco, piomba la calda e terrena energia maschile di Bobby ed Alessio: You do something to me.

Ogni dubbio cade, il palco non mente: restituisce ciò che dai, supera schemi, classificazioni, preconcetti.

Si tratta della più antica ed affascinante storia di sempre: lui e lei si inseguono, si stuzzicano, entrano in contatto profondo ed inevitabilmente non si comprendono.

In questa schermaglia eterna interviene Viviane Ciampi, nel suo francese delicato ed affascinante, cantando l’irridente gioia di vivere di Boris Vian, per ricordarci che viviamo un destino comune e mortale.

Potrebbe esser un buon finale, ma è lo stesso Vian (declamato prima in originale da Viviane, poi in traduzione da Bettina) a riportarci nel nostro mondo imperfetto, finito e romantico, in cui uomo e donna cercano di fare il proprio meglio, aree creature del vento che si attaccano l’un l’altra per non disperdersi…

Il dialogo a distanza riprende su un piano più alto e consapevole, e le voci lasciano il campo alle chitarre, alla ricerca di una lingua comune, in un fraseggio prima accennato poi fitto, caldo ed avvolgente, in cui gli stili si fondono in un altro atto d’amore, conducendoci altrove. Vorremmo non finisse mai…

“Dormi, dormi adesso dentro la mia pelle” dice lei.

“Questo mio mondo” – risponde lui, rassicurante – “ma non sarebbe nulla senza una donna”.

Sembrerebbe tutto ricomposto nel canonico lieto fine, ma non è così.

Bettina legge “Per il mio amante, che torna dalla moglie” di Anne Sexton  e dissolve l’acquarello.

 

Protagonisti convincentissimi… Quando lo ridanno?

 

 

Paesaggi Perduti – Teatro delle Nuvole

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Scrivere di Pasolini è come camminare su un filo teso tra due grattacieli, mantenendo un difficile equilibrio tra il vento dell’agiografia e quello della calunnia. Il personaggio è così noto e controverso che il pubblico parte inevitabilmente da un idea preconcetta. Io stesso mi son chiesto se avrei dovuto spogliarmi di ogni mia conoscenza, far tabula rasa, per affrontare nel modo corretto Paesaggi Perduti, elaborazione drammaturgica di testi pasoliniani, eseguita da Marco Romei per il Teatro delle Nuvole.

Non è stato necessario.

E’ bastato che Franca Fioravanti, regista ed interprete, ci porgesse i versi “Io sono una forza del passato. Solo nella tradizione è il mio amore…” per trovarsi lì ma anche altrove, allo stesso modo in cui, bambini, si veniva rapiti in un mondo altro dalle parole “C’era una volta…”

E così, intrappolati nella narrazione come dallo sguardo del vecchio marinaio, abbiamo dovuto, voluto, lasciare tutto quel che sapevamo ed abbandonarci al fluire dell’evocazione.

La scena è spoglia, un leggio, una sedia, sullo sfondo luci ed immagini di Liliana Iadeluca* e le musiche ondivaghe di Bernardo Russo, eppure c’è tutto, perché, lo si nota dal silenzio, ci siamo noi.

Il testo parte dunque dalla poesia recitata da Orson Welles nella Ricotta, fornendo un luogo ed un tempo al nostro provenire, rivendicandone la dignità di grandi e piccole storie, di volti, madri, affetti, rinunce, ma anche lotte sociali. E’ la storia di un paese, di persone, di una cultura, contadina ma anche altissima, che attraversa una fase di transizione violenta, esposta alle proprie lacerazioni mai sanate, ad una guerra ancora più aspra perché interna, al mito straniero che si impone, identificata nel sorriso tra le lacrime di Marilyn. Marilyn è in qualche modo punto cardine della narrazione, perché ultimo mito, perché contemporaneamente bellezza spontanea ed incanalata, libertà ed omologazione. La morte di Marilyn, prima della morte anagrafica, è rappresentativa del successo della manipolazione di ogni cultura, di quel mostro dalla mille teste e nessun cervello che portava, e porta, il nome di civiltà dei consumi.  A questo mostro si possono opporre solo le bandiere del nostro esser terra, popolo, storia… E la narrazione va oltre, anche oltre Pasolini – ma non dirò – rivelando scenari apocalittici, liberando urla, ponendo domande alle quali forse non è necessario dare una risposta, perché la verità non bisogna nominarla. Che appena la nomini, non c’è più.

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Marco Romei, una volta di più, ha reso teatro un insieme di pensieri provenienti da più fonti: poesie, interviste, scene cinematografiche e teatrali, articoli giornalistici. Paesaggi Perduti è la narrazione sapientemente tessuta di quel che siamo stati, ma anche, e soprattutto, della “bellezza morale” pasoliniana, una bellezza che Franca Fioravanti ha cantato, cullato, urlato e qualsiasi altra cosa sia possibile fare con la voce, finché l’abbiamo sentita anche nostra.

Non c’è più spazio nell’oggi per questi paesaggi?

Sono realmente perduti?

Dagli applausi del pubblico, ma soprattutto dai mormorii affascinati di molti studenti direi si tratti di Paesaggi Ritrovati.

Mi auguro passino anche dalla vostra città.

* con Enrico Goretti

La foto del post è di Alessandra Vinotto.

Paesaggi

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Da sempre il Teatro delle Nuvole s’incammina per il sentiero della bellezza, in punta di piedi, con grande rispetto. E’ una premessa necessaria, perché questo approccio umile, al servizio della poesia e della comunicazione, consente di aprire porte che altrimenti non si aprirebbero.

Con questo bagaglio di amore per la scrittura, di disponibilità e di lunga esperienza, nel 2011 il Teatro delle Nuvole ha oltrepassato la soglia della Casa Circondariale di Chiavari con un progetto del Laboratorio Teatrale curato da Franca Fioravanti e mirato alla condivisone di testi poetici legati al territorio ligure.

Si è trattato di un’esperienza ricchissima perché non facile, fatta di superamenti di barriere, conoscenza di altri mondi e linguaggi, nel tentativo di render corale una realtà fratta, individuale e … fuori dal coro.

Paesaggi è una sorta di riavvolgimento ideale della realtà, per poterla in qualche modo riscrivere. Così la poesia viene proposta, frammentata, raccogliendone i pezzi più significativi per ciascun detenuto, e ricomposta in un mosaico di emozioni fatte proprie, in un superamento della propria individualità  di confine, che, finalmente, diviene canto comune.

Quel che si è perso, è andato in pezzi, è irrecuperabile, si ricrea in altra forma, diviene polifonia possibile, sul palco, ma soprattutto dentro ciascuno.

E così Attilio, Antonio, Federico, Gianfranco, Yassin, Mirko,  Mustafà, William offrono la loro voce a questa liturgia liberatoria che si fa metatesto, donando a questa terra anche l’eco dei suoi luoghi e delle sue cuori reclusi.

Paesaggi diviene così canto, performance, opera nuova itinerante che, superate le barriere interne, non ha più confini.

Terra tu sei piena di grazia, i miei occhi sono nuovi.

Amarilli o della seconda pratica

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Il primo amore non si scorda mai, sia che si chiami Amarilli o meno.

Ma la pratica? E’ meglio la prima pratica o la seconda? Quale ci rimane indelebilmente impressa? E soprattutto: è un tema ancora attuale?

Ehm… forse sono andato troppo oltre.

Ricominciamo.

Post musicale del mercoledì.

Tutto nasce dall’ascolto di un madrigale di Claudio Monteverdi (1567-1643).

Monteverdi compone la musica sui versi sciolti di Cruda Amarilli di Battista Guarini (1538-1612), noto drammaturgo e poeta, autore del Pastor Fido.

I versi sono noti e Luca Marenzio (1553-1599), il più noto madrigalista del suo tempo, ne ha già fornito una versione pubblicata nel 1595.

Il madrigale di Monteverdi viene dato alle stampe , alcuni anni dopo, nel 1608, prima composizione del V libro dei Madrigali.

E’ un madrigale importante perché, già prima della pubblicazione, viene fatto oggetto di critiche profonde da parte di Giovanni Maria Artusi nel suo Delle Imperfezioni della Moderna Musica, seconda parte, del 1603. Monteverdi risponderà alle critiche proprio nella prefazione del V Libro.

E’ una disputa tra lo stile codificato da Gioseffo Zarlino, maestro di Artusi, e uno in cui le dissonanze sono più libere, di cui Monteverdi è alfiere, è la lotta tra prima pratica e seconda pratica, tra stile antico e stile moderno.

In questa sfida interviene anche Giulio Caccini (1550-1618) che con Le Nuove Musiche nel 1601 contribuisce al passaggio dal madrigale di genere polifonico a quello di genere monodico. Anche Caccini canta Amarilli, ma qui non è più cruda…

Sono passati oltre quattrocento anni dal tempo della disputa e son lieto di poter ugualmente apprezzare lo stile antico di Palestrina e quello moderno di Monteverdi.

E’ per forza necessaria una scelta? Va necessariamente buttato giù qualcuno dalla torre, o si può portar con sé tutto quanto c’è di bello?

Un dubbio, comunque permane. Di quale Amarilli stiamo parlando? Di quella cantata da Virgilio, del fiore che da ella prese il nome, o della Amarilli Etrusca?

In questa pagina, curiosando e cliccando, non troverete forse la risposta, ma nuovi spunti ed anche un racconto che della febbre di questo viaggio è la conseguenza.

Chi cercatrova

Non è detto rimanga sempre contento!

 

Djagilev e Nijinsky: Djagilijinsky il diario di una primavera

diaghilev

 Djagilev, Nijinsky e Stravinskij

Quella di Nijinsky e Djagilev è una storia complessa ed affascinante sorta nell’epicentro di un terremoto culturale, nella Parigi degli anni che precedettero la prima guerra mondiale.

Iniziò nel 1909, il trentasettenne Djagilev era l’impresario artistico del momento, aveva appena fondato i Ballets Russes, affidati al grande coreografo Fokine, mentre il diciannovenne Nijinsky era una stella accecante che si palesava. Fu un amore spesso tempestoso che durò quattro anni, fino al 1913, anno nel quale NiJinsky, al culmine della carriera, approfitta di un tour in Sudamerica per sposarsi a Buenos Aires con la contessa ungherese Romola de Pulszky.

Per capire quanto grande fosse la fama del ventitreenne Vaslav basti dire che il 29 maggio di quell’anno era stato protagonista e coreografo della prima rappresentazione de Le Sacre du Primtemps di Stravinskij. La scelta del matrimonio lo porta alla rottura, anche artistica, con il suo mentore. E’ quasi un rotolare a precipizio per sei anni fino a quel 1919, in cui scrive i tre quaderni noti e pubblicati come Diari, ed in cui gli venne diagnosticata la schizofrenia, che di fatto sancirà la sua fine.

Dei Diari abbiamo fatto menzione nel post di ieri, dedicato, musicalmente, alla riedizione filologica di quella prima rappresentazione della Sagra della Primavera, e, letterariamente, alla rivisitazione dei Diari da parte di Peter DeVille: Djagilijinsky.

Il post di ieri ci offriva Nijinsky rivisitato, quello di oggi ce lo mostra all’opera

http://youtu.be/Vxs8MrPZUIg

 

Quella di Nijinsky e Djagilev è una storia dai molti personaggi di grande rilievo. Mi sono divertito qui sotto a citarne solo alcuni. 

Vaclav Fomič Nižinskij (Вацлав Фомич Нижинский, traslitterato anche come Vaslav Fomich Nijinsky, Nijinski oNijinskij; in polacco: Wacław Niżyński) (Kiev, 12 marzo 1890 – Londra, 8 aprile 1950) danzatore e coreografo

Sergej Pavlovič Djagilev, detto Serge (in russo: Сергей Павлович Дягилев; Selišči, 31 marzo 1872 – Venezia, 19 agosto1929) impresario teatrale

Igor’ Fëdorovič Stravinskij (in russo: Игорь Фёдорович Стравинский; Lomonosov, 17 giugno 1882 – New York, 6 aprile1971) compositore

Michel Fokine, nato Michail Michajlovič Fokin (in russo: Михаил Михайлович Фокин; San Pietroburgo, 26 aprile 1880 –New York, 22 agosto 1942) danzatore e primo coreografo dei Ballets Russes

Anna Pavlovna Pavlova in russo: Анна Павловна Павлова (San Pietroburgo, 12 febbraio 1881 – L’Aia, 23 gennaio 1931) etoile dei Ballets Russes

Nikolaj Konstantinovič Roerich in russo: Николай Константинович Рерих (San Pietroburgo, 10 ottobre 1874Kullu, 13 dicembre 1947pittore, antropologo, diplomatico, archeologo, poeta, scenografo e costumista (Sagra della Primavera)

Léon Bakst, pseudonimo di Lev Schmule Rozenberg; oppure in versione russa Lev Samojlovič Rosenberg (Grodno,10 maggio 1866 – Parigi, 28 dicembre 1924) pittore, scenografo ed illustratore

Claude-Achille Debussy (Saint-Germain-en-Laye, 22 agosto 1862 – Parigi, 25 marzo 1918) compositore (Il Pomeriggio di un Fauno)

Pablo Diego José Francisco de Paula Juan Nepomuceno María de los Remedios Cipriano de la Santísima TrinidadMartir Patricio Ruiz y Picasso, semplicemente noto come Pablo Picasso (Málaga, 25 ottobre 1881 – Mougins, 8 aprile 1973) pittore (allestimento e costumi per Djagilev)

Jean-Bertrand Redon, meglio conosciuto come Odilon (Bordeaux, 20 aprile 1840 – Parigi, 6 luglio 1916) pittore (allestimento e costumi, insieme a Bakst in Il Pomeriggio di un Fauno)

Nijinsky_Diaghilev_Benois_Stravinsky_Beausoleil_c1912

The Russian Affair

Post musicale del mercoledì estremamente impegnativo, ma anche di grande soddisfazione, se troverete il tempo da dedicargli.

Si parte con Igor Stravinsky – Le Sacre du Printemps – Vaslav Nijinsky-Version 1913 – Ballett Mariinski-Theater, una versione filologica che presenta il balletto così come danzato dal grande Vaslav Nijinsky

Il nome Nijinsky è, letterariamente, legato ai suoi interessantissimi Diari, editi in italiano da Adelphi.

Noi ne presentiamo una versione, rivisitata da Peter DeVille, già pubblicata nel babau n.15 ed ora da me ritradotta. Djagilijinsky.

Un altro Fo

Fo est

“Svelato il Mistero Buffo di Fo a Genova” potrebbe esser il titolo di questo post.“Come mai Dario Fo è sceso a Sestri Ponente?” si chiedeva dubbioso Alberto Repetti nel suo intervento precedente. Scenari politici o fantapolitici si celano dietro questa scelta? Ostracismi di partito? Alcuni accadimenti degli ultimi tempi in effetti potevano farlo pensare.

Non è andata così.

In nomen omen, è così Dario, di cognome Fo, è costretto a fare, fare, fare.

Irrefrenabile, ad 88 anni, scrive recita dipinge e viaggia, senza risparmiarsi.

E’ durante una conversazione con Gianfranco Margaroli, pittore e curatore di mostre, nonché sestrese, che nasce l’idea di allestire una mostra pittorica nella cinquecentesca sede dell’antico
Comune di Sestri Ponente, ora VI Circoscrizione “Medio Ponente” genovese.
Margaroli mi racconta di un Fo disponibile al fare, della semplicità e reattività di alcuni grandi, sorprendente per chi è abituato all’inamovibilità della burocrazia.
Scende dunque a Sestri Ponente una mostra di 22 dipinti di recente produzione in tecnica mista su tela, tavola e cartoncino.
Si tratta di opere diverse tra loro legate da un identico amore per il colore e per la
rappresentazione.

Fo ovest

 

Come scrive lo stesso Fo: ” Non c’è più differenza per me fra il  “pitturare”, disegnare e raccontare o interpretare un ruolo sulla scena. Quando, e mi accade spesso, nell’allestire uno spettacolo, mi ritrovo in crisi e non mi riesce di rimediare un ritmo o uno svolgimento consono a quello che vorrei raccontare, l’unica soluzione per me è procurarmi un grande foglio di carta, dei colori, penna e pennelli. Il tutto per segnare ritmi e figure che con sintesi e altri andamenti, raccontino in un’altra forma la storia in questione.”
Alcuni di questi disegni, dipinti, bozzetti diventano storyboard per illustrare la scena ai propri attori. Dello storyboard queste opere, tutte, hanno l’energia e la vitalità, la”presenza” di Fo, che il visitatore percepisce e porta via con sé.

Se ne avete la possibilità, accorrete alla mostra e, se proprio non potete acquistare un
dipinto, sono in vendita delle bellissime litografie, per lo più “di scena”,
ad un costo esiguo ed il cui ricavato finirà alla Onlus “Il Nobel per i disabili”.

Fo Litos