Amarilliii – di Carlo M. Marenco

Amariliii Head

Ho finito l’articolo su Amarilli! E sembra che pure l’influenza sia scomparsa con esso!

  • Sei fuori dal tunnel?
  • Si sembra, di sì… che giorno è?
  • Giovedì!
  • Giovedì, quale?
  • Dodici!
  • Dodici?! Ma non avevamo un aereo per Londra?
  • Londra? No… non so, ci avevi detto di preparare delle valigie per il fine settimana, ma Londra!?
  • Sì, direi Londra, oggi… Aspetta… Cazzo, imbarco 14.30! Che ore sono?
  • Le 11.30! Tu sei pazzo! Quando aspettavi a dirlo? Come si fa?
  • Doveva esser una sorpresa, certo non così estrema, ma Amarilli e la febbre mi han portato via!
  • Ma che Amarilli?! Hai l’arteriosclerosi!
  • Le valigie?
  • Pronte!
  • Beh ci siamo tutti, possiamo andare!
  • Tutti chi?
  • Noi tre. I miei dovrebbero già esser all’aeroporto.
  • I tuoi? Quando aspettavi a dirmelo? E se Giacomo fosse stato a scuola?
  • Ma non è a scuola, ha finito l’influenza pure lui!
  • No, hai ragione, non hai l’arteriosclerosi. Tu sei pazzo!

Butto un grido di là, forte, nella speranza di esser udito.

  • Giacomo, sei pronto? Si va a Londra!
  • Quando?
  • Ora!
  • Come ora?
  • Ora!
  • Devo finire una partita!
  • Non c’è tempo, siamo già in ritardo, mettiti qualcosa… a Londra è più freddo di questa stagione.
  • Tuo padre è pazzo!
  • Però, Londra!

Siamo in auto, chissà poi perché, non sarebbe stato più sensato andare in taxi? Intanto abbiamo già fatto le 12.30 e…:

  • E zia Maria?
  • E’ dagli zii, l’avrai avvertita, almeno lei, che andavamo via, no?
  • Quando uno si dimentica, si dimentica.
  • Ma porca… e adesso?
  • E adesso la avverto…

Telefono.

  • Pronto zia.
  • Ciao Carlo, sai dovevo dirti una cosa.
  • Si, pure io.
  • Vedi, lo zio Sandro sta andando in ospedale per un esame.
  • Ehm, zia è una cosa urgente.
  • Beh, si è una cosa abbastanza urgente, ha un problema all’anca che non lo lascia dormire.
  • Non intendevo lo zio, intendevo dirti che IO ho un cosa urgente da dirti.
  • Non stai bene? Giacomo? E’ successo qualcosa?
  • No, no… solo che mi sono dimenticato di dirti che andiamo a Londra qualche giorno. Ora, in questo momento, e non puoi tornare da noi. O meglio puoi tornare se hai le chiavi con te, ma poiché saresti sola, forse è meglio che rimani lì, con gli zii.
  • Beh, sono già qui, ma voi non eravate influenzati?
  • Sì, ma… scusami… siamo in aeroporto. Quando torniamo vengo a prenderti. Ciao!

Perfetto, un trolley, due… Due? E il mio?

  • Ehm, prendete i vostri biglietti, andate a far il check in, i miei dovrebbero già esser al gate. Tenetemi il posto. Ho dimenticato qualcosa, arrivo subito!
  • Hai dimenticato qualcos’altro oltre al fatto di dircelo, alla zia e chissà che cosa! Almeno lasciaci il tuo bagaglio. Dove è?
  • Tu sei fuori! Fuori! Magari non lo hai nemmeno preparato!
  • Mah… ho dimenticato le medicine a casa!
  • E pure il cervello!
  • Farò prestissimo!

Sento il peso del suo sguardo mentre mi allontano. Nonostante avrebbe dovuto abituarsi in tutti questi anni, credo non ci si possa abituare mai. Diverso è esserci nati. Giacomo non ha battuto ciglio, ma lui, per l’appunto ci è nato e, temo, ne è contagiato.

Perché ho preso l’auto e non il taxi? Dove me la infilo la macchina? Vado come un pazzo e la parcheggio lontanissimo. Tanto valeva andare all’aeroporto a piedi!

Si è fatta l’una! Sono a casa. L’importante è che prenda i farmaci che non mi darebbero a Londra. Uno, due… dove è finita la Cardio? L’avrò mica finita? Ne ho una scatola di riserva in ufficio, ma… e la Statina? Sarà di là.

(…)

Non c’è. Sudo. Inizio ad esser teso… mi ci vorrebbe pure un ansiolitico. Ma ora no, proprio no. Le trovo tutte e di colpo mi rendo conto che sono vestito in modo inadattissimo. Tempo di sbarcare a Londra e già ho la broncopolmonite.

Raccolgo qualcosa, che indosso, di far la valigia non se ne parla nemmeno, quattro giorni son pochi, comprerò la il ricambio. Qui rischio di non arrivare nemmeno all’aeroporto.

Scendo vestito con qualche strato di troppo, one man luggage, ansia alle stelle.

Ecco un Taxi. Giallo. Giallo? Una 128 gialla!

Non posso mica formalizzarmi, c’è solo questo, ci sarà una coda pazzesca al check in. Avrei potuto farlo da casa, ma ho dimenticato pure questo e quindi dovrò fare la fila. In un’ora scarsa devo esser al gate. Ci si può fare, ma la fede inizia a vacillare. Sudo, cuore in gola…

  • Aeroporto prego!

Sul taxi, al fianco dell’autista vestito muratore, c’è Pino in abiti da casa.

  • Ciao, Carlo vado…
  • No, no stai pure, ho visto che stavate discorrendo e tra 6, 7 minuti levo il disturbo!

Lui resta, chiude la porta, io salgo dietro. Sul sedile dietro sono sedute la moglie e la figlia del tassista, anche loro in abito da casa. Che strana cosa. Magari non lo usano nemmeno più come taxi, ma non posso pensarci, ho una fretta maledetta.

Per qualche ragione a me ignota andiamo in salita, allungando a dismisura la strada, e questa 128 che avrà 40 anni, in cinque a bordo, in salita proprio non ce la può fare.

Finirà per fermarsi.

Lo fa, al primo tornante.

Il motore arranca, vorrei scendere a spingere, il tassista si scusa, ma è ottimista, ingrana la prima e, lentissimamente, seguiti da una fila strombazzante di auto, ripartiamo. Questi 7 minuti sono diventati 30, mi butto giù dall’auto, tendo di accedere all’aeroporto da un cancello laterale che sembra la frontiera della Germania Est negli anni 80.

– Deve fare il giro – mi dice un finanziere.

Il tempo mi sfugge dalle dita, mi esplode il cuore.

Mi sveglio.

L’articolo di Amarilli è finito, devo solo metterlo in rete. L’influenza direi di no.

Anton-Van-Dyck,-Amarilli-e-Mirtillo

 

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