Il 74° Festival del Cinema di Berlino (2024)

Il 74° Festival del cinema di Berlino si è svolto nella seconda metà di febbraio sotto la guida
congiunta di Carlo Chatrian per la parte culturale e di Mariëtte Rissenbeek per quella
commerciale. I due ambiti sono nel mondo del cinema difficilmente separabili e ancor meno
nel campo festivaliero. L’atmosfera del Festival è stata turbata dalla notizia della decisione di
Chatrian di lasciare la direzione di Berlino nonostante il successo da lui ottenuto. Il giovane
direttore che andrà a dirigere il museo del cinema di Torino, è riuscito a proporre un programma
culturalmente ben definito e egualmente accattivante per il pubblico berlinese. Nella vastità
dell’offerta di film e nella panoramica internazionale di filmografie, con uno sguardo particolare
all’Asia e all’Africa, la gestione Chatrian ha saputo farsi coraggiosamente portavoce di
tematiche difficili come il conflitto in Israele e le rivendicazioni di libertà del coraggioso cinema
iraniano. La Berlino del Festival non si è uniformata a direttive statali, ma è sempre stata aperta
al dibattito, curiosa degli sguardi discordanti, controversi ed attuali. Di qui la polemica con il
mondo politico berlinese, con lettere aperte alla ministra della cultura tedesca, firme di
appoggio a Chatrian di registi e altri artisti, che si interrogano sul futuro del festival. Dispiace
che queste prese di posizione di tipo politico da parte di ospiti del festival abbia offuscato
l’atmosfera di febbrile e gioiosa partecipazione cittadina alla manifestazione, specialmente
dopo gli anni difficili del Covid.
Ma entriamo ora nello specifico del cinema: il festival ha premiato con l’Orso d’Onore il regista
Martin Scorsese più volte presente alla Berlinale. Il regista è venuto a Berlino in compagnia
della figlia a ritirare l’onorificenza partecipando ad una emozionata serata. I campus per I nuovi
talenti hanno dato impulso e prestigio al festival con la partecipazione di grandi nomi, quali
Herzog, Wenders, Von Trotta.
Dopo la pandemia l’organizzazione del festival tramite acquisto online si è definitivamente
imposta ed ha modificato molto l’affluenza del pubblico nella zona di Potsdamer Platz. Per
questo le serate e le proiezioni alla presenza di ospiti prestigiosi sono state particolarmente
apprezzate. Il lato glamour del festival soffre sempre un po’ per via della stagione invernale,
quest’anno piuttosto clemente, e per il carattere assai poco modaiolo di Berlino. Inoltre i tagli
dei costi attuati dopo la pandemia ha comportato la scomparsa di alcune rassegne come la
Perspektive del Cinema Tedesco, molto amate dal pubblico, anche se nuove sezioni ,
Generation, Encounters, Shorts hanno guadagnato l’apprezzamento di pubblico e critica.
Passiamo adesso al commento di alcuni film della manifestazione che speriamo raggiungano
non troppo tardi le sale cinematografiche italiane. Cominciamo con l’Orso d’Oro 2024 che è
andato a Dahomey della regista Mati Diop. Si tratta di una coproduzione che coinvolge Francia,
Senegal e Benin. Il film è in forma documentaria e racconta la restituzione di opere d’arte
africana conservate in Francia allo Stato del Benin. Non è la prima volta che un film
documentario vince la sezione del concorso: ricordiamo nel 2015 Il bottone di madreperla,
film cileno del regista Gúzman e più recentemente nel 2022 il catalano Alcarrás. In Dahomey
si affronta un tema attuale: le conseguenze del colonialismo in Europa ed in Africa. La Francia
di Macron decide di restituire 26 manufatti conservati al museo di Quai Branly a Parigi al Benin,
lo stato che ospitava gli antichi regni africani sconfitti e depredati dalle truppe coloniali francesi
nel secolo scorso. È una restituzione quasi simbolica, dato che si tratta di soli 26 pezzi sugli
oltre 7000 che dovrebbero ritornare nel paese di provenienza. Ma è proprio l’unicità della
restituzione che consente di concentrarsi sulla singolare bellezza degli oggetti e sul fortissimo
impatto che questi provocano sulla popolazione locale. Una ventata di orgoglio, curiosità ed
ammirazione nell’attesa ed all’arrivo delle opera nel paese. Fra gli studenti dell’università di
Abomey-Calavi si è sviluppato un intenso dibattito: se tutte le opere debbano tornare
immediatamente in patria, se si tratti di una manovra elettorale di Macron, e quindi ancora una
volta un atteggiamento di paternalismo coloniale; se i governanti locali non debbano prendere
finalmente mano a rivendicazioni già vecchie di un secolo, oppure se non sia questo un
ennesimo tentativo di distrarre il popolo dai reali e ben più urgenti problemi politici del paese.
Il racconto denso si concentra in un film relativamente breve. Il documentario è tuttavia ricco
di momenti intensi, con una rievocazione del passato mai sentenziosa e pedagogica. Un film
fiero e capace di risvegliare con sguardi profondi e anche sbirciate irriverenti l’interesse degli
spettatori su una realtà poliedrica e in ebollizione come è quella africana. Dahomey porta il
cinema in un museo, ma poi lo conduce alla luce del sole. Ed è un’abbagliante ed esaltante
esperienza. Pesa su Dahomey l’accusa di intellettualismo, l’etichetta di film da festival, quel
tipo di film che non sopravvive al di fuori della manifestazione, non regge la visione nelle sale.
Ma pensiamo che si tratti una scommessa della regista Mati Diop con il pubblico: l’Africa è un
continente, il suo cinema anche, ha mille voci e non si può ingabbiare né in un museo, né in un
festival.
Sterben (Morire) di Matthias Glasner con Lars Eidinger, Corinna Harfouch e Lilith
Stangenberg è una amara commedia familiare in cui si alternano situazioni comiche a momenti
drammatici o malinconici. La cinematografia nordica ci ha abituato a questa rappresentazione
spesso rotante intorno ad una morte, occasione di incontro ed elemento scatenante di
recriminazioni, sorprese, vendette, rancore, ma insieme anche possibilità di rinascere a nuova
vita. È quello che capita nella famiglia Lunies negli anni Settanta. Alla morte del padre I figli
ritornano in famiglia per scoprire che anche la madre ha ben poco da vivere. Del tempo che
resta vogliono tutti profittare per rinvangare gli errori e le ingiustizie del passato, giustificare le
proprie scelte di vita, trovare alibi e comprensione per I propri insuccessi, cercare in fondo un
abbraccio affettuoso. Il figlio Tom, musicista dirige una composizione dal lugubre titolo
Sterben. Già sappiano da Fellini che la prova d’orchestra è un’esperienza più pericolosa di una
traversata dell’oceano in tempesta. Tom riesce a litigare con orchestrali, regista e compositore;
la rivalità artistica fra direttore d’orchestra e compositore si accende, (Bernard il compositore è
un amico carissimo di Tom). Il ruolo di primus inter pares è conteso: non è forse il compositore
più importante del direttore? O piuttosto non è quest’ultimo, l’esecutore, primissimus inter
pares perché responsabile della realizzazione dell’opera? Sterben prende ‘vita‘ solo grazie
all’interpretazione di Tom. Bern si sente defraudato della sua composizione. Tom sminuito nella
conduzione e svilito dall’amico. Ma crisi si accuisce su più fronti: come rimproverare alla
madre morente di averti privato dell’infanzia, di essere stata anaffettiva? Come liberarsi di sensi
di colpa per aver trascurato il padre malato. Aggiungiamo al quadro una ex fidanzata
disturbatache cerca di investirti del ruolo di padre putativo, una sorella, tossica e narcolettica
assistente ed amante di un dentista che ama lei, ma anche parimenti la bottiglia. Ne fa le spese
il paziente con carie, ma insieme la coppia e i loro rapporti familiari. Come suggerisce il titolo
del brano musicale che diventa il titolo del film Sterben, morire è un processo difficile quanto
il vivere.
In Liebe, Eure Hilde (Con amore, la vostra Hilde) di Andreas Dresen, un altro contributo
tedesco alla rassegna del concorso racconta la vita di Hilde Coppi e di altri giovani protagonisti
del movimento di resistenza al nazismo Die Rote Kapelle. Il pubblico italiano è più familiare
con die Weiße Rose – quanti colori in lotta con il nero del Nazionalsocialismo!- e non conosce
molto del gruppo die Rote Kapelle (L’Orchestra rossa): questo movimento composito e vasto è
debitore proprio al suo colore della scarsa conoscenza ed apprezzamento anche in Germania. I
suoi partecipanti hanno subito per anni l’accusa di aver tradito la patria tedesca, di essere stati
al servizio dell’Unione Sovietica, al soldo dei comunisti e di aver fatto il doppio gioco con gli
Alleati. Negli anni della Guerra fredda, della Germania divisa, nessuno voleva occuparsi di
loro, considerati spie comuniste da una parte del Muro e come borghesi finti comunisti traditori
fedifraghi della patria dall’altra parte. Soltanto di recente e dopo l’apertura degli archivi della
Stasi e degli archivi sovietici è iniziato un lavoro di documentazione sul gruppo resistente, sulle
sue azioni di propaganda antinazista, sulla vita dei protagonisti. Il cinema ha svolto un ruolo
importantissimo in quest’opera di ricostruzione. Ricordiamo anche solo il film sul drammaturgo
e poeta Günther Weisenborn, che scampò la morte perché la sua esecuzione capitale fu bloccata
dall’entrata delle truppe russe a Berlino. Il suo cognome iniziava con la doppia vu e quindi
apparteneva all’ultimo scaglione dei condannati a morte di Plötzensee. Passò il resto della vita
a cercare di riabilitare la memoria dei compagni di lotta scomparsi. I due figli hanno continuato
questo combattimento paterno con un film su di lui. Con amore, la vostra Hilde di Andreas
Dresen si inserisce in questo filone di riscoperta dei gruppi resistenti per così dire dimenticati e
soprattutto dei loro protagonisti, giovanissimi, nati e vissuti in una dittatura efferata, ma capaci
di interrogarsi sui valori propagandati e di lottare contro il nazismo. Il suo film parla di una
delle giovanissime donne che presero parte al gruppo Rote Kapelle. Il tentativo di collegarsi via
radio con le truppe sovietiche e di rivelare ciò che la propaganda nazista nascondeva ai tedeschi,
la sconfitta di Stalingrado, le nefandezze contro gli ebrei, le menzogne sull’andamento della
guerra costò la vita a Hilde e al marito Hans.
Il titolo riporta la conclusione dell’ultima lettera di Hilde ai suoi familiari prima di essere
ghigliottinata. Con amore, Hilde si rivela anche al pubblico.

Keyke mahboobe man (My Favorite Cake) di Maryam Maghaddam
Il cinema iraniano ci riserva sempre gradevoli sorprese. Il festival di Berlino ha sempre
coraggiosamente appoggiato la causa della libertà in Iran ed ha ospitato autori ed opere di
impegno. Questo breve film si presenta in apparenza leggero. La storia di una giornata.
Protagonista è una vedova settantenne (Lily Farhadpour), con la figlia lontana. Vediamo
dapprima i rituali della vita quotidiana, il té con le amiche, la spesa, la cura del giardino. Poi
l’incontro fortuito non con il postino della tradizione hollywoodiana, ma con un tassista (Esmail
Mehrabi). Una serata in cui Mahin e noi con lei iniziamo a sperare in un’avventura. Ma le ombre
si accumulano intorno a lei e al gentile tassista. Capiamo dalla sequenza degli accadimenti che
le intermittenze del cuore dei protagonisti, i loro trasalimenti non ci condurranno al lieto fine.
Tutto nel film è delicatamente scontato, non ci sono sorprese. Le ombre prevalgono. La regista
sembra dirci: questa è la Persia di oggi, senza fiabe. La protagonista diventa al termine del film
una leonessa in lotta contro le avversità, senza perdere la dolcezza. I pericoli sono tanti,
l’avventura continua: donna, vita, libertà!

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