Il 75° Festival del Cinema di Berlino (2025)

a cura di Daniela Coco

Il 75° Festival del cinema di Berlino, il consueto appuntamento cinematografico invernale ha presentato a febbraio un’amplissima scelta di film con uno sguardo curioso alla cinematografia internazionale ed una particolare attenzione alle nuove leve del cinema che si cimentano in un campus che è ormai collaudata palestra e contemporaneamente finestra sul mondo. L’esperienza di isolamento della pandemia ha accelerato lo sviluppo elettronico del festival. Così è venuta meno l’atmosfera festivaliera della città che anche in averse condizioni climatiche si creava comunque intorno alla Potsdamer Platz. Adesso potremmo dire l’attenzione si concentra nelle sale. E si dirama nei vari quartieri di Berlino. Vista la distanza temporale fra il festival e la pubblicazione di questo articolo, che ci costringe a parlare di film ancora lontani dai cinema italiani, vorremmo quest’anno concentrarci quasi monograficamente su alcuni film che ci sembrano particolarmente interessanti anche per il pubblico italiano. Da alcuni anni alle normali rassegne della Berlinale, il Panorama, il Forum etc.si è affiancata una selezione di documentari. Il confine tra fiction e document è quanto mai incerto al cinema, così nella narrativa, basterebbe citare registi quali Joris Ivens o ancor più Pier Paolo Pasolini.Come definire Comizi d’Amore di Pasolini? Come distinguere lo sguardo personalissimo di Pasolini dallo sguardo dei protagonisti del suo film? E cosa sono I mille guerrieri di terracotta che Ioris Ivens fa creare da artigiani cinesi, copie dei guerrieri che gli è stato vietato di filmare? È la sua Cina paccottiglia o una reinvenzione dello sguardo? Superando la prepostuosità della definizione e sapendo quanto anche le discipline scientifiche attingano ora da fonti letterarie e si contaminano con documenti non propriamenti tali, ci pare importante guardare il film come una entità artistica portatrice della sua verità e non schiava di veridicità, verisimiglianza e simili. Il film di cui vorremmo parlare è Holding Liat di Brandon Kramer presentato per la prima volta al pubblico a Berlino, e vincitore del premio del pubblico della sezione
Panorama Documentari. Il film affronta in diretta le vicende di Liat Beinin Atzili rapita il 7 Ottobre 2023 dagli attivisti di Hamas dal kibbutz dove viveva in un’area molto vicina alla Striscia di Gaza. Data la doppia nazionalità di Liat, israeliana ed americana, l’allora presidente Joe Biden venne coinvolto nelle trattative che portarono alla liberazione di alcuni ostaggi, fra cui Liat dopo 54 giorni di prigionia. Il regista Kramer, amico di famiglia, iniziò a girare riprese ed a registrare telefonate sin dal giorno successivo all’attacco di Hamas, cosicché il suo film quasi nasce più dalla sollecita premura di un amico che dalla volontà di realizzare una pellicola di attualità. Nasce dalla necessità di registrare e testimoniare ogni momento del drama della famiglia Beinin Atzili. Da questa straordinaria occasione si realizza Holding Liat. Il titolo contiene una voluta ambiguità: non soltanto i rapitori trattengono Liat, anche i suoi familiari la trattengono: con il ricordo, la tenacia della loro speranza, i tentativi di coinvolgere i potenti nella trattativa, la partecipazione ad un dramma che non è soltanto nazionale, che non è solo di una famiglia, non è solo di un popolo.
La Berlinale 2024 sempre nella sezione Panorama aveva mostrato un altro film, No Other Land, una produzione israelo-palestinese, testimonianza sofferta del dramma di una piccolo comunità palestinese nella Palestina occupata del Westbank. Questo film ha vinto pochi giorni dopo la fine del festival 2025 l’Oscar per il miglior documentario.
Fra le polemiche ancora vive, il festival di Berlino lascia raccontare un altro dramma. Holding Liat. Non siamo lontani da Masafer Yatta, il paese è lo stesso, due o più nomi per una terra contesa. Kibbutz di Nir Oz, 7 ottobre 2023, strage. Liat viene rapita; sa che anche suo marito è scomparso, ma ignora ed ignorerà per tutta la sua detenzione la sorte dei suoi tre figli e degli altri familiari ed amici del Kibbutz. I suoi genitori, una generazione di convinti e laici sionisti, vive una tragedia grandissima. Insieme con l’altra figlia Tal che vive in America cercano di annodare legami, di sensibilizzare il potere americano della scomparsa del rapimento di una loro concittadina e nel contempo partecipano alla tragedia di una fra oltre un migliaio di vittime. Come resistere ad una catastrofe? No other Land ci aveva già mostrato che la solidarietà esiste in uno sguardo, in un grido, in una lacrima. I genitori di Liat coinvolti in un vortice hanno personalità diverse, la madre Ruth
riconosce la propria spigolosità, è la leonessa che cerca la prole scomparsa, la trattativa non fa parte della sua feroce tenerezza. Il padre Yehuda deve invece mediare, parlare con diverse persone, ascoltare diversi pareri, accogliere aiuti opportuni ed importuni. Ruolo difficile, e sappiamo quanto perché dal singolo si irradia come un’eco stonata per tutto il paese. Voci rabbiose di vendetta e rappresaglia, suadenti ed infide promesse di alleanze e strategie si intendono dietro le voci dei singoli. La sorella di Liat, Tal vive appunto in America, si è estraniata dall’atmosfera del kibbutz, ma non dai suoi affetti. Ancor più difficile per lei lottare contro l’impotenza, difficile tenere, holding Liat che non c’è, è sepolta, viva? forse, dietro la ragion di stato, una rivalità secolare e le mille ragioni degli altri. Poi Liat ritorna, viva, e felice per qualche ora di ritrovare figli e genitori in vita. Dopo, le ombre si addensano: il marito Aviv non si è salvato. Si celebra il funerale alla presenza di tutto il kibbutz Nir Oz, tanto sofferente per perdite e distruzioni. E Liat trova la forza di ballare, di ricordare la gioia di un rapporto che è stato felice. Di far risuonare la colonna sonora della sua vita, che è ora il kaddish di Aviv. E la vita riprende, mentre noi sappiamo la strage continua, questa volta piú feroce e tenace dall’altra parte del muro. Liat si confronta con il dolore del kibbutz, ma anche con le ritorsioni che colpiscono quelli che sono stati i carnefici del marito, ed insieme coloro che la hanno nutrita, quelli con cui ha potuto parlare, quelli del paese, lo stesso, oltre il muro. Quel muro che scopriamo essere così vicino, quel muro che divide Liat da un popolo non lontano. Scopriamo con lei che il suo kibbutz sorge sulle rovine di tre villaggi palestinesi, e Liat ora sulle rovine della sua casa e della sua vita vede per la prima volta quelle rovine, lei che si scopre vedova di Aviv, scopre anche il dolore di altre vedove e nel contempo l’impulso a capire il dolore degli altri, di quelli di là dal muro. Di quelli che hanno ucciso persino il suo cane, quelli che hanno reso orfani i suoi figli, e lei improvvisamente sola di fronte al dolore. È uno strano processo: vediamo tutti I familiari di Liat lottare con lei e contro di lei. La generazione dei genitori che ha creato il paese sulle oscure rovine dell’olocausto resiste e cerca di salvare il mondo che esisteva prima del 7 ottobre. Sentiamo le voci divergenti: quella dello zio che ha abbandonato il kibbutz per non vivere sulle rovine di altri. Sentiamo la voce della sorella che protegge la sua libertà ed indipendenza, le voci piene di dolore e rancore dei figli feriti dalla morte violenta del padre. In questa coralità Liat è in ascolto. Sorpresa lei stessa
dei suoi nuovi sentimenti. Che sia un effetto ‚sindrome di Stoccolma‘, un momento di smarrimento transitorio? Liat insegna storia ai liceali, storia dell’olocausto, una conoscenza che impone ad ogni ragazzo israeliano una memoria ed una responsabilità nell’affermare Mai più. Dalla voce dei suoi giovani studenti, ragazzi che diventano subito dopo la maturità soldati, Liat impara ora che i muri sono tanti. Anche se li chiamiamo recinti o baluardi, che siano di pietra, di filo spinato o di indifferenza. Dobbiamo guardare attraverso, anche da una piccola apertura, dobbiamo vedere per capire, per poi scalarli, superarli e abbatterli.
La presentazione di Holding Liat alla Berlinale ha suscitato critiche e controversie. La reazione di Israele all’attentato del 7 Ottobre con l’attacco alla popolazione di Gaza, considerata in blocco terrorista è stata diversamente commentata in Germania. Diciamo che la posizione del governo non sempre ha coinciso con quella della popolazione tedesca. Questo contrasto che ancora persiste e si è anzi acuito dal 2023 ad oggi, si è manifestato con forza nelle sale della Berlinale. Avevamo già assistito a simili controversie in passato: con la dichiarazione di Derek Jarman sul suo essere malato di Ads negli anni Novanta, con gli interventi di Herzog e Margarethe Von Trotta sul terrorismo tedesco o la responsabilità del nazismo. Da Fassbinder ad Almodovar, a Rosa von Praunheim il dibattito sulla diversità, il gay proud, o più di recente con Andreas Dresen, Florian Henckel la riunificazione, il rapporto fra le due Germanie. Film come Das Leben der Anderen, Goodbye Lenin, o Sommer vorm Balkon, Herr Wichmann hanno dato il via ad un discorso cinematografico nuovo. Un dibattito che dalle sale è uscito per riversarsi nelle strade ed ha invaso e pervaso le vite di molti.

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