La Voce della Memoria – a cura di Eugenio Fici (da Il babau n.11)

Ripubblichiamo questa conversazione del 1993 con Nuto Revelli, scrittore ufficiale e partigiano italiano, perché pensiamo che le parole di peso rimangano tali, ma è necessario tramandarle affinché non vengano dimenticate.

Nuto Revelli Ilbabau11b

Che cosa l’ha spinta a scrivere di sé e delle esperienze della guerra?

Sono uscito dall’accademia militare di Modena come ufficiale effettivo degli alpini nella primavera 1941,  dopo due anni di corso, e sono stato destinato per mia scelta qui a Cuneo. Arrivato nel mese di Maggio, stato assegnato alla 15ª compagnia del Battaglione Borgo San Dalmazzo, la cui divisione Cuneense era appena tornata dal fronte greco-albanese. Poi, nell’inverno ’41-’42 si è cominciato a parlare di un possibile impiego sul fronte russo e il 1 aprile  ’42 sono stato trasferito dal 1º alpini della cuneense al 5º tridentino. Mentre la Cuneense era una divisione contenente anche apuani, liguri e gente di qui, la Tridentina era formata da lombardi e veneti. Con loro sono partito per il fronte russo. Prima di partire, la notte del 21 luglio, mi ero procurato un taccuino perché volevo tenere un diario dell’esperienza che stavo per vivere: da ufficiale effettivo avevo accumulato tanta teoria e adesso era venuto il momento di metterla in pratica. Pensavo di segnare soprattutto gli aspetti tecnici che avrei colto su quella esperienza, sui vari eserciti, quasi un confronto, poi è andata come è andata, l’aspetto tecnico non mi ha interessato fin dall’inizio e ho riversato sul diario tutti i miei stati d’animo, le molte cose che vedevo, intravedevo e non capivo, la difficoltà a lottare contro la mia ignoranza; fondamentalmente ero ignorante e non sapevo…

E non sapeva a cosa andava incontro?

Adesso le dirò una cosa che forse la stupirà: io ero ufficiale e quindi avevo un diploma, due anni di Accademia, ma la mia ignoranza era catastrofica, sapevo dov’era geograficamente l’Unione Sovietica, non sapevo cos’erano il fascismo e il comunismo se non dagli slogan e dalla propaganda. Durante il viaggio, abbiamo attraversato l’Austria e la Germania ed era turismo militare, perché tutto era calmo. Poi come siamo entrati in Polonia, dov’era già passata la guerra, abbiamo iniziato a cogliere i primi segni, i bombardamenti, i campi incolti, distese immense incolte, la popolazione, la gente malandata nelle stazioni, gli ebrei prima a Varsavia poi in tutte le altre stazioni, e per me è stato il primo vero shock, non sapevo niente… Lei si rende conto di cosa vuol dire andare ad ammazzare e farsi ammazzare, è una disgrazia immensa. In una stazione completa di binari ho visto un gruppo di una sessantina di ebrei guardati a vista da due SS con la pistola puntata. Cercavano di avvicinarsi alla nostra tradotta, c’era gente di tutte le età in uno stato pietoso, si andava dal bambino di 7 anni all’uomo di 80, tutti segnati dalla stella gialla, gente patita, sporca, che non si lavava da una ventina di giorni o un mese. Non riuscivo a comunicare con loro, era proibito, si poteva tentare di parlare ma io non capivo, li vedevo ridotti così e me ne chiedevo il perché, non sapevo niente dei campi di sterminio.

Una realtà difficile da accettare ancora oggi…

Io non mi rendevo conto, avevo visto degli ebrei che lavoravano nella stazione di Varsavia, poi lì mi sono reso conto che non poteva essere un episodio isolato, pensavo che fossero dei relitti, dei barboni… Questa cosa mi tormentava, volevo capire, mi dicevano di lasciare perdere, e lì mi sono detto che se quella era la guerra dei tedeschi quella non era la mia guerra. Queste cose le potevo magari confidare a un mio collega, al mio attendente, “ma guarda che schifo ridurre la gente in queste condizioni”, ma potevo farlo solo fino ad un certo punto. Così mi sono messo a scriverlo sul diario. Sono avvenute molte cose, c’è stato il disastro, nell’inverno ’42-’43, ed ho scritto tutto, per liberarmi di queste impressioni e stati d’animo; mi sono reso conto che stavo vivendo un’esperienza straordinaria, il mio cammino contro la mia ignoranza, e sono uscito dal disastro salvando il mio diario e le mie tre armi automatiche personali. Questo è  tutto quello che ho salvato da quel disastro, oltre agli uomini della mia compagnia che sono tornati. Io non ho scritto per gli altri, ho scritto per me; di quel diario ero così geloso che quando sono tornato a casa nella primavera del ’43 non ho voluto che nessuno della mia famiglia lo leggesse.

Del resto le prime esperienze letterarie sono legate al diario…

Io scrivevo di tutto quello che succedeva, del mondo che mi girava intorno, la mia esperienza era certo fondamentale sul piano personale, ma osservavo gli altri, non ero chiuso in me stesso, non dicevo “oggi mi fa male un’unghia” .

Gli altri non come personaggi di un romanzo… ma come propri simili , anche con la paura e l’incertezza di non esser creduti.

Ognuno ha il suo lavoro, vive in mezzo agli altri; come vivono, che problemi hanno, come partecipano alla vita giorno dopo giorno, questa era la mia visione.

Una visione diversa da quella di Rigoni Stern.

È una questione diversa. Lui Il Sergente nella neve l’ha scritto dopo. Il suo non è un diario di guerra, l’ha scritto quando è tornato dalla Russia, e poi se guarda il mio diario si rende conto di come scrivevo (mi passa il suo diario originale, Ndr): questo è Mai tardi, non è un appunto telegrafico da buttar giù, questo me lo segno poi lo scrivo dopo, qui era proprio la vita, io avevo bisogno di liberarmi.

E gli altri racconti sulla lotta partigiana, di Vittorini, di Calvino, Pavese, per esempio…

È un’altra cosa. Io ho fatto un diario e Mai tardi  è il dattiloscritto di quel diario. Dopo l’esperienza del fronte russo ho vissuto l’esperienza partigiana, difficile e dolorosa. Concluse le due pagine della mia esperienza di guerra, quella fascista in Russia e quella partigiana a casa mia, totalmente diverse e a migliaia di chilometri di distanza, con motivazioni opposte, io mi ero reso conto che la gente, i congiunti di chi non era tornato, non aveva capito dove e come era scomparso questo esercito italiano ed ho sentito che bisognava pubblicare questo diario, dichiarando “questa è la mia verità”. Non la verità assoluta, una verità da leggere con senso critico, ma è la mia verità: sappiate che la mia esperienza è stata questa. Poi di lì alla Guerra dei poveri

È stata quindi una sua scelta?

È stato Livio Bianco a dirmi di continuare con il discorso iniziato con Mai tardi; egli era preparatissimo, politicizzato, la sapeva lunga, è lui che mi ha convinto, mi ha detto di completare quel discorso con la guerra partigiana, e faticosamente ho messo insieme La guerra dei poveri, che è uscita nel ’62.  Io avrei voluto invece dedicarmi già ad una indagine soprattutto nell’ambiente della montagna, nella campagna povera. Avevo quello in testa, avevo vissuto il periodo partigiano in parte nelle valli, in Valle Stura, avevo scoperto qual era il retroterra famigliare di quelli che avevo visto morire in Russia, e questa cosa mi tormentava e mi ero detto “faccio parlare questa gente”. Livio Bianco mi ha invece consigliato di completare prima il discorso della guerra con l’esperienza partigiana, e allora ho messo giù La guerra dei poveri. In quel periodo sono rimasto dentro il tema della guerra, raccogliendo le testimonianze del ritorno dal Davai. Con La guerra dei poveri avevo concluso il mio discorso personale, autobiografico, volevo far parlare gli altri, i soldati, non gli ufficiali; la mia tesi è sempre stata un po’ questa: esistevano due eserciti, quello degli ufficiali e quello dei soldati…  numeroso, al quale mancavano gli elementi per contare, era difficilissimo che un soldato pubblicasse un diario, i generali scrivevano, pubblicavano: Badoglio, Roatta, Graziani… , tutti scrivevano; i soldati no.

Oppure a scrivere erano delle figure esterne, intellettuali, politici, che direttamente non avevano vissuto certe esperienze…

Scrivevano gli altri per loro, e allora ho raccolto le testimonianze de La strada del Davai. Mi interessava tantissimo la prigionia, della quale non s’era mai parlato – tutte notizie da far saltar fuori. Il libro è uscito nel ’66. Non ho abbandonato il tema della guerra e ho raccolto, sempre girando per le campagne, le valli, le Langhe, le lettere dall’ultimo fronte. In cinque anni ho raccolto diecimila lettere, ed ho fatto bene a raccoglierle perché gran parte di quella documentazione sarebbe andata perduta. Seimila le ho raccolte passando di casa in casa, quattromila le ho comprate da uno straccivendolo, al quale le aveva vendute al macero il Distretto Militare di Cuneo. Ho studiato questa documentazione e ho pubblicato, nel ’71, L’ultimo fronte, libro di epistolari e lettere, caduti e dispersi. Poi, ormai dentro al mondo contadino, ho scritto Il mondo dei Vinti

Nuto Revelli Ilbabau11aC’è una linea continua, quindi…

Una catena.

Un anello di congiunzione tra la figura del soldato e quella del contadino, dando voce a persone che non ne avevano, che sono dimenticate…

Il popolo.

Qualcuno dice “il popolo fa la storia”, una lettura particolare, questa, della storia. Anche Elsa Morante ne parla, ma è una storia romanzata.

Elsa Morante mi cita, ringraziandomi, perché ha pubblicato due o tre lettere nel suo libro (La Storia). Un amico all’Einaudi mi aveva detto che lei le aveva lette e avrebbe voluto pubblicarle. Mi pare che ce ne sia una in cui un suo personaggio scrive dalla Russia e dice “Rusia, 21 11” e quel Rusia l’aveva scioccata. Noi si scrive Cuneo, Mondovì, loro scrivevano Rusia perché sapevano di essere in Russia. Da Il mondo dei vinti sono passato alla ricerca sulle donne con L’anello forte.

Un testo che mostra il fianco ad una critica femminista: non prende posizioni in favore o contro il ruolo della donna, bensì rappresenta la rassegnazione a un mondo in cui l’unica via d’uscita è l’abbandono della terra, il lavoro in fabbrica. La documentazione epistolare ha un suo valore di  autenticità.

L’epistolario è la testimonianza che dà voce a chi non ce l’ha. Io continuavo a riflettere, ed intuivo che in mezzo a tutti i miei soldati, non tutti analfabeti -tutt’altro, alcuni avevano la V elementare- c’erano dei giovani intelligentissimi, che ci “mangiavano in insalata”, ed avevano tutto il mio rispetto. C’erano situazioni in cui non bastava solo dare degli ordini, perché questi ordini non erano eseguibili, e questi giovani si davano da fare, inventando e risolvendo problemi gravissimi; e uno si rendeva conto di come l’intelligenza non stia solo nelle persone colte, che a volte non ne hanno. Questo mi portava a comprendere queste persone, a non guardarle solo a livello di gerachia, di gradi. Si può incontrare un colonnello stupido e un soldato intelligente. Le gerarchie me le facevo un po’ così, vivendo in mezzo a questa gente.

La ritirata di Russia quanto è durata?

La mia ritirata, perché poi ce ne sono state due, una nel dicembre del ’42, quando si è sfasciato il fronte a sud della divisione alpina, delle divisioni di fanteria Pasubio, Corseria, Ravenna, Sforzesca. Noi siamo rimasti nel Don con un fianco scoperto fino al  17 gennaio ’43. Siamo usciti fisicamente dall’accerchiamento il 30 gennaio. Dopo aver incontrato il primo velo di linea tedesca, un carrarmato qui, un cannone anticarro tre chilometri più in là, abbiamo dovuto riprendere la corsa verso ovest perché c’era il rischio che ci chiudessero in un’altra sacca ed i sovietici venissero avanti. Quindi abbiamo percorso altri settecento chilometri a piedi, giorno dopo giorno, per allontanarci da quella zona pericolosa.

A ovest, quindi verso la Germania?

In ritirata abbiamo percorso 300 Km combattendo verso ovest e lì è durata circa 15 giorni e 15 notti, poi, allontanandoci da lì,  siamo andati a finire nella zona di Gommel,  ed ancora altri 700 km. Là le distanze sono immense.

Che impressione può dare la Russia vista così?

Un paese da mai più tornarci, da aggressori.  Bisogna pensare che noi siamo arrivati un anno dopo l’occupazione di quel territorio da parte dei tedeschi, che avevano fatto tabula rasa. I tedeschi possedevano una macchina distruttiva spaventosa, dove passavano depredavano, ammazzavano, deportavano, distruggevano; avevano calmato la popolazione col pugno duro. Noi vedevamo una popolazione che soffriva la fame, occupata dai tedeschi, dagli ungheresi, dai rumeni. La gente che ho incontrato era la popolazione dei villaggi, era gente contadina, gente buona, gente già provata dalla guerra, non c’era famiglia che non avesse un figlio morto al fronte.

Che relazione c’era tra la famiglia contadina di là e la nostra?

La prima similitudine che saltava fuori, istintiva, era la povertà del mondo contadino. Infatti, dei miei soldati che erano dei montanari quando si sono resi conto del mondo di là hanno detto “ma questi qui sono come noi!

Ma là c’era il comunismo e qui c’era il fascismo…

Si, ma quelli di cui parlo io non erano “timbrati”, non avevano il timbro da fascisti perché non lo erano, non sapevano nemmeno lontanamente cosa fosse il fascismo, sapevano che Mussolini aveva sempre ragione…

Com’era conosciuto Mussolini attraverso le riforme sociali?

Non molto, a livello scolastico. Le organizzazioni fasciste di allora, l’Opera Nazionale Balilla, la GIL, lei le trovava a Cuneo, ma se andava a cercarle in montagna non trovava niente. Qui tutti i sabati era obbligatoria l’adunata dei giovani, cose del genere in montagna non si sapeva nemmeno cosa fossero; mentre qui tutti i giovani avevano una divisa, obbligatoria fino dalle elementari, su in montagna andava già bene che fossero vestiti con quello che poteva provvedere la famiglia. Il fascismo era nelle città soprattutto.

Negli anni 40 la Russia era sotto Stalin.

E quelli di là, i poveri che abbiamo incontrato vivevano di stenti, avevano la guerra tra i piedi.

Nella guerra partigiana, al contrario, c’era la consapevolezza di una scelta. Perché scegliere una guerra partigiana?

Io la guerra partigiana l’ho scelta istintivamente; è inutile raccontare che avevo capito tutto, che era stata una scelta matura… sono tornato dalla esperienza dal fronte russo segnato dentro, odiavo la guerra, non credevo più nei gradi, la mia gerarchia era un’altra: la gerarchia dei valori; disprezzavo i fascisti imboscati -non disprezzavo il fascista convinto che era andato in guerra, che aveva pagato in guerra- disprezzavo quelli che avevano gridato alla guerra per anni, poi, quando era arrivata, se ne erano stati tutti qui. Avevo portato dalla Russia tre armi automatiche personali che non potevo tenere ma che, proprio perché ero tornato ribelle da quell’esperienza, non ho mollato a nessuno. Il mio generale, sapendo che le avevo, a Udine, durante il periodo della quarantena, un giorno me le ha chieste, ma io ero disposto a difenderle con le unghie ed i denti perché mi ero convinto che non era finita. Avevo una confusione enorme in testa, l’unica cosa che avevo chiara era che odiavo i tedeschi: noi eravamo dei santi in confronto. C’era il soldato che rubava la gallina, ma una cosa era rubare la gallina, una cosa era ammazzare il padrone della gallina.

Lei come ufficiale si è trovato a dover decidere della vita di persone…

Le guerre non sono mai rose e fiori. Chi mitizza le guerre dice delle cose false, la guerra è spietata, la guerra è terribile.

Nelle guerre di oggi, come in Bosnia, hanno una funzione determinante i mass media, ti fanno vedere quello che vogliono, ti fanno solo vedere la guerra ma nascondono gli interessi economici che possono esserci sotto, magari le armi gliele stiamo vendendo noi…

È sempre la gente che paga, è più fragile. Durante la guerra partigiana c’era il grave problema del banditismo, ai margini delle formazioni partigiane. Oggi le forze dell’ordine hanno una capillarità maggiore e mezzi diversi, allora nelle formazioni partigiani operavano anche degli sbandati, dei ladri: a volte bastava mettersi una giacca militare, fare una rapina e dire poi che erano stati i partigiani. Erano forme di criminalità che eravamo costretti a combattere, erano dei nemici come i fascisti e i tedeschi; quando ne pescavamo qualcuno lo processavamo e lo fucilavamo. Noi non eravamo un esercito di liberazione, degli obiettori di coscienza, noi eravamo lì per fare la guerra. Questo bisogna averlo ben chiaro.

L’esercito di liberazione ha trovato il terreno spianato?

Gli alleati sono arrivati in un secondo tempo. Io ho ricevuto due lanci con armi, di cui il primo andato quasi completamente ai tedeschi, il secondo, ad Auron, che abbiamo raccolto noi, di mitragliatrici Browning. Noi non avevamo nessun aiuto, dovevamo darci  da fare per stare in piedi. Non era facile. Era molto più difficile, a livello di comando, comandare sei-settecento uomini in Valle Stura che non un reggimento nella guerra regolare. Non c’era supporto logistico, bisognava procurarsi tutto, le armi, le munizioni, bisognava mangiare almeno una volta al giorno… Dia da mangiare a seicento persone…

La nostra generazione ha conosciuto il fenomeno delle brigate rosse. Ci sono analogie?

La guerra in montagna era guerra di esercito. Mentre nelle città operavano con tecniche di guerriglia urbana, in montagna l’organizzazione era strettamente militare. I tedeschi venivano a fare il rastrellamento  e noi li affrontavamo, una guerra insomma.

Quanto è durata?

Dall’inizio alla fine. Avevamo delle colonne specializzate in quel tipo di guerra. Venivano i tedeschi dalla Lombardia, stavano su una settimana a pestarci, poi c’erano periodi di pausa, due o tre mesi prima che ritornassero.

Per la sua esperienza militare, c’è pericolo che in seguito alla crisi iugoslava si estenda all’Europa?Nuto Revelli Ilbabau11c

Le guerre quando arrivano, arrivano. Io mi auguro di no, anche se bisogna spalancare gli occhi. Le minacce come quelle dalla Serbia, di spararci coi missili, forse appartengono a qualche fascista che vuol far la voce grossa, ma non sono mai da sottovalutare. Le guerre fan presto a scoppiare, specialmente quando ci sono delle crisi economiche, come quella a cui accennava lei prima, e si tirano in ballo i cosiddetti nazionalismi, le religioni, le etnie. Speriamo proprio di no. E se esplodesse una centrale atomica. Dio ce ne scampi e liberi.

Se lei avesse scritto un romanzo, come l’avrebbe scritto, inventando i personaggi, inventando se stesso?

Non ho neanche le capacità. Penso che ognuno debba fare il proprio mestiere, io ho scelto la strada che mi era congeniale, che è quella della memoria.

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