Lo Straniero – di Carlo M. Marenco (Il Foglio, n. 1 2017)

Era arrivato in paese da poco. Lì per lì era stato osservato con curiosità, quasi come un animale raro e, pur con qualche comprensibile diffidenza, si era tutti piuttosto ben disposti. Siamo sempre stati ospitali ed è nostra tradizione aggiungere un posto a tavola per chiunque passi dalle nostre parti, da qualsiasi paese confinante provenga. Tuttavia con lui non era scattata la scintilla: non aveva un bel modo di fare. Questa era sicuramente la ragione per cui in linea di massima lo evitassimo tutti. Non ne vedo altra. Certo, non veniva proprio da vicino, ed i più oltranzisti sostenevano avesse un odore tipico della “loro” pelle. Qualcuno addirittura aveva usato il verbo “puzzare”, ma era detto quasi più per riderci sopra  che per ferire. È vero che una parola tira l’altra e poi si arriva lontano, ma, come dice Padre Mario, gli uomini su questa terra sono tutti uguali ed il colore della pelle conta davvero poco. Lo sappiamo bene, siamo tutti ottimi cattolici, altro che razzisti! Noi, razzisti!? Noi che tutti gli anni, all’inizio d’autunno, teniamo una piccola festa dell’accoglienza! Non scherziamo, il razzismo non è proprio nella nostra tradizione.

Era lui che non aveva un bel modo di fare. Sì, sì, la ragione era quella: non aveva per nulla un bel modo di fare! Non mostrava nessuna volontà di integrarsi, di parlare la nostra lingua, se non qualche piccola parola qui e là, soprattutto per abbindolare le nostre ragazze. Con quelle sì che avrebbe voluto integrarsi, anche se ritengo che “integrazione” non sia proprio la parola giusta.

Con gli uomini parlava poco e raramente, spesso in modo strafottente, con quel suo accento fastidioso, e solo perché lavorare doveva. Lavorare? Questione spinosissima: “Sti qui vengono a rubarci il lavoro! Non ne abbiamo abbastanza per noi!” e stupidaggini di questo genere. Ed io lì a difenderlo: “Ma di cosa stiamo parlando? I lavori che fanno loro da noi non li fa nessuno”. Lì per lì sembrava d’averli  convinti, li vedevo annuire, ma dieci minuti dopo, circolavano di nuovo gli stessi discorsi!

Siamo brava gente dalle nostre parti, ma siamo un po’ chiusi. Soprattutto gli uomini. Le ragazze, invece, tutta un’altra storia! Le ragazze, si sa, sono curiose, e la sua razza ha una certo fascino, vorrei sorvolare quale, perché proprio non le vorrei sminuire e trattare come donne di strada. Cosa che invece lui faceva imperterrito, ciondolando ed ammiccando qui e là, fingendo interesse, e le ragazze tutte a sdilinquire.

Ha un bel dire Padre Mario che si trattava di un brav’uomo, lui non ha mica figlie, per quel che so, e poi è anche stato per un po’ dalle sue parti e magari lo conosce pure! Perché i preti sono uomini di Dio, ma sono innanzitutto uomini e degli uomini appieno non ci si può fidare, anche se Padre Mario è uno dei nostri.

Per farla breve, era arrivato da poco ma con lui ce l’avevano un po’ tutti, lo sentivano come una minaccia.

Si inizia con uno, la gente si abitua e poi ne arriva un altro, due, tre, e da lì a poco tempo la tua cultura è cancellata, come se non fosse mai esistita, la tua razza non è più quella, il tuo sangue si mischia con il loro e tu perdi la tua identità, le tue tradizioni. I tuoi nipoti non sono più come i tuoi padri.

Una storia millenaria finita, cancellata, per colpa di quattro stupidi venuti da fuori con una fame pazzesca.

E no! Qui il razzismo non c’entra nulla, c’entrano le tradizioni, la storia, perché la nostra è storia: la storia del nostro paese, per piccola che possa essere! Già il razzismo non c’entra proprio: siamo tutti uguali, ma che se ne stiano a casa loro e non vengano qui a rubarci il lavoro, le donne, a contaminarci con le loro malattie e la loro “cultura” da quattro soldi!

Lo so, sono discorsi che non suonano bene e noi non ci facciamo una gran bella figura. Io, poi, che a Padre Mario do una mano, sono stato l’ultimo a cedere, però quando questo disgraziato è scomparso, lasciando alla figlia di mio cugino il marchio della vergogna, non ho potuto che cedere le armi. I figli sono sicuro un dono dal cielo, ma un piccolo mulatto è il regalo di un dio dispettoso.  

Insomma, pensate quel che vi pare, ditemi pure che abbiamo, che ho, una cultura retrograda, ma quel che affermo non deriva da preconcetti, è frutto dell’esperienza: “Loro non sono per nulla come noi. I bianchi sono come la peste!”

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