Sventolando le nostre bandierine – di Maurizio Puppo (Il babau n.12)

 

Sventolando

 

Su una popolare rivista, a dicembre del 1985, uscì questo trafiletto, dedicato al conduttore di una trasmissione radiofonica:

“…  colto, pacato e ironico, amante della musica del passato e cinematografica, volutamente elitario, ha un ascolto speciale e assai affezionato ogni sera alle 19. Ormai classico è il suo appuntamento del giovedì sera con la rubrica ‘la vita in musica’; da ben otto anni ospita uomini e donne di ogni età e fa loro raccontare la storia della propria vita attraverso le canzoni che l’hanno accompagnata.”

Il conduttore, si chiamava (o meglio: si chiama) Umberto. Umberto Umberto. Torna in mente il romanzo di Nabokov; Humbert Humbert, ricordate? Forse no. Non solo non ricordate il protagonista di Lolita, ma probabilmente non avete mai neppure sentito la voce di Umberto. Umberto Umberto! Mi viene da sorridere – di un riso amaro, s’intende. Cari signori, come potrò? Come potrò spiegarvi, farvi comprendere, attraverso le mie vane parole, la meraviglia di questa voce?

Potrei forse parlare delle tante cose che ho amato e che ho legato, indissolubilmente, proprio alla voce di Umberto. Facciamo un elenco, proviamo, come in un puzzle, a costruire, pezzo per pezzo, l’incanto di una storia che oggi non esiste più. Canzoni, ovviamente. Vecchie canzoni straniere: Jacques Brel, Edith Piaf, Juliette Greco, Georges Brassens, Marlene Dietrich, Judy Garland…

Ma sono due quelle che più mi hanno fatto sentire atroci brividi, brividi d’amore e d’angoscia. Una è una vecchia canzone di Giorgio Gaber, Le strade di notte. Una canzone d’amore, dalle parole semplici: Le strade di notte mi sembrano più grandi e anche un poco più tristi (canta Gaber).

E poi prosegue:

sarà perché tu non ci sei.

Voglio correre a casa,

voglio correre da te;

per dirti che ti amo,

che ho bisogno di te.

Speriamo che tu non dorma già,

mi spiacerebbe svegliarti…  

La prima volta in cui telefonai a Umberto gli chiesi proprio questa canzone di Gaber,  bellissima e piena di pudico dolore – un dolore sussurrato appena. Nelle cose che  amo mi pare di scorgere sempre questa singolare caratteristica: ci vedo la sublime concentrazione del dolore del mondo. Non è una frase mia, però. L’ho sentita dire, un sabato pomeriggio, da mia madre. Lei aveva appena visto la strada, il film di Fellini, e piangeva. Ma perché piangi, dico io. Quel film -e solo quello- le faceva sempre il medesimo effetto.

Perché -mi rispose- le sembrava che dentro quel film ci fosse tutto il dolore e la disperazione del mondo.

Ho parlato di due canzoni, prima di divagare un po’. Una è quella di Gaber, appunto. L’altra è una canzone di Lucio Dalla. Poco conosciuta in verità. Si intitola due ragazzi.

È una canzone fantastica, eppure è passata praticamente inosservata. Invece a me pare un concentrato sublime di poesia. Di poesia vera, poesia umile e quotidiana, non diciamo crepuscolare perché è termine abusato…

 

Tu lavavi e stiravi le camice e io seduto in un angolo fumavo… 

Guardami ancora con amore, lo so che sono vecchio,  lo so che ho già vent’anni… 

Ma lei risponde, ti sposerei lo stesso, io, io, io, anche se ti ho sempre detto, voglio andare a letto con un uomo… 

(…  )

Eri un topino bianco.

Io, io ti ho trasformato in angelo

con ali formidabili… 

 

Oh sì, davvero l’amore ci può trasformare in angeli, con formidabili ali con cui volare; lo scriverò, molto tempo dopo. L’amore per qualcosa. La canzone di Dalla l’ho registrata su un nastro. Infatti, per anni, ho inciso su varie cassette  le canzoni che più mi piacevano della trasmissione di Umberto. Fra mille difficoltà, perché avevo un registratore vecchio e scarso. La canzone è rimasta in fondo a una di questi nastri, e in coda ho registrato anche la voce di Umberto, che diceva: ‘questa bellissima canzone di Lucio Dalla… ‘

Poi il nastro finisce e rimane il silenzio.

 

La seconda volta in cui ho telefonato a Umberto è stato qualche mese dopo. Stavolta gli ho chiesto di farmi sentire le passanti, di Fabrizio de André. Conoscete questa canzone? Spero di sì, è molto bella. Il testo è la versione italiana di una poesia di Antoine Paul, già musicata e cantata in francese dal consueto Georges Brassens.

 

io dedico questa canzone

ad ogni donna pensata come amore

in un attimo di libertà; (…  )

A quelle che sono già prese,

e che vivendo un amore deluso

con un uomo ormai troppo cambiato

ti hanno lasciato, inutile follia,

vedere il fondo della malinconia

di un avvenire disperato. (…  )

Eppure nei momenti di solitudine (…  )

si piangono le labbra assenti

di tutte le belle passanti

che non siamo riusciti a trattenere.

 

Il contatto successivo avvenne attorno al 15 ottobre dell’86, giorno di compleanno del nostro. Gli scrissi una lettera di augurio, e gli spedii anche un regalo; un libro. Nella lettera avevo scritto, fra l’altro:

“…   questo dono non è che un modesto tentativo di ricompensarti di tutto quello che tu hai regalato a me: tanta compagnia, e non è davvero cosa da poco, e poi il sollievo di sapere che esistono, al mondo, persone come te…”

 

Umberto ringraziò via radio, e poi utilizzò anche il mio indirizzo, riportato sulla busta, per inviarmi la sua prima lettera.

“Carissimo Maurizio, il tuo regalo quasi mi ha commosso. Io credo che se continuo a fare radio è perché esistono persone così gentili e care come te che mi considerano amico e mi vogliono un po’ di bene, tanto da ricordarsi il mio compleanno. Il libro non ce l’ho ancora, e l’ho gradito immensamente. Spero ancora per tanto di farti compagnia e di comunicarti qualcosa -grazie ancora, Umberto.”

 

Umberto raccontava ben poco di sé. Talvolta accennava ai suoi viaggi: Olanda, Grecia, Stati Uniti. Ma nulla più. Proprio questa sua riservatezza aumentava la mia curiosità. Spiare, acquattato nell’ombra, le cose della sua vita: ecco un modo per sentirmi meno solo, per scaldare la mia vita attraverso il riverbero della sua, nell’illusione che quella situazione, destinata ad estinguersi prima o poi, non si sarebbe modificata mai.

Eppure, la fugacità delle cose, anche se può apparire una tremenda condanna, credo sia una delle chiavi del nostro perplesso agire pensare sentire. Ogni cosa si sbriciola, si consuma. Non ne rimane più nulla. Ed io provo, goffamente, a fissare le cose sulla carta -nell’illusione che, così facendo, resistano un po’ più a lungo. Se sapessi che da qualche parte ogni cosa viene conservata, che nulla va perduto, forse desisterei dall’impresa di scrivere. La sfida è questa, e la posta in gioco pare che sia molto alta.

 

***

 

Umberto è dunque innanzitutto quella voce, quella voce che si ritrova a accompagnare i miei giorni e i miei anni. Umberto diventa il sublime esempio, il paradigma perfetto, la sintesi ultima di tutte le cose che io amo, di viscerale amore. Le cose per cui soffro palpito e tremo. Ed è anche un ponte, un tramite tra me  e il mondo. Una maniera di vivere la vita di riflesso, senza subirne le fatiche e le miserie. Il mondo è quello del mio immaginario, popolato da creature vere e no: Juliette Grecò, Edith Piaf e Boris Vian a cantare nei locali di Parigi in anni lontani: e soprattutto l’amatissimo Jacques Brel, fuggito da les plat pays  e dall’azienda paterna per il successo dell’Olympia, Brel che canta les bourgeois c’est comme les cochons  e poi fugge ancora, questa volta dalla popolarità, su isole lontane; Brel che, ormai condannato a morire di cancro, torna a Parigi per incidere l’ultimo disco.

 

Le premier rendez-vous à l’Ile-de-Saint-Louis, c’est Paris qui commence

Le premier baiser volé aux Tuleries, c’est Paris la chance

Le premier baiser reçu sous un portail , c’est Paris romance

 

 

Fantasmi di un tempo che non tornerà, esili spettri di un mondo dell’anima che non avevo mai potuto conoscere ma che sentivo in qualche modo mio.

Accanto al lontano mondo parigino degli anni ’50 e ’60, c’è anche un universo più domestico,  ugualmente affascinante. Un universo che abita a Genova: De André, Gino Paoli, Bindi, e soprattutto Luigi Tenco. E ancora c’è Mina, interprete perfetta di una misteriosa e inquietante sensualità femminile:  risuonano nella mia testa le note di un anno d’amore, modesta canzone che la voce di Mina fa diventare straordinaria e che colpisce il mio cuore una sera d’estate, mentre, solo in casa, e ignaro di quanta bellezza c’è al  mondo, studio per l’esame di analisi matematica I.

Su un nastro dove avevo registrato alcune canzoni del programma, tra un pezzo e l’altro, è rimasto uno stralcio di frase molto buffo.  Umberto parlava di spiagge lontane, spiagge della California.

… e noi saremo là. Sbandierando le nostre bandierine.

Un sabato, andando in automobile con alcuni amici, e ascoltando questa cassetta, si è udita proprio questa frase, che io avevo ormai dimenticato. Mi venne da sorridere, mentre gli altri rimasero sorpresi. Ma cos’è questa cosa? Chi è? Cosa ha detto? (E poi ironia cameratesca, risate).

Compresi quindi una verità grande, e amara. La mia vita vera, che fisicamente risiedeva in quell’auto, con quelle persone, stava però in realtà altrove: nello spazio del sogno, dell’irreale costruzione delle mie fantasie. Con Umberto, insomma; il quale però di vita ne aveva una tutta sua, e da me assai lontana…

La realtà è nemica del sogno, e punisce duramente chi si rifugia in esso. Si può vivere di baluginii, di riflessi? Sì, ma infine lo specchio si rompe, e a ciascuno rimane quello che aveva in mano.

Se però la costruzione ideale, fantastica di cui ci si nutre è abbastanza forte, allora può darsi che in mano resti una cosa di valore -quel che si chiama un po’ ingenuamente un bel ricordo.

C’è una domanda che in qualche modo percorre, trasversalmente, tutta la mia vita, ed è precisamente questa: si può vedere il mondo come lo vede un poeta -un poeta vero- pur non scrivendo un solo verso? O scrivendo solo brutti, brutti versi?

Fermamente credo che si possa; e Umberto era la quintessenza per me della vera poesia del mondo, nonostante non scrivesse versi.

Poesia era la sua voce, il suo modo di parlare; la poesia se la portava dietro, come un piccolo fuoco sempre acceso – un anello al dito.

E certo un po’ di poesia c’era anche nelle canzoni che faceva ascoltare -e persino nell’addio di ogni sera, nella conclusione del suo programma, verso le otto e un quarto; quando se ne andava partiva un nastro preregistrato della radio, una canzone dietro l’altra. Sì, c’era musica; ma quella musica rappresentava il più profondo dei silenzi, per me.

 

***

 

Ad aprile del 1987 io parto soldato; mi aspetta l’anno di servizio militare. Così scrivo a Umberto una cartolina di saluto.

“Caro Umberto, il tuo programma sta per perdere uno dei suoi ascoltatori più affezionati. Infatti a fine mese partirò per il servizio militare. Fra le cose più care che lascio a Genova -e non sono molte- c’è anche la tua trasmissione, e la tua voce. Spero, al ritorno, di trovarti come ti avevo lasciato. A presto.”

 

A giugno mi trasferisco temporaneamente da Torino a Messina. Il viaggio, su una tradotta militare affollata e deprimente, passa da Genova e lungo la riviera. È una serata fantastica, e il transito avviene attorno alle 19,30. L’ora, l’avete capito, del programma. Grazie a una radiolina a cuffie, riesco a captare, un po’ confusamente, la sua voce.

Scriverò a Umberto, qualche giorno dopo, una  lettera lacrimevole, dove si troverà fra l’altro:

“…  lo scenario dei soldati vocianti, dei fucili, degli zaini colmi di roba si è per pochi istanti unito, come in un gioco grottesco, alla riviera e al mare, accompagnato dalla tua voce. È come se fossero entrati in contatto, ignari l’uno dell’altro, due mondi totalmente agli opposti: da una parte un mondo di libertà e  bellezza, e dall’altra un mondo orrendo, di costrizione e di sporcizia, di volgarità e di fatica…   Cosa avrei dato per potermi unire al primo, scendere dal treno e scappare da quella prigione! ma tutto era inutile, anche questo desiderio apparentemente così futile. La tua voce ha cominciato a sparire, inghiottita dalle gallerie, e poi ad allontanarsi sempre più. Disperatamente tenevo l’orecchio teso all’altoparlante, ma invano: la tua voce è stata sommersa da un ronzio, e poi è scomparsa, scomparsa nel nulla. A me restava la prospettiva di immergermi di nuovo in quello scompartimento sporco, pieno di gente, a prendermi cura del mio fucile e dei miei zaini. Ma con il cuore colmo di una grande amarezza e una grande felicità unite insieme; il sentore, il profumo del mondo rappresentato dalla tua voce e dal sole della Liguria, e il dolore di dovermi separare da loro. Caro Umberto, sei stato per me un motivo di consolazione ma anche di disperazione; e mi hai consentito di assaporare uno strano sapore, quello del connubio, casuale e fuggevole, di libertà e prigionia, di bellezza e di orrore…”

 

Alla licenza successiva, Umberto mi dirà che gli avevo scritto una lettera, a suo dire straordinaria.

Ma tu sei veramente così, come sembra nelle tue lettere? Pensi che valga la pena di conoscerti?

Difficile rispondere. Ma io risposi, sebbene nel modo più ovvio. La parte di me che emerge dalle lettere è forse la mia migliore. Non credo di esserne all’altezza. Quanto al fatto di conoscermi o meno, dissi che tutto sommato sì, poteva valere la pena di conoscermi (ma sinceramente non lo pensavo).

Quand’è così -mi rispose- fatti vedere, vieni a trovarmi in radio

Ecco dunque il dubbio (amletico?).

Sarei andato a conoscere Umberto?  E cosa si aspettava da me? Forse una personalità eccezionale -quale io non possedevo. Il dubbio rimase. Poi passò altro tempo, Umberto ad agosto sospese, come ogni anno, le trasmissioni, per riprenderle a metà settembre; almeno tale era la consuetudine.

Ogni decisione, pertanto, era rimandata ad allora.

 

***

 

Passa settembre, passa, e di Umberto nessuna traccia. Anche altre volte, però, il suo rientro si era fatto attendere. Così pazientai un altro po’.

In vista del 15 ottobre (data, come ricorderete, del suo compleanno) acquistai un dono. Questa volta era un magnifico libro, l’amico ritrovato di F. Uhlman. Prima di spedirlo, decisi di telefonare alla sede della radio per sapere quando sarebbe rientrato. Dunque telefono da Torino un pomeriggio.

Umberto? No, non lavora più con noi

Non conoscevano il suo indirizzo, né altro.

Ecco dunque! Umberto mi era sfuggito dalle mani. La sua trasmissione era finita. Finita finita finita! Finita! E per sempre.

Fine di Umberto, per me. Umberto Umberto! La tua voce era un dono che il cielo mi aveva fatto senza che io lo chiedessi, senza che io lo cercassi. E adesso questo scrigno di tesori era perduto per sempre, me ne restava solo un acre sapore in bocca, il sapore dei ricordi.

 

***

 

Ed eccomi dunque alla ricerca disperata di Umberto. Ti ho perso, mi sei scappato dalle mani come un’anguilla. Invano accenderò la radio alle sette di sera -invano cercherò la tua voce inconfondibile. Non potrò più rifugiarmi nelle tue parole, che erano per me una tana, una corazza, un farmaco meraviglioso. Ti ho perso, ma so -per suprema beffa- che sei ancora qui, a un passo da me; a frequentare le stesse strade, gli stessi cinema, locali, teatri (e certo il destino sorveglia attento, a impedire un incontro casuale…).

Tutto è diventato ancor di più un segno, tanto tremolante da far dubitare di una sua reale esistenza.

Nei sogni che mi visitano, con inquietudine, Umberto è destinato a comparire, non spesso, ma con una certa sua imprevedibilità. Così, una notte sogno di sentire la radio, e di udire la sua voce. È tornato, è tornato, mi dice. Ma il risveglio spazza via questo fantasma.

Un’altra volta si fa strada, onirico spettro che fa battere il cuore e i polsi all’impazzata, un’idea terribile e dotata di un certo turpe fascino -il fascino e il mistero del dolore, di una lacrima che cade sulla guancia. C’è un autore francese di fumetti e di teatro, Copi, che è morto, prematuramente, di AIDS. Copi ha scritto, con ferocia e sarcasmo, una pièce teatrale sulla sua morte prossima, che porta titolo Une visite inopportune.

La visita è quella della malattia e della morte. Non ho visto questa commedia, ma l’idea che l’ha prodotta mi ha lasciato in bocca il sapore e il peso di una tremenda inquietudine. Lo spettro di questa morte assurda e grottesca, di questo naufragio nel proprio disfacimento, mi ha provocato un soprassalto furioso delle viscere e del sangue.

Sì, è vero; ho temuto per Umberto qualcosa del genere. E tutto questo mi spaventava e quasi però mi attraeva, pareva un suggello catastrofico e orribile, un finale non richiesto, una visita inopportuna, appunto. Ho sognato di apprendere la notizia della sua morte, un sogno breve e confuso, mostruoso e ghignante come un orco -un orco sibilante, una scura scura macchia che si allarga e riempie la vostra bocca e la vostra anima…

 

***

 

Questo è dunque il finale -possibile- più amaro e terribile della vicenda; e forse -non mi duole dirlo- il più letterario.

Cosa si può dire, quando un artista  fa della propria morte un oggetto di poesia? Quando la propria agonia diviene un soggetto squisitamente letterario? Nella morte, nel dolore, nelle forme estreme di sofferenza c’è una grande bellezza -una bellezza poetica, intendo; che con la bellezza comunemente intesa, bourgeoise, poco ha a che fare.

Tuttavia dovrò rinunciare a questo finale tragico. Accade infatti che il tempo passa, e io perdo i giorni, li vivo distrattamente, tanto che Umberto  si allontana dai miei pensieri.  Infine succede qualcosa: casualmente scopro un indirizzo dove posso reperire due suoi ex-colleghi di radio. Basterà dunque scrivere una lettera per avere notizie certe. E così faccio. Passa qualche tempo, ma non giunge alcuna nuova.

Umberto Umberto, riuscirò a metterti il sale sulla coda?

 

***

 

Umberto – sia chiaro – è una creatura della mia fantasia.

Ah ecco, direte voi, è una storia inventata, tutta una finzione volta a un fine, per così dire, artistico.

Ma no, non avete capito niente! Umberto esiste, esiste eccome, anche se non sa e probabilmente mai saprà che io scrivo di lui e per lui.

Esiste, certo; ma l’Umberto che ha riempito i miei giorni e le mie notti e le mie fantasie è una creatura da me partorita, dove ho messo molto di quello che io vorrei essere e di quello che amo. Accingendomi a scrivere di lui, ho avuto una tentazione: di servirmi, come sempre faccio, di uno pseudonimo, un nome falso e però mirato. E per lui avevo pensato al nome Gustavo -trattasi infatti del secondo nome di Gozzano. Mi serviva a evidenziare, in un modo velato e un po’ oscuro, alcune affinità che io sentivo fra l’Umberto da me inventato e il poeta piemontese. Inoltre, mi consentiva di mettere un’ulteriore intercapedine fra me e lui, a precisare ulteriormente che io parlo di una creatura che esiste nei sogni, nella mia testa, spero sulla carta -e poi forse da qualche parte nella realtà.

Tuttavia, ho desistito da questo proposito. Era errato, gravemente errato. Lo pseudonimo stavolta coincide con il nome stesso. Umberto è esattamente il modo giusto di chiamare questo fantasma e questo uomo, questa frammistione di realtà e di fantasia…

Cosa c’è dunque di meglio, sotto il vasto cielo, di un fantasma che ti scrive una lettera? Sì, perché in un giorno di ottobre (esattamente a un anno di distanza dalla fatidica telefonata) mi arriva una lettera. Io riconosco subito, memore della prima lettera, la calligrafia. Maneggio la busta senza aprirla, sapendo che quello è l’agognato capo del filo, quello che ho inseguito per tanto tempo.

“Caro Maurizio, finalmente mi hai trovato! *** mi ha passato la tua lettera e io cercherò di spiegarti la mia storia (radiofonica, per ora). Dunque, non sono più uno speaker, sono tornato “persona normale”, non ho più la gioia e l’emozione di parlare a tanta gente sconosciuta, cara e gentile, che per anni mi ha scaldato, senza esagerare, la vita. Naturalmente io mai avrei lasciato la radio, era parte di me ormai, e quasi necessaria al mio equilibrio. Eppure è andata. Senza troppo stile e troppo scrupolo,  così, semplicemente, sono stato licenziato. Le ragioni sono quelle dell’economia, forse, quelle che da troppo tempo sembrano comandare il mondo. Ceduta a nuovi gestori, la radio, così ristrutturata, non ha avuto più bisogno di me, e senza tanti complimenti mi ha escluso. Non ha troppo tempo qui insistere su quanto mi sia mancata e quanto ancora mi mancherà, e lo stesso fatto che io sto scrivendo a qualcuno che parla di “amicizia” per me è la risposta al mio dolore, perché dolore è stato, non potervi salutare, non potervi dire quanto mi siete serviti tutti all’economia della mia vita, ai vuoti affettivi, all’illusione di non essere soli. Non è retorica questa, è solo che la vita spesso somiglia troppo alle vane parole che si dicono per poterla credere vera. Ti ringrazio, Maurizio, di ricordarti di me e di amarmi un po’. A presto, Umberto.”

 

***

 

Segue l’indirizzo.

Umberto Umberto, ti ho ripescato,  sei vivo, sei ancora come allora! Non tutto è perduto – solo l’incanto delle tue serate radiofoniche non è  realizzabile.

E così, dunque, gli scrivo.

“Carissimo Umberto, ho dunque ricevuto la tua lettera, quando ormai (a dire il vero) non ci speravo quasi più.

Il fatto che tu abbia avuto la voglia e il tempo -come dicevi sempre tu in radio- di scrivermi mi ha fatto un grandissimo piacere, e mi ha anche rassicurato un po’. Sì, perché avevo molti dubbi sulla legittimità delle mie insistenze, tanto più in quanto finivano per coinvolgere altre persone. Insomma, mi chiedevo, ma che sto facendo? È lecito invadere l’altrui privacy per una trasmissione radiofonica?

Evidentemente sì, era lecito. D’altronde, si trattava di scegliere tra la discrezione e la nostalgia; e alla fine ha prevalso la seconda. La molla decisiva è stata una serie di cassette che avevo registrato durante i tuoi programmi. Cassette davvero uniche nel loro genere, e a questo punto temo anche irripetibili. Una miscela dei generi più diversi, con un denominatore comune: la qualità, certo, e poi soprattutto un certo inconfondibile sapore, il sapore dei tuoi programmi. La registrazione è scadente, ma forse questo fatto me le ha rese più care. Fra una canzone e l’altra è rimasto inciso anche qualche stralcio delle tue frasi: frasi mozzate a metà dal tasto stop, rare volte discorsi interi. Da quando le tue trasmissioni si sono interrotte, al fascino di queste registrazioni si sono uniti tutti quei sentimenti, dolorosi forse ma irrinunciabili, di cui la nostra emotività è fragile e tenace custode. Rimpianto, malinconia, solitudine; il ricordo, la nostalgia, appunto…

Che esagerazione tutto questo per una semplice trasmissione radiofonica, suggerisce il buon senso! Eppure è proprio così. D’altronde alla tua trasmissione io ho davvero legato, senza neppure volerlo, un certo periodo della mia vita. Ho cominciato ad ascoltarti nel 1980, o giù di lì. Gli anni successivi hanno avuto, come colonna sonora, le canzoni dei tuoi programmi. Su di esse ho avuto l’opportunità di formare un gusto, un gusto non preciso ma forte, che credo porterò sempre con me.

A ottobre (più o meno) dell’84, in quello che è stato finora il periodo più felice della mia vita, ebbi il primo contatto con te. Fu attraverso la classifica delle canzoni “immortali”.

Due anni più tardi la situazione mi pareva completamente mutata; tutto pareva volgere al peggio. Ma a fornire la colonna sonora di questo periodo di confusione e sbandamento sei stato ancora tu. Questa volta la bellezza, la poesia e il gusto delle tue trasmissioni mi parevano rappresentare il rimpianto delle occasioni perdute -perdute in partenza, direi.

È dunque in questi, singolari pensieri che io, il 15 ottobre del 1986, ti spedii un libro, quale regalo di compleanno.

Ancora due anni -è davvero singolare questa precisa e spietata scadenza che ha scandito i nostri rapporti- e siamo all’oggi. La tua trasmissione non esiste più, e io la mia colonna sonora dovrò andarmela a cercare da un’altra parte. Ma il passato non si dimentica, e credo abbia una sua esistenza forse più concreta e reale di quella del presente. Ho passato molte sere ascoltando la tua voce; ed è in onore di questa piccola storia, che ieri c’era e oggi non c’è più, che ti scrivo. Per salutarti e ringraziarti; ma anche per estinguere un debito. L’anno scorso, a ottobre, quando ho appreso che avevi lasciato la radio, avevo pronto per te un dono di compleanno, un altro libro. Avrei tanto voluto spedirtelo, ma non sapevo dove…   Il regalo di compleanno è diventato quello di Natale, poi di Pasqua. Infine -vedi come le cose si incastrino alla perfezione- siamo tornati alla data del tuo compleanno…

Quel che non ho potuto fare l’anno scorso si è dunque compiuto ora. E io sono davvero molto contento di poterlo fare. Sebbene abbia perduto la colonna sonora della mia vita, mi pare adesso di avere ritrovato qualcosa di altrettanto importante.

Come vedrai, il libro che ti ho spedito porta nel titolo una singolare analogia con queste mie sensazioni; eppure lo acquistai l’anno passato, quando, anziché ritrovarti, ti avevo perduto…

Ti mando anche una specie di antologia delle cassette di cui ti ho parlato. Spero che la cosa ti faccia piacere; ma, dico la verità, sicuramente molto piacere lo fa a me. Mi piace questa idea, che tu possa ascoltare il frutto delle tue ore di programma; che tu possa sentire il sapore di una cosa di cui sei stato artefice.

C’è una canzone di Dalla, in questa cassetta; subito dopo la sua fine compare per un istante la tua voce, che dice: ‘questa bellissima canzone…  ‘. Poi il nastro finisce, e resta il silenzio. Non so perché, ma questa canzone, e il tuo commento finale, ogni volta che li ascolto mi toccano davvero nel profondo e mi commuovono. ‘Eri un topino bianco -canta Dalla- io, io ti ho trasformato in angelo, con ali formidabili…  ‘.

Davvero l’amore per le cose (non importa quali) ci trasforma in angeli, con formidabili ali con cui volare…

Di tutto questo, l’artefice sei tu; e con ‘tu’ intendo dire l’Umberto della radio, quello che io conoscevo. L’altro Umberto, quello ‘vero’, non lo conosco, non so nemmeno chi sia. Non capisco neppure se la persona che parlava in radio sia la stessa cui sto scrivendo ora…   Ed eppure è proprio così.

Va bene. Mi spiace averti tediato e averti fatto perdere tempo, raccontandoti particolari della mia vita invero poco interessanti, sia per te che per me. Magari tu ti sei fatto l’idea che io sia uso alle sbrodolate sentimentali; ed invece no, non è così. Evidentemente, attraverso qualche misterioso meccanismo, le tue canzoni e la tua voce hanno toccato qualche segreta corda del mio animo. E, come giustamente dici tu nella lettera, sono servite a colmare certi vuoti, certe carenze della mia vita. Non è cosa da poco, credilo.

Spero ci sentiremo ancora. Per intanto ti mando i miei auguri di buon compleanno -in cui includo anche quelli che non ho potuto farti l’anno passato…    A presto.”

 

***

 

“Amico mio, naturalmente grazie. Adesso ho ricevuto la tua lettera e l’ho appena letta. C’è qualcosa di grande nel tuo modo di scrivere e nel tuo modo di esporre le cose, e mi auguro che la stessa grandezza tu possa averla nella vita. Non è così semplice: scrivere è spesso un’attività parallela, quasi inconscia, più pulita e più ideale del nostro quotidiano spesso così basso e inutile. C’è un tuo modo di centrare le cose che mi spinge comunque a credere che anche tu possa somigliare a quello che scrivi, e che dunque le tue parole abbiano la tua anima e non ne siano estranee, come qualche volta succede. Nel mio periodo radiofonico, per ragioni che tu puoi sicuramente capire, sono stato bersaglio facile di grafomani verbosi, che riversavano su di me (o su quello che credevano io fossi) le loro mancate riuscite, investendomi con milioni di parole pseudo-poetiche per dimostrarmi la loro bontà, i loro mancati adattamenti alla vita, le loro follie, le angosce di una vita che io non potevo e non volevo, probabilmente, conoscere. Non è stato sempre così; io non amo i pietismi, non amo la retorica, detesto le menzogne, non per morale, sia chiaro, ma per l’inutilità che queste cose portano all’economia della vita. La verità, anche la più semplice, è sempre più straordinaria anche della più barocca e complicata menzogna, più utile, più vicina alle grandezze di cui ognuno di noi può essere capace per dare dignità alla propria vita. Se ti dico queste cose non è per assumere un tono didattico su cose così più grandi di me, è perché ho sentito verità nelle tue parole, e il mio ringraziamento iniziale ha migliore spiegazione qui. io non sono troppo capace a spiegarmi, a scrivere, ne temo troppo le insidie, le finzioni e le facilità di effetti, spesso teatrali. Sento che la mia migliore espressione di me stesso non è questa, se c’è qualcosa che io non so fare è spiegarmi, io ho sempre lasciato a chi voleva farlo il compito e la responsabilità di capirmi, con l’amore necessario per farlo. È importante. Ci vuole amore per capirsi, e tu sicuramente ne hai investito parecchio in me per potermi utilizzare, pur così lontano ed evanescente, nei momenti della tua vita, ed addirittura nel farmi intervenire in positivo (se possibile) nelle tue emozioni. Io evidentemente non ho meriti, se tu hai usato le mie parole o le mie idee o le mie canzoni io non sono migliore per questo, è stata grande la tua attività e il tuo impegno, e il tuo amore, nel volgere, nell’incanalare, nel trasformare quello che io sono. Io non ne sono orgoglioso. Tu devi esserlo. Perché quello che hai fatto con me, e per così tanto tempo, puoi farlo anche con gli altri, ora lo sai, e non è una cosa da poco, riguarda ancora una volta quell’amore che è così difficile da capire ma che tutti sentiamo che ha a che fare con la nostra salvezza. Non scambiarlo per un discorso religioso, io non lo sono, credo nell’Uomo e nella sua dignità, sono terreno, non aspetto premi o dannazioni, non aspetto altro che questa vita. Come dici tu, oggi la tua colonna sonora la dovrai cercare altrove. Forse non ci sarà sempre qualcuno che ti metterà le canzoni giuste, anzi, quante canzoni stonate e quante voci inutili sentirai, quanta rabbia e quante lacrime, quante mancanze di gusto e di stile, ma spero che se avrai voglia, se avrai rispetto per te stesso, se ti amerai, da qualche parte, in qualche volto, in qualche momento potrai sentire delle note già conosciute, che ti rassicureranno, che ti faranno sentire meno solo, che ti allevieranno. Quelle non saranno le mie, ma saranno quelle che tu sentivi nelle mie canzoni, e che, come dicevo, erano opera tua. Oh, io lo sapevo, io l’ho sempre saputo che era per te e per quelli come te che io parlavo e che facevo musica, ma dipendeva da voi sentirla. E come io non ero solo allora, come io allora, con felicità, ho imparato che si può comunicare comunque, oggi tu devi sapere  che quello che ti prendevi da me può riprendere sempre, e  come prima.

Non so quanto sia importante incontrarci o parlarci: io sicuramente non sono quello che tu ti aspetti, non sono quello che, con i miei suggerimenti , tu hai inventato. Il mio quotidiano ha un senso diverso, la magia che la radio mi dava non esiste, e uccidere o modificare  i sogni può fare male. È già successo. Altre volte ho dovuto combattere con la mia immagine, col fantasma creato da altri, e che non sempre mi somigliava, ed altre volte mi era totalmente estraneo. Io sono stato fratello e amante, padre e figlio, e ogni volta lasciavo che succedesse, forse lo stimolavo, per paura, o per solitudine, o per insicurezza. Ma corrispondere poi, quando avevo realmente davanti una persona, qualcuno, diventava difficile, e creava vuoti e mancanze che potevano far male. Io non ero all’altezza della mia rappresentazione. Non sempre, per fortuna. Sono stato anche capito, anche amato, anche conosciuto e riconosciuto per quello che ero e che sono. Ma questo succede anche nella vita.

Ma ora amo queste tue parole, sento che non tutto è mia fantasia, se dopo tanto tempo qualcuno mi scrive lunghe pagine con entusiasmo e probabilmente con verità. E con un libro, ti confesso, che non ho, ma che ho letto e che ho amato moltissimo, di grande sensibilità e di grande intelligenza. Qualità così rare e così utili e preziose. Terrò e rileggerò quel libro con grande gioia (i compleanni non sempre la danno).

Ho scritto questa lettera di getto e senza correggerla e modificarla. Amo da sempre più i contenuti che le forme e non voglio retorica o ruffianerie senza senso.

Vorrei ora una lettera tua, e vorrei che tu mi dicessi chi sei, cercando, rischiando, una verità che è l’unica che io possa leggere.

Qualunque cosa. Quello che non dici di solito. Io amo queste cose, forse nient’altro. Siamo abbastanza lontani l’uno dall’altro per non farci paura.

Se tu mi hai capito, realmente, in tutta la mia lettera, puoi farlo.

A presto, grazie ancora.”

 

 

Mi sarebbe molto piaciuto che queste parole, benché non mie, rappresentassero l’episodio conclusivo del racconto.

In maniera ambigua e celata, Umberto mi ha fornito una chiave di lettura dell’intera storia, e in un certo senso ha rivelato cosa stava dietro a quel mondo adorato e lontano, che io osservavo dal buco della serratura.

Ho spiato nell’ombra Umberto, costruendo un simulacro per certi versi fantastico, e ammantandolo di morbose verbosità. Ma quando il gioco si è spinto un poco oltre, quando la mia parte in causa è diventata più reale, ecco che il castello è crollato.

Quello che non  scrivi di solito; quello che dunque Umberto voleva sapere da me, per vari motivi io non lo avrei mai scritto.

“Carissimo Umberto, nel libro che ti ho spedito, a pagina 83 c’è il testo di una lettera che il protagonista riceve dal suo amico (perduto e ritrovato). La lettera inizia così: mio caro Hans questa è una lettera difficile.

Prendo a prestito questo incipit. Questa è una lettera difficile -anche se per motivi meno drammatici. Difficile perché, in un certo modo, richiesta. Le mie precedenti lettere nascevano solo dalla mia iniziativa. Ora tu mi dici che vorresti una risposta cercando, rischiando, una verità che è l’unica che io possa leggere.

La tua lettera era bellissima e aveva un suo strano sapore -come un secco rompere gli indugi…   Non ho sbagliato a stimarti.

Tu speri che non vi sia gran differenza tra ciò che scrivo e ciò che sono. Ma la risposta la dai già, dicendo che tu stesso non sei quello che alcuni tuoi ascoltatori hanno creduto. O inventato e amato. Cosa posso aggiungere? Tu hai già capito come stanno le cose, tra me e le mie lettere sta un abisso, un cratere vorace e incolmabile. Una volta, al telefono, mi hai chiesto se valesse la pena di conoscermi. Ti risposi: forse sì. Temo invece che la risposta sia negativa. Può valere la pena di leggere qualcosa di quello che scrivo. Ma conoscermi non aggiunge niente, e forse toglie qualcosa.”

Ma adesso vedo che sto ricadendo nel già detto. Tutto ormai si sta sporcando. Non vorrei essere uno di quei grafomani verbosi che dicevi. La verità, anche la più semplice, è l’unica cosa che possa reggere all’usura del tempo.

La verità! Io sono una persona comune e, temo, mediocre. Un tempo pensavo di non esserlo, e in effetti probabilmente non lo ero. Poi la mia vita ha preso direzioni opposte a quelle da me desiderate, per mia viltà o miei errori -e insomma, il destino ha molti trucchi, anche pietosi e illusori, per smascherare le destrezze che non sono talento. Fornendo poi, a suprema consolazione, l’illusione che tutto sia dovuto alla sfortuna.

Vorrei dire, con estrema chiarezza, che quando dico ‘mediocre’ non intendo dire privo di doti o di riuscite eccezionali; queste sono cose che si possono avere o non avere, e non so quanto influiscano sulla propria eventuale mediocrità. È una questione di umanità, di pelle, di amore forse, o chissà di che cosa. Ma io non ho nulla di tutto questo, e altra carta non avevo che quella di una realizzazione ‘artistica’, che oggi ritengo improbabile. Dirsi falliti a priori è un bell’alibi alle proprie vigliaccherie -e anche un modo per sopravviversi.

Una persona comune, dunque; la cui vita incolore è priva di quel ‘quid’ necessario a colorarla, ad accenderla. Questo ‘quid’ è dunque quel ch’io cerco, e non in me, ma negli altri; e che tanto vorrei saper fissare sulla carta…   C’è un verso di Montale che dice che nelle ombre umane che si allontanano si può scorgere una qualche disturbata divinità. Questa immagine montaliana è davvero entrata nella mia testa con la forza di un treno, di un macigno immenso. Nella mia testa e nella mia anima. È precisamente quel ch’io cerco e quello che talvolta cerco di ravvisare. La divinità disturbata -e dunque imperfetta, come lievemente alterata, umana cioè. Io non la possiedo, ma ho in serbo questo compito: individuarla, amarla, e rimpiangerla quando mi appare perduta. È un giocattolo, sai, nulla di più. Un giocattolo prezioso e fragile.

Ecco dunque ciò che io amo, e voglio, e cerco. Niente altro mi interessa sotto il vasto cielo. È un gioco affascinante e insidioso, che porta con sé angoscia e solitudine. Scrivere è un modo per liberarsene. O dovrebbe esserlo.

Scrivere lettere a una persona che non si conosce -quale stantio crepuscolarismo in tutto ciò! È un gesto piccolo, sconveniente, abbastanza triste e buffo. Tanto più che, fissato sulla carta, tutto appare più circoscritto, più insignificante. È stato dunque un gioco, e mi è piaciuto farlo. Credo lo facciano in molti -e spero di avere avuto più abilità di altri, è una mia grande presunzione, nel condurlo.

Un gioco bello e anche un po’ amaro. Il paravento delle belle parole non può durare a lungo. Le parole prevalgono sul reale, qualche volta; ma poi, alla fine, è sempre la realtà ad avere il sopravvento. Per fortuna.

È così, dunque, che è finita. Ci si crea un’anima, un cuore, parole e gesti e amori, si scrivono lettere come queste e insomma si gioca. Si sente il picchiettio della macchina da scrivere; poi resta il fruscio delle carte; e poi non rimane nemmeno più quello.

 

Non male come lettera, ma non credo rappresenti ciò che Umberto voleva da me. Posto che volesse qualcosa. Tuttavia, Umberto non ha mai potuto leggerla, e certo a quest’ora si è già dimenticato completamente di me. Sono rientrato nell’ombra -che è quello che in fondo volevo, il mio status di vita. No, non ho mai spedito questa lettera. Ho avuto Umberto a un passo, a un’inezia; tanto basta, credo. È trascorso ormai un anno da quando ho scritto questa ultima lettera; e mi è parso giusto porre un suggello a tutto questo, fissandolo sulla carta. Scrivere è anche un modo di liberarsi dalle proprie ossessioni, dando loro una forma tangibile.

Io scrivo, scrivo di lui, e lui è lontano, lontanissimo da me e dai miei pensieri. Mai saprò se il fantasma coincideva con la vita reale. È un motivo di angosciante malinconia, o anche di fredda serenità.

 

(1988)

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