Poesie – di Marco G. Maggi

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Giorno feriale

Li ritrovo al bar la mattina presto

nell’aroma di brioche e cappuccino

con la barba incolta, il volto duro,

ma se sorrido i loro occhi rispondono

e non mi negano mai un saluto.

È in questo andare incontro alla fatica

che ritrovo il senso del buongiorno

lo sguardo d’intesa, la strizzata d’occhio,

l’orgoglio di guadagnarsi con il pane

un’onestà conquistata con sudore

Mi piace accompagnarmi insieme a loro

con la prima sigaretta del giorno

condividerne il senso della sfida

il doversi portare avanti con la vita

coi figli ed il mutuo da pagare.

Sono persone semplici, siamo tutti noi,

sempre in bilico, in questo mondo,

tra l’arroganza senza freni dei potenti

e la finanza dei massimi sistemi

perché a volte basta un lontano capriccio

a Pechino, New York, Berlino o Tokio

per infrangere il sogno di una casa

il diritto a un posto di lavoro.

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Mi chiedi…

Mi chiedi se ho paura

se provo la febbre alle ossa

arrancando sul versante più ripido

della tua montagna.

Tu non conosci i treni che presi

negli inverni di freddo e di neve,

del resto,

come potresti saperne qualcosa?

Non conosci le notti passate

a viaggiare senza mai posa

la sigaretta ed un biglietto timbrato

per una sola corsa.

Allora, forse, capiresti

che il mio ignoto

è dentro i confini di un amore

ed io, su quel traliccio spinato,

camminai con il cuore.

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Accoglienza

Le mie radici hanno rami

e foglie di tiglio

il profumo dei fiori

vola oltre ogni muro

quando abbraccio la terra.

Le mie radici

portano indosso le tinte

di un autunno infinito

e tengono in seno la luce

delle cose lontane

sono colori di pace

li troverai nei mie occhi

quando accolgono i tuoi.

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L’eco

Non volevo più parlare

ripetere le solite cose

ma quei corpi…

quei corpi!!

Lì gonfi sulla battigia

L’orrore dell’acqua

le grida chiuse

nell’unico rimbombo

come un’eco di dolore

sul mio petto.

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Saldi

Sconvolge quest’aria greve

che avvolge il pianto muto

di chi ha perso tutto

sosta come ragnatele di brina

sui prati dell’inverno

Nella calca che ignora e preme

da tempo hanno già svenduto

la dignità dell’uomo.

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Sant’Anna di Stazzema

 

Dall’abside della chiesa

fino all’acquasantiera lacerata

camminai in mezzo a voi

povere anime.

Sul tratturo tra gli alberi

non fermai più le lacrime

le lasciai tutte scorrere

nel silenzio inumano.

Cercai i vostri sguardi

sulle foto all’ossario

e giammai così irato

maledissi l’Uomo.

Tra le pieghe del cuore

non trovai più il perdono

ma un grido nel petto

implorava giustizia

Un auspicio raccolsi

sulle lapidi spoglie

la giustizia d’Iddio

se non degli uomini

ed allora pregai

con tutto me stesso

perché questo è il sigillo

del vostro volere

questo è l’impegno

che mi avete chiesto

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