Praticare la Notte – di Ksenja Laginja

Nelle tenebreKsenja 1

in assedio accade

che il respiro si fermi

aggrappato alle labbra

sull’equilibrio precario

delle parole non dette.

Accade poi il contrario

che le parole escano

imbizzarrite annerite dalla guerra

indurite dal tempo

e in quell’istante colpiscano

senza alcun preavviso.

 

*


Ksenja 2

*

Alta e verticale sto

come una roccia a picco sul mare

e nulla scompone

questa assenza orizzontale.

 

Alta e verticale sto

a sorvegliare pinne e abissi

quella sovranità feroce che danza

nutrendo piedi uncini e radici.

 

Alta e verticale sto

a setacciare pietre lucide

nella tempesta di boe e cefali

che si incrociano dentro me

in una guerra silenziosa.

*

*

*

Misuro un palmo dopo l’altro

la distanza fra i nostri corpi:

in qualche modo

non è rimasto nulla.Ksenja 3

Ho socchiuso la porta

perché l’ultima traccia di te

abbandonasse quelle stanze

insieme alla caffettiera che

comprammo a natale

a tutte le cose

lasciate cadere distrattamente

agli angoli della cucina.

Un bottone sul tavolo

mi ricorda che il passato

esce sempre dall’ingresso principale

che le porte non si chiudono

mai definitivamente

e che le serrature – spesso

sono difettose.

Ksenja 4c

*

*

*

Ce l’hanno chiesto così spesso

e tutto ciò risuona come alloraKsenja 4b

nella risposta: “Restiamo qui”

cogliamo l’attimo la virgola il punto

ché a nulla serve trattenere il fiato

contare i passi l’assenza il tempoKsenja 4a

di questo lento divorare.

 

Ce l’hanno chiesto troppe volte

e noi vi rispondiamo ancora

restiamo qui nell’acqua fondaKsenja 4 r

in quell’assiduo nominare i fatti

le cose e le persone col loro nome

rinviando soltanto un poco il giorno

in cui non ci verrà più chiesto nulla.

*

*

*

Dicono che ognuno sia il frutto del suo fare

di tutte quelle assenze estese ai fianchi

sull’inasprirsi delle ore e dei vestitiKsenja 5 h-van

in quell’agire buio attorno agli angoli

del noi in preghiera sulla tavola.

 

Dicono che ognuno sia il frutto del suo fare

in ogni ombra incisa sui bicchieri

nei tovaglioli arresi alle ginocchia

su ogni briciola caduta o attesa

che appoggia i gomiti per separarci.

 

Ora nel piatto c’è solo il vuoto

e poi le mani della madreKsenja 5 h-

a riempire di silenzio il ventre

che svuota il pane e ogni senso.

 

Dicono che ognuno sia il frutto del suo fare

ma oggi ti racconto un’altra storia

per ricordarti che siamo altro

cerchi incompleti oltre quel frutto

ché nella debolezza di una voce

siamo il respiro che non ha tregua.

*

*

Le immagini della pagina sono di Ksenja Laginja.

Si ringrazia Giuliano Ladolfi Editore per l’autorizzazione alla pubblicazione.

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