Dario Fo pittore.

striscia fo
Ho appreso per caso, leggendo un manifestino incollato ad un muro mentre mi recavo in stazione, che ci sarebbe stata una mostra di dipinti di Dario Fo al secondo piano di Palazzo Fieschi a Genova, nel quartiere di Sestri Ponente, dove abito. La mostra sarebbe cominciata il Venerdì 21 Novembre alle 16 e 30, ma il saluto alla città Fo lo avrebbe dato dal palco del teatro Verdi, sempre nella mia delegazione e sempre alla stessa ora. Questa era una città di mare, di cantieri che contendevano lo spazio ai bagnanti. I bagnanti lasciarono il posto all’acciaio, scomparso l’acciaio restò il degrado, che ci accompagna fino ad ora. Questa, forse, era la Sestri operaia che Fo si aspettava di trovare. Ma lo aveva scelto lui di fare un’esposizione proprio a Sestri?
In verità non lo sapremo mai, perlomeno non io, ma qualcuno prima di arrivare gliel’avrà ben raccontata la nostra storia. Ci dirigemmo verso il teatro, la presentazione era già cominciata, sentivo la sua voce che tradiva l’età dagli scalini che portano alla platea. L’ultima volta che avevo visto Fo era raggiante, in un ristorante di Parma, beato fra Albertazzi e la moglie Franca e attorniato da attori giovani che gli regalavano una cornice che rendeva ben onore al “teatro”. Salivo le scale che portavano fra il pubblico, e ho trovato un uomo, in piedi, sul palco, con il cappotto e la sciarpa addosso come stesse all’aperto, con un microfono in mano e molti figuranti, che si presume gli avessero dato il benvenuto, vestiti in costume popolano di fine ottocento. Dal microfono arrivavano le sue parole, che ricordo perfettamente e che narravano, la sua vicenda di attore quasi per caso, sottratto nel fiore dell’età ad una carriera pittorica e artistica, che sembrava aver fino ad allora segnato la propria irrinunciabile esistenza. Il teatro come si sa ebbe la meglio e la pittura era continuata fra le pieghe del suo tempo, asservita ai suoi fondali o come storyboard consegnato ai suoi attori. Disse queste parole che mi rimangono tutt’ora impresse. “Finora ho regalato i miei dipinti che erano accatastati in casa mia, dovunque, e che regalavo per scoprire che Franca (Rame) ricomprava di nascosto. Ora voglio vedere se io come pittore valgo qualcosa.” L’ultima volta che avevo visto Fo era raggiante, dicevo, ora appariva come la propria continuazione che quasi per inerzia lo proietterà ancora per chissà quanti anni al di là di ogni sopravvivenza ma a cui lui, poco partecipa, lasciandosi guidare dal destino o decidendo piccoli movimenti d’anca per stabilire da che parte andare. Andare per andare, il suo corpo aveva svoltato a Sestri Ponente e di nuovo ci sta un “non si sa perché”, ma aveva svoltato qui. Usciti dal teatro ci dirigemmo alla mostra e lasciammo la folla alla caccia dell’autografo, ma non senza andargli vicino per osservare quegli occhi già altrove che firmavano poster con un nome così corto. Una ventina di lavori, molti corpi, un disegno che sa di novecento italiano un poco sfiorito, che vaga fra Maccari e Luzzati o certe reminiscenze di sfondi a tinta unita con corpi levigati e antichi come avrebbe suggerito Martini. Un dipinto mi è piaciuto, uno si, molto, ed è quello relativo ad una scena dell’Histoire du Soldat, che non per caso hanno usato come copertina al manifesto. Non so se i dipinti possano valere qualcosa per la storia dell’arte italiana, ma sono un lascito di ciò che era nel cassetto, di ciò che potrebbe essere stato e non è stato; non sono i dipinti del Nobel o del teatrante, sono le confessioni di un uomo che ha tanto amato e ha vissuto con passione nascondendo il suo sogno, e che mi fa dire che non importa come si comporterà il mercato, nei suoi occhi e nelle sue parole ho sentito la contentezza di un bambino che può finalmente dire: sono un pittore.

Alberto Repetti

manifesto fo

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