Genova Sanremo e ritorno – di Valter Scelsi (Il babau n. 7)

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Il cofano amaranto si contornava nei lati di due embrioni di ali, mentre davanti scendeva verso l’acciaio lucido della calandra. Sulla fiancata sporgevano la maniglia cromata ed il pulsante con la serratura. Sopra i vetri scorreva come un ologramma il fiume chiaro con un movimento impercettibile quando la macchina sostava, fluente quando correva per le strade.

E’ con quell’automobile che mio padre, invero di rado (ma in quella rarità brillava un’essenza di valore), veniva a prendermi all’uscita di scuola. Fu per via di quella macchina che la mia infanzia fu tanto ammirata dai miei compagni di classe. Almeno finché durarono la scuola e le fortune di mio padre.

 

Durante il pomeriggio mio madre, probabilmente, aspettò una telefonata, perché ad ogni squillo sobbalzava e mi chiedeva chi fosse, quando ero il primo a sollevare -come accadeva di solito- la cornetta del telefono. “Non è per te”, rispondevo senza troppa cortesia, fingendo di non accorgermi del suo stato d’animo. Il telefono la assillava: ci girava intorno come un gatto, sfiorava mille volte l’apparecchio per verificarne il trillo, lo divorava con lo sguardo.

Mio padre rincasò prima del solito, liberandosi della cravatta della giacca e dei mocassini lungo il percorso che lo portava in camera. Mia madre non usciva dal bagno da quasi due ore, quando si accorse di mio padre aprì la porta e lo fece entrare. Insieme rimasero in quella stanza a lungo, le loro parole coperte dallo scrosciare d’acqua della doccia.

L’afa del pomeriggio, che in casa eravamo soliti combattere con l’oscurità delle tapparelle semichiuse, nella strada divampava liberamente, sciogliendo l’asfalto appena posato color nero pece. Nella fissità senza ricovero di un’ora spersa nel pomeriggio noi tre entrammo in macchina. Quel fatale giorno di giugno, tra i passeggeri dell’Alfetta GTV il più felice di certo ero io, che sempre trascorrevo il mio tempo nella speranza di qualche imprevisto viaggio in macchina. Così fu: un viaggio senza avviso verso la riviera di Ponente. Dal finestrino che mia madre teneva aperto l’aria incombente dell’estate mi giungeva alle narici filtrata dai capelli di lei e le essenze mi beavano il cervello. Nell’infanzia non ho mai temuto le cose che un bambino non dovrebbe temere, la velocità, così, non mi ha mai fatto paura. Non riuscivo ad immaginare l’esito tragico di una corsa in macchina. Nella mia vita, prima di avere paura della velocità ho avuto paura degli uomini, delle bestie, perfino del destino.

Mio padre fece correre l’Alfa finché ebbe strada libera per farlo. Appena dopo Savona, attraversando un alto viadotto, un tir strinse troppo una curva e noi fummo sospinti fuori strada nel tentativo di evitarlo. La macchina si fermò accostando il guardrail, infiniti metri sotto di noi il mediterraneo sereno riluceva di vele bianche al sole.

Mia madre di spaventò fino alle lacrime e dichiarò di non stare bene, di volersi fermare al primo autogrill. Mio padre per tranquillizzarla produsse una voce dall’intestino, sinistra come lo sfrigolare della lava sui campi, come il rumore dei cardini che finalmente si aprono.

Nel bar dell’area di servizio consumammo una abbondante merenda e gli occhi di tutti ci spiavano perché mio padre era vestito in smoking e mia madre portava un abito rosso che le lasciava nuda la schiena. Io li avevo, quella sera; così vestiti come manichini, li possedevo entrambi. Guardavo chi li guardava e con gli occhi dicevo “non temete, sono roba mia”.

Uscimmo poi nel piazzale antistante, c’erano pozze di benzina iridescenti di cielo e la sera ci guidava ad oriente.

“Dormirai da tua nonna, stanotte”  disse mio padre.

“Non ho il pigiama.”

“E’ vero. Non ha il pigiama.” Intervenne mia madre.

“Cosa vuol dire che non ha il pigiama? Dovevamo pensarci prima. Prima… a casa… prima.” Mio padre si disperò, con le mani si strofinò il volto. Ed io capii cos’è la disperazione: mancanza di un futuro prossimo. Ma ero certo che sarei riuscito a dormire anche senza pigiama, e per questo, rincuorati i miei, li convinsi ad entrare in macchina.

Fummo a Sanremo per l’ora di cena. Mia nonna ci aspettava sulla porta, scrutando la strada e l’orizzonte nella direzione sbagliata. Aveva una sigaretta tra le labbra e tenerla in quella posizione le causava grinze e rughe in tutta la faccia, era magra e ossuta, gialla di nicotina come un’allegoria del vizio del tabacco. Mi tenne con sé tutta la notte.

 

Nella luce piena del giorno seguente, una domenica balneare, i miei tornarono a prendermi, con indosso i vestiti della sera prima. Mia nonna li ospitò, erano stanchi e spettinati. Sfiniti dormirono insieme nel letto matrimoniale al piano di sopra sebbene fosse giorno, e non si svegliarono che al tramonto.

Quella notte al Casinò mio padre aveva perso tutto, fino all’ultima lira. Il sogno di pagare i debiti e salvarsi dal fallimento era morto all’alba. La testa di mia madre poggiava sullo schienale del sedile dell’Alfa, i suoi capelli rossi non mi erano mai sembrati così belli ed odorosi. Fui preso da una grossa stolida felicità.

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