Alfonsino – di Paolo Bascheri (Il babau n.15)

Esistono mondi sostanzialmente identici al nostro ma più piccoli. Parlando fra di noi Alfonsino, uno dei personaggi di questa favola, era un omino piccolo, era alto dieci centimetri, però era ben proporzionato e snello. Abitava con la moglie e due figli in una casetta vicina al mare, né più bella né più brutta delle altre dei paraggi. Viveva di pesca: saraghi, seppie, zizzole e badogli, pagari e cozze. La moglie invece filava e componeva canzoni d’amore o di prudenza, folk. Alcune canzoni, specie fra le ultime, quelle folk, erano ballabili ed erano molto, davvero molto apprezzate nel circondario. Elipranda, questo il nome della donna, era alta nove centimetri e mezzo.

I figli di Elipranda ed Alfonsino erano ancora piccoli, dieci anni la primogenita, Amelia, e sei anni il fratellino, Ugo. I due frequentavano la stessa ed unica scuola del paese, un edificio bello e moderno, con classi sino alla settima e dei bravi insegnanti assennati. Ugo a scuola ci andava volentieri mentre Amelia era solitamente piuttosto svogliata, ad ogni buon conto ella studiava quel che bastava per avere tutte le sufficienze e gli insegnanti non gliele negavano mai tanta era la sua abilità nel pronunciare i concetti. Amelia aveva i capelli neri e poiché spesso le avevano detto e sempre le dicevano di quant’erano neri i suoi capelli, aveva preso per reazione, a vestirsi di nero. Con l’andare del tempo e cioè all’età di dieci anni, la comparsa di altri colori nel suo abbigliamento era diventata fortemente significativa e l’affidava esclusivamente ai particolari: le calzine, un fiocco, le scarpe ginniche. Un vezzo.

Al mattino Amelia faticava ad alzarsi dal letto e la madre, Elipranda, la scrollava un poco una  prima volta verso le sette, poi di lei s’occupava Ugo che non le dava pace fintantoché non usciva dal letto. I due fratelli da casa a scuola avevano cinque minuti di cammino e strada facendo, subito dopo aver attraversato la piazza con il monumento a Tublinen, dal panettiere, comperavano le merende.

 

Alfonsino alle sette era già in mare con i suoi tre soci, saldi sulla superficie fluttuante. A bordo Alfonsino era il motorista ma se la cavava bene anche con le reti, le sbrogliava e le lanciava con consumata competenza, le calava indifferentemente a sacco di morto o a perpendicolo, con o senza i favore delle correnti, a maglie strette o larghe, secondo i pesci da prendere. Alfonsino e soci, come gli altri pescatori del paese, portavano i pesci pescati al mercato generale. Da là una parte dei pesci partiva su carri veloci alla volta dei grandi centri urbani, l’altra parte (una rimanenza ben scelta) serviva ai bisogni ed ai gusti dei paesani. Questi richiedevano una gran quantità di sogliole e triglie e detti pesci, grazie all’ausilio dei numi del mare nonché all’abilità di Alfonsino e soci, non mancavano mai. Era inoltre sempre notevole la quantità e l’assortimento del pescato in generale: ogni giorni vari pesci belli stecchiti o agonizzanti facevano mostra di sé in scatole di legno fra scaglie di ghiaccio, conchiglie ornamentali e, dappertutto il prezzemolo.

 

Nell’entroterra dall’alto di una collina, visto da una casupola bianca, il mare faceva parte del panorama e mostrava in silenzio la linea enormemente circolare dell’orizzonte. Colà vivevano i Barbolini, marito, moglie, due figli ed un bisnonno, un uomo vecchissimo. La loro casetta faceva parte di un paese detto Di Francia. Esso sorgeva ai margini delle grande strada carrabile che da Lamboglia portava a Telono, una striscia scorrevole e ben pavimentata lungo la quale Di Francia, come altri piccoli centri, aveva funzioni di ristoro per i viaggiatori e le comitive. A Di Francia c’erano due locande, due alberghi ed un esercizio per la riparazione delle ruote e le lubrificazioni.

I Barbolini erano contadini, per vocazione e disponibilità di terra, avevano molti alberi da frutto e quattro campi di cui uno a maggese, aveva molte galline ed allevavano anche dei conigli, cacciavano lepri e poi vendevano il tutto ad una delle due locande, spremevano pure una mucca ma solo per il loro fabbisogno. La caccia e gli ultimi raccolti erano stati buoni ed i Barbolini quindi se la passavano piuttosto bene, non facevano economie, “neppure sul superfluo” diceva il bisnonno le poche volte che parlava.

 

Un bel giorno i Barbolini ricevettero la lettera di un lontano ed oramai quasi dimenticato parente, essa li avvertiva che a giorni avrebbero ricevuto la visita di un ragazzino di undici anni a nome Tremendum. Nella lettera il lontano parente li informava che il piccolo gli era stato affidato anni addietro da certi suoi conoscenti i quali temevano l’avanzare d’una epidemia e volevano sottrarre al contagio il loro unico figliolo. Era loro intenzione poiché non potevano abbandonare la loro dimora ed i loro uffici di difendersi dal morbo, di continuare nelle loro mansioni nel miglior modo possibile e di riprendere con sé Tremendum appena la situazione l’avesse consentito, secondo la loro tranquillità. Il parente dei Barbolini scriveva ancora che poi purtroppo il morbo s’era portato via entrambi i genitori ed ora egli, divenuto nel frattempo come un padre per Tremendum, era costretto da un fatto improvviso ed assai importante ad assentarsi per tre settimane contro ogni suo desiderio. Di non aver potuto portare con sé Tremendum il quale, per inciso era in ottima salute ed assai volonteroso, in altri termini non avrebbe dato alcun disturbo ma anzi sarebbe stato d’aiuto.

I Barbolini, proprio il giorno prima di ricevere la lettera avevano dato ospitalità ad un’anziana donna la quale, dopo avere bussato alla loro porta, s’era dichiarata stanca del lungo cammino e ben disposta a prestare le sue arti di cuoca in cambio di un pur misero letto, per soli tre o quattro giorni, giusto il tempo di rimettersi in forza e sentirsi nuovamente acconcia agli scomodi mezzi delle carovane. I Barbolini era no brava gente, per loro l’ospitalità era una cosa santa ed erano rimasti financo turbati dall’aspetto emaciato della donna e quindi, senza remore le avevano dato una stanzetta che ottimamente soddisfaceva la richiesta. Tremendum arrivò qualche ora dopo la lettera e fu alloggiato in un piccolo vano sotto al tetto di norma adibito a ripostiglio, una sola minuscola finestrella di forma circolare raggiungibile solo mettendosi carponi dava luce e aria all’ambiente cui si accedeva dal basso sollevando una botola.

 

Tremendum, un ragazzino basso ma robusto come un piccolo torello, i capelli neri spessi e a spazzola, un occhio leggermente più grosso o più vivo dell’altro, scarpe stringate e mantellina arrivò a Di Francia in una bella giornata di sole e s’appressò alla casa dei Barbolini portando in spalla un vecchio bauletto di pelle scura serrato alla meglio con cinghie e corde. Il cane dei Barbolini, nel vederlo, iniziò ad abbaiare siccome sconosciuto gli era e Renata, fattasi sull’uscio lo zittì. Ella accolse Tremendum e questi, poggiato a terra il bagaglio, salutò cordialmente. Sopraggiunsero Corrado e Peverina, i due figli dei Barbolini e poi il padre, Barbolini Tullio. Del bisnonno si sentì solo la voce, il vecchio infatti s’alzava di rado dalla sua poltroncina e da essa -per solito sistemata in una stanza attigua all’ingresso, dirimpetto ad una finestra- domandò chi vi fosse. La poltroncina del vecchio, in ragione del gran tempo che egli vi trascorreva era attrezzata in modo speciale quanto alla comodità e più cose risultavano a portata di mano, in autunno ed in inverno, ad esempio,  berrette di lana di varia entità, secondo la temperatura che poi per dirla tutta al riguardo, il vecchio si riferiva più alla temperatura esterna che a quella interna sì ché d’inverno se nevicava, lo si poteva vedere con certe cupole di lana grezza e spessissima come se fosse in mezzo alla neve. Non mancavano tisane e, sebbene quasi sempre nascosti, dei gottini di liquori dolciastri, carte da gioco, occhiali ed altri oggettini. Già da anni la decrepitezza del vecchio, che aveva passato i cento e di tanto in tanto era vittima di alcuni acciacchi, era notevole e non mancava d’un carattere stupefacente agli occhi dei suoi stessi famigliari i quali però lo consideravano alla stregua di un’istituzione.

“Dopo ti presenteremo al nonno” disse Tullio cui fece eco Corrado “Al bisnonno… detto anche nonno Andriolo. Eh nonno!” “Che c’è, che c’è?” rispose quello, “Nonno, è arrivato Tremendum!” “Chi è? Chi è?” “Vieni con me, Tremendum” soggiunse Tullio “che ti accompagno di sopra, vorrai magari riposarti un poco, gli è un po’ piccolo in vero ma abbiamo altri ospiti, poi vedrai, ora vieni andiamo. Ah, hai bisogno del bagno?” a risposta negativa Tullio mise mano al bauletto di Tremendum e provò a sollevarlo riportandone una grossa impressione, gli parve incollato al pavimento ma fu questione d’un attimo, Tremendum si precipitò sul bauletto e disse: “Lascia zio, lo porto io. È di sopra che andiamo?” e d’un botto se lo rimise in spalla. “Mi pare che sei proprio robusto” disse Tullio, “Ci hai due spalle che sembri una roccia” disse invece Peverina mentre Tremendum andava su per le scale tenendo stretto il suo bauletto sotto il cui peso stava leggermente piegato, “È la mantellina che mi gonfia” rispose Tremendum voltandosi a mezzo.

 

Dopo il tramonto i Barbolini sedettero a tavola e là Tremendum fu informato dalla signora Renata che l’indomani ci sarebbe stata la sagra di primavera, una gran festa altrimenti detta Gran ballo di Di Francia, o dei Picchiatelli. Era una ricorrenza locale cui convenivano gli abitanti di tutti i paesi circonvicini, durava dal mattino alla sera e nel suo corso ogni bontà veniva cucinata tra canti e danze. Elipranda, la moglie di Alfonsino, vi cantava le sue canzoni ed inoltre suonava la chitarra in una delle orchestrine che s’alternavano sul palco.

Sempre a tavola l’anziana ospite dei Barbolini (Celestina di nome) disse a Tremendum con la sua voce sibilante: “Sai Tremendum io preparerò medaglioni di coniglio e bombette di mele fritte. Ti piacciono?” Ed accennò un sorriso cui però non pareva avvezza sì ché si sarebbe detto, nel farlo, rischiasse d’incrinarsi il viso. Tutti malgrado quel qualcosa di strano e indefinibile che avvertivano nella vecchia assentirono convinti come si può fare solo di fronte a cose note mentre Tremendum che da anni era solito mangiare pagnotte, verdure crude e talvolta, tutt’al più, dello spezzatino, pareva avesse perso la memoria delle prelibatezze, se mai conosciute le aveva.

 

Nottetempo, mentre la luna, quasi piena, era alta nel cielo, Corrado e Peverina nella loro cameretta parlarono a lungo, vuoi della sagra, vuoi di Tremendum finché Peverina, stimando che le chiacchere avessero allontanato il sonno volle andare a prendere una boccata d’aria e rimirare la luna. Piano piano, cercando di non fare rumore discese la scale e con delicatezza aprì l’uscio. Uscì e sul retro della casa, con sua sorpresa, vide Celestina che rimestava in un grosso pentolone e presso lei il cane fermo e immobile come una statua, in quell’atteggiamento di attesa o supplica che hanno i cani alla vista della preparazione dei cibi, esso non voltò neppure il muso verso Peverina né mosse la coda, era completamente rapito.

Celestina parlava sottovoce al cane incantato e Peverina comprese chiaramente solo il nomignolo che quella gli dava: “Maestrino. Il mio bel maestrino caro; ti darò un bacino poi.” Quindi Celestina pose un qualcosa che Peverina non poteva distinguere su un tavolaccio che stava nei paraggi e infra incomprensibili borbottamenti, tenendolo fermo con una mano, alzò su esso l’altra armata d’uno spiedo. Qua quella cosa, prossima a essere infilzata, con un balzo da rospo la scampò.

“Accidenti a te rospaccio! Che ne sarà della mia pozione ora! Ah accidenti! maledizione! ” sibilava Celestina mentre Peverina, spaventata poveretta, tirò un urlo; “Zitta! zitta! che ti prende?! … non vedi che sto cucinando?” “Celestina cosa mai state preparando?! Non era mica un coniglio quello, proprio no. Domani mattina lo dirò alla mamma…” “Non t’impicciare ragazzina; alla mamma non dirai un bel nulla…” Celestina aggiunse ancora: “Non dirai nulla, guarda qua, guarda…” e così dicendo, con l’ausilio d’un legno, prese a descrivere dei piccoli cerchi nella brace che stava sotto al pentolone, “Non dirai nulla, non dirai nulla” sillabava Celestina alla volta di Peverina la quale a quella vista si sentiva mancare le forze.

“Oh cielo che mi succede?” farfugliò Peverina che quindi con un impeto  riuscì a liberarsi delle forze che la traevano verso la brace e scappò via. Il cane, dopo attimi di combattutissimi tentennamenti fra il farsi accosto a Peverina ed il supposto sublime contenuto del pentolone, si rimise seduto, assai compostamente, da cane. Intanto da una tasca della veste di Celestina cadeva per terra una coda di serpe.

In camera Peverina provò a svegliare il fratello per dirgli dell’accaduto ma questi fu inamovibile: “Ho troppo sonno, troppo, lasciami dormire.” Peverina così non chiuse più occhio finché, proprio all’alba, il sonno la colse, fra scosse.

 

Spostiamoci ora a un dipresso dal mare, in casa di Alfonsino dove fervevano i preparativi, troviamo Alfonsino nella rimessa a dare una spolverata ai sedili e un po’ d’olio alle ruote della vettura, già vestito per la festa; Elipranda in cucina a dar gli ultimi tocchi a un favoloso pesce-pinna cucinato la sera innanzi, l’assisteva Ugo largheggiando in consigli sull’addobbo del piatto, la disposizione delle carotine. Amelia si faceva bella e s’abbigliava, di nero come suo solito, le scarpine, d’un rosso vivissimo, erano il suo orgoglio. Quindi partirono, s’arrestarono un attimo sulla piazza col monumento a Tublinen, l’inventore dei fiammiferi, l’unico uomo d’una certa notorietà nato nel paese e là altre vetture si unirono a loro per poi speditamente procedere alla volta di Di Francia, sussultando sulla via. Altri di lì a poco li avrebbero seguiti con partenze alla spicciolata. Strada facendo Amelia s’informò circa la preparazione del pesce-pinna.

Tutti erano particolarmente eleganti, Elipranda indossava una camicia di organza ed una gonna a balze, di colore bordeaux e molto ampia. Una delle graziose figlie dei signori Teodoro aveva, nei capelli, una preziosissima cascata di fiori e farfalle finte, correva voce d’un suo prossimo fidanzamento con uno dei giovani di Di Francia il quale più tardi in effetti l’accolse a braccia aperte, giusto un po’ irrigidito nei nuovissimi pantaloni a tubino. Alfonsino indossava un completo che di sagre n’aveva già viste parecchie ma ancora faceva la sua figura. Comunque nel gruppo scialli, bluse, scarpe lucide e spille di particolare bellezza avrebbero indicato a chiunque la festevole destinazione dei nostri.

 

A Di Francia Corrado, svegliatosi dopo le otto, avvertì la madre che la sorella doveva aver dormito molto poco sì agitata gli era parso che fosse a notte fonda e Renata disse dunque di lasciarla dormire sino a che i più non fossero giunti. Tremendum invece s’era destato ai primi rumori di attività in casa e fuori mentre dalla finestrella dell’abbaino, sprovvista di scuri, il sole spediva dei raggi. Era sceso da basso per andare in bagno già completamente vestito, suggellato, se così si può dire, dalla mantellina, un odore di latte caldo empiva placidamente la casa. Tremendum alla fine delle scale mise mano ad una boccia di legno schidionata sul corrimano e quella gli rimase in mano, allora, prima d’andare in bagno andò a far vedere la boccia a Tullio il quale stava facendo colazione e gli rispose, fra le mille scuse di Tremendum, che be’ insomma, pazienza, dopo l’avrebbe risistemata; gli domandò inoltre se fossero rimaste delle schegge sul corrimano. Tremendum rispose di no ed andò in bagno, uscitone si sedette al tavolo con Tullio e subito dopo ruppe una tazza ma cosa effettivamente Tremendum fosse in grado di fare sarà più ampiamente descritto fra breve. Seguiamo ora piuttosto il già nutrito gruppo di convitati che verso le dieci popolavano Di Francia, i più erano confluiti nel grande prato nei pressi della casa dei Barbolini. Sul palco, non ancora usato dai suonatori, s’accapigliavano e si esibivano un nugolo di bambini sollevando un acuto vocio, già ardevano i fuochi su cui sarebbero state poste le vivande da cucinarsi all’aperto, le tavole erano imbandite ed alcuni reclamavano il vino. Elipranda, scesa con un balzo dal carro, ora in disparte accordava la chitarra. Alfonsino s’intratteneva in piacevoli conversari con Tullio ed altri mentre Tremendum s’aggirava con un’arietta stranita e curiosa, Tullio lo chiamò e gli presentò Ugo ed Amelia i cui nerissimi capelli mandavano dei bagliori, Tremendum s’incamminò con Amelia. I piazzali di Di Francia si riempivano vieppiù di carrozze e vetture d’ogni tipo; bottiglie, damigiane e padelle passavano di mano in mano, nel prato con un passo da regina scendeva Pisella, forse la più famosa zitella di Di Francia, come cappello indossava, appuntata fra i capelli, metà d’una grossa cipolla e a chi le domandava che fosse rispondeva ch’era una sorta di celebrazione della natura, secondo le sue idee.

Peverina, col suo segreto circa le arti o schifezze culinarie di Celestina, s’alzò di soprassalto all’incirca allora e vestitasi tanto bellamente quanto velocemente andò in cerca della madre per riferirle ogni cosa. Non la vide, vide invece proprio Celestina la quale rimestava in una pentola enorme, quella che conteneva il brodo che tutti avrebbero sorseggiato. Peverina incontrò il fratello Corrado e gli disse che ella temeva che Celestina fosse una strega o poco di meglio. “Ah ecco, ecco…” le disse il fratello “Mi pareva bene ci avesse qualcosa di strano; sì però son cose che non si possono mica dire su due piedi… Tu, tu non ti preoccupare che ci penso io…” e chiamò quindi alcuni suoi amici insieme ai quali iniziò a sorvegliare assai da presso Celestina la quale per contro non dava loro troppo peso ed anzi di tanto in tanto li imboniva con dei motti.

 

Una mezz’oretta dopo la prima orchestrina ch’era salita sul palco scendeva per ristorarsi, dopo aver suonato un discreto repertorio, e saliva Elipranda, fra gli applausi. Quando attaccò My man at sea i danzatori finalmente invasero la pista, turbinavano le coppie, un’infinità di piedini battevano il ritmo e ad una donna alzatasi da un tavolo e diretta al centro della pista un lembo del vestito rimase impigliato sotto una gamba del tavolo medesimo così, prossima al centro della pista, aveva liberato decimetri e decimetri di tulle, il che scatenò nuovi applausi. Ballava Amelia portandosi appresso Tremendum il quale, poco prima, le aveva dichiarato di voler imparare a ballare. In un angolo Pisella, la zitella con la cipolla in testa, diceva: “È sempre così, nessuno mi vuole, ahimè, povera me… ”

Anche Peverina non ballava, cercava qualcuno che le desse retta circa la pericolosa natura di Celestina, confidò ad un’amica di famiglia che Celestina era una strega e quella le rispose che, in verità, le pareva un’ottima cuoca mentre per Corrado, il fratellino, star dietro a Celestina s’era tramutato in un gioco e nulla più. Sulle tavole, ormai completamente imbandite, arrivavano gli antipasti e qui accadde un fatto particolarmente increscioso che portò Tremendum all’attenzione di molti. Pare che fra coloro che gli sedevano vicino fosse nato il gioco di piluccare dal suo piatto il che Tremendum seguiva con apprensione protestando ma senza successo. Ad un bel momento, ma le voci al proposito erano diverse, Tremendum sputò, o fece finta, in un piattino di acciughe alla marinara e rimestò il tutto invitando poi i vicini ad assaggiare ancora. Nessuno s’aspettava una cosa simile, una bambina che gli sedeva al fianco, certa Camilla proveniente da un altro paesello dell’entroterra, diede di matta richiamando un gran numero di genitori, fra questi la signora Renata inseguita da Peverina: “Mamma! mamma! devo dirti una cosa: ieri notte Celestina…” “Aspetta Peverina bisogna che vada a dire due parole al nostro signorino Tremendum…” e così fece.

“Ma non è vero! non è vero! Giuro.” le rispondeva quello mentre finalmente Peverina, avvicinata dal padre che aveva notato quanto fosse agitata, ebbe modo di spiegargli tutto per filo e per segno. Tullio le promise di volere vederci chiaro ed andò in cerca di Celestina della quale però non c‘era più traccia.

Ricomparve la vecchia tempo dopo, sbucata da chissà dove, proprio nei pressi del pentolone del brodo e la si vide versarci dentro il contenuto d‘una misteriosa ampolla. Un attimo dopo nonno Andriolo, anch‘egli vicino al pentolone, ne prelevò una ciotola e con suo gran piacere, sorso com‘era alle grida di Tullio e di altri: “Non bere! Non la bere ch‘è avvelenata!”, la trangugiò. Uno dei convitati per togliergli la ciotola dalle mani lo urtò e lo fece cadere. Il nonno svenne.

“Santo cielo! l‘hai fatto cadere! Si sarà rotto in mille pezzi, poveri noi.” diceva uno, “Macché è svenuto perché ha bevuto la pozione della strega! Prendetela! Prendetela! Celestina è una strega!” rispose chi l‘aveva urtato.

Celestina scappava pel prato inseguita da una frotta di persone, le correvano dietro stimando che la preda, invero ossuta, fosse facile e l‘avevano quasi raggiunta quando la vegliarda distese ulteriormente i passi, ne fece tre lunghissimi e poi in un gran turbinio di soffi e di sbuffi si dileguò, sfuggì alle mani protese, s‘alzo e volò via lasciando tutti col naso per aria.

Nonno Andriolo, sempre svenuto, fu portato nella casa dei Barbolini ed i tre medici presenti alla festa tentarono a lungo di rianimarlo. Invano.

Un gran silenzio era sceso sul prato.

“È sempre molto bello ma para morto” disse la moglie di uno dei medici, “Non è morto” rispose il marito tastandogli un polso. Nonno Andriolo fu adagiato su un carro con destinazione l’ospedale più vicino, quello di Organdi presso il lago d’Aral, a circa mezz’ora di strada. La festa era indubitabilmente finita ed alcuni piangevano.

 

Strada facendo, fra i medici che non tentavano più intervento di sorta, il vecchio riaprì gli occhi; “Come vi sentite?” gli domandò uno di quelli, “Ma bene. Ho fatto un sogno… che strano… ma dove mi state portando?” “All’ospedale: avete bevuto una pozione…” “Ma che mi dite? Mi sento proprio bene, vorrei tornare alla festa” e tanto fece che per l’appunto a Di Francia fu riportato, là, in breve tempo, le danze ripresero più felici di prima.

Rimane da aggiungere che nelle settimane seguenti nessuno chiese la restituzione di Tremendum il quale, col tempo, si rivelò un ottimo lavoratore dei campi e, a dirne di più, si sappia che fra lui ed Amelia nacque un amorino. Nonno Andriolo visse sereno per molti e molti anni, forse alla pozione ci mancava un qualcosa del rospo.

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