Cambio di passo – di Andrea Guidi (Il babau n. 9)

Confusa e disorientata soprattutto a causa del sibilo ravvicinato, Laura si adagiò istintivamente lungo il fianco dell’auto il cui cristallo laterale anteriore era in frantumi.

Ci fu un secondo colpo, secco e sordo, e la ragazza ora si irrigidì aderendo spasmodicamente all’autovettura; un gatto sbucò da sotto e scappò via. Nessun vetro rotto, stavolta. Contratta e tesa, Laura si chiedeva se fosse stata colpita o no. Dopo alcuni secondi interminabili, riuscì finalmente a levare lo sguardo; vide due o tre persone affacciate alla finestra, quindi si scosse e si ricompose. Si sentiva improvvisamente rassicurata.

Nella strada le numerose auto posteggiate scintillavano nella luce bianca e abbacinante dell’una pomeridiana. Nessuna persona. Laura si diresse verso il portone di casa con passo calmo.

 

 

 

Suonò al citofono. – Ma’, mi senti? Arrivo. Ma’….. Chiama la polizia, hanno sparato qui giù. Mi hanno sparato.

– Ma che dici?

– Credo che sia, sai, quella del dodici, che abita all’ultimo piano. Sai, quella malata di mente…?

– Dai, Laura, vieni su subito. Ha telefonato Giorgio poco fa.

Laura salì le scale innervosita da quella notizia. Da quando Giorgio aveva saputo che lei era incinta, la tormentava, voleva che ritornasse con lui.

– Insomma, Laura, perché lo rifiuti? E’ il padre di tuo figlio, ti rendi conto? Lo sai o no che hai una responsabilità…? Cosa ti avrà mai fatto, poi…!?

La madre era in piedi, al centro della cucina, faceva ampi gesti mentre parlava; Laura era seduta sul bordo del tavolo, con la giacca ancora indosso. – Per me con lui è finita, mamma. Io non lo voglio più.

– Ma è…

– Non m’interessa. Non provo niente per lui. E neanche lui mi voleva più. Se avessi abortito, non mi avrebbe cercata, capisci? Mi cerca adesso, ma solo per il suo orgoglio. Io non ce l’ho assolutamente con Giorgio, posso anche capire la sua debolezza, le pressioni che avrà subito anche lui dai suoi, ma non è questo il punto. Io proprio non lo desidero, non voglio che stia con me e non c’entra se…

– Intanto è un bravo ragazzo – la interruppe la madre alzando la voce; – e ha la testa sulle spalle, molto più di te, a quanto pare! E poi lì c’è vostro figlio! – urlò additando la pancia di Laura.

– Me ne sbatto completamente di queste idiozie! – reagì Laura alzandosi in piedi. – Non voglio una famiglia con lui! E’ chiaroo?? Non ho obblighi nei suoi confronti. Se vuole suo figlio, be’, non so che farci. Questo è il mio bambino. Certo! Solo questo sento! Con lui non ho niente da spartire ed è già così da un po’ di tempo tra noi.

Col respiro affannoso, Laura aveva cercato di scandire bene le parole, che uscivano strozzate e roche.

La madre si sforzò di assumere un tono pacato e conciliante. – Ma come puoi pensare cose del genere…? Io credo che…

– Basta! – esplose infine Laura. – Mi hai stufato! Non ne posso più. Dovrei rimanere tranquilla e invece mi ossessionate. Non riesco più a stare bene in questa casa!

Non lasciò replicare la madre e uscì senza sapere dove andare. Le venne in mente d’improvviso che c’era lezione alle 14 all’Università. Sarebbe andata lì. Decise di prendere un “locale” per andare in centro; per raggiungere la stazione doveva uscire dalla via dove abitava in direzione opposta al palazzo numero 12, dal quale lei supponeva fossero partiti gli spari. Scendendo le scale ne udì altri due ma era comunque rinfrancata perché non doveva passare sotto al numero 12. Citofonò prima di andare via.

– Mamma, ricordati la polizia.

– Perché?… Ah, già, sì, la chiamerò subito. Ascolta, Laura…

– Ma fallo, perché ha sparato ancora.

– Laura!… Laura!?…..

 

 

 

Entrò nell’aula in anticipo sull’orario d’inizio della lezione. C’era poca gente. Le sedie, alcune in legno, altre in plastica con gambe di metallo, erano disposte disordinatamente. Qualcuno preparava piccoli registratori sul tavolo largo di formica ricoperto di plastica verde. Una lampadina dava una luce autunnale all’interno, favorita dal pavimento alla veneziana polveroso e opaco, visibilmente non lucidato da anni.

Vicino alla finestra, che dava su un cortile circondato da palazzi universitari, su una stessa linea di luce fioca stavano il naso a punta di una ragazza pettinata e vestita maschilmente e gli occhiali del ragazzo a cui rivolgeva dolci parole. Poco più in là, uno sui trentacinque anni leggeva una dispensa con aria annoiata e incredula allo stesso tempo. Era vestito in rosso e verde, con sopra una giacca grigia spigata. Entrarono poi altre persone, tra cui due ragazzi che stavano scherzando e ridendo. Quello con la giacca senape sulla camicia di jeans era Giorgio. Appena vide Laura si fece serio:

– Finalmente ti trovo!

– Che diavolo vuoi, vattene! – fece lei con voce ferma e sonora.

Giorgio fu imbarazzato dal silenzio che si creò in aula. Le si avvicinò parlando a bassa voce nella speranza che i presenti distogliessero l’attenzione.

– Ascoltami, Laura. Io ho pensato molto, in questi giorni. No, aspetta… Sono cambiato, sono maturato, vorrei dire. Io ho bisogno di te e sto soffrendo.

– Ma lo sai che a momenti mi ammazzano? – urlò lei. – Lo sai che mi hanno sparato, oggi, sotto casa?

– Ma vuoi scherzare, che dici?

– Sai a cosa pensavo in quei momenti? – incalzò lei. – Solo a mio figlio, e basta!

– A nostro figlio, vorrai dire.

– Non ci siamo capiti. Per me tu non esisti. E’ chiaro? Non e-si-sti!

Queste ultime parole furono dette mentre stava entrando il professore, che ebbe un’espressione incuriosita.

Lei si alzò e si diresse verso la pesante e antica porta di legno col vetro smerigliato: – Guai se mi segui!

Giorgio rimase impietrito sulla sedia mentre intorno a lui ci fu un liberarsi di “Ma quella è matta!”, “Quei due non li capisco”, “Ehi, ma che le avrà fatto a quella, Giorgio?”, “Certe scene potrebbe andarle a fare da qualche altra parte!”, “E’ un’isterica”, e via dicendo.

 

 

 

Laura pensava solo a fuggire e dopo aver camminato per un po’ senza meta, finì per giungere alla stazione Brignole. Una bambina scendeva la scala mobile che procedeva in salita e questo le fece sentire una gioia assoluta e pura. Decise di andare a Camogli, dalla sua amica Rosanna. Sul treno, che stava partendo, notò dal finestrino l’affanno di una signora col vestito a scacchi neri e viola, poi chiuse gli occhi e sentì dentro sè i primi sussulti sulle rotaie. Provò il senso della libertà, totale, completa.

 

 

 

Appena vide la scritta ‘Camogli’ in grossi caratteri neri, si stupì di aver viaggiato così poco. Mancava un quarto alle tre. Il primo sole di maggio era cocente. Anche la quiete di Camogli era cocente. Dai brusii della città e del treno ai rumori nitidi e schioccanti di una persiana sganciata che chiudeva, degli oggetti domestici posati sul tavolo di legno dentro cucine a piano terra in qualche viottolo, più tardi dei piccioni invadenti che saltellavano sulle pietre, del fragore calmo delle onde. Non andò infatti subito da Rosanna. Voleva prima rilassarsi da sola, sulla spiaggia.

La sua attenzione fu catturata da un’inglese bellissima. La camicetta bianca, la gonna lunga a pois blu e bianchi, il cappellino di paglia con la fascia blu, perfino gli scogli sullo sfondo, tutto pareva ridurre la giovane donna ad un’immagine, ad un’illustrazione. Invece questa stampa d’inizio secolo viveva, con intima e lieve pulsione. Era seduta, le gambe incrociate sulla piattaforma in pietra; i piedi nudi frusciavano sulle pietroline.

Ad un tratto si alzò e raggiunse il marito in calzoncini corti e scarpe da tennis, che stava mostrando qualcosa ai due figli gemelli. Giocarono così tutti e quattro con due retini, con le pietre, con l’acqua. Poi lei ritornò sulla piattaforma, seguita da uno dei figli, mentre il marito si allontanava con l’altro e con un retino. Consultava il piccolo a proposito di

alcune ‘postcards’ che aveva in mano.

Laura cercava di incrociare lo sguardo dell’inglese ma lei ora era sempre voltata. Quelle brevi domande al bambino, quei tenui ‘come back’ che salivano dal cappellino e assonavano coi ciuffi bianchi delle onde, tenevano Laura immobile nell’incanto; non riusciva a trovare parole, pensava dilatandoli i suoni che ascoltava, piangeva senza lacrime. Si sentiva paralizzata e rimase lì con gli occhi sbarrati finchè l’inglese si mosse e senza dire una parola si diresse verso la passeggiata, seguita a distanza dagli altri tre.

 

 

 

– Rosanna, ascolta, ho bisogno di un favore. Mi ospiteresti stanotte?

– Ma certo; che succede?

Cenarono con la finestra aperta e ogni tanto Laura guardava il mare, sempre più buio, godendosi la frescura che portava la tramontana.

– E così l’hai mollato… – Rosanna aveva appena servito il caffè. Aveva qualche anno in più di Laura e nonostante si vedessero raramente, tra loro era rimasta una confidenza intensa. Rosanna era come sempre, disponibile e dolce.

– L’ho mollato, sì. Ma no, c’eravamo già lasciati. Non andava affatto tra noi. Più che altro…..s’era spento qualcosa. Per tutti e due. Anche lui se n’era reso conto benissimo. Poi, la sorpresa….. Lo so che il figlio è anche suo, ma devo mettere su una famiglia con uno che non amo affatto? E che in più non mi ama? Ho già l’esempio dei miei… Solo come madre mi sembra di poter realmente comunicare, trasmettere qualcosa.

– Ma questo è un pensiero…terribile… – Rosanna si accese una sigaretta e assunse un’aria affettuosamente interrogativa.

– Nell’amore, scusa, non c’è per te scambio e…..come dire…completamento?

– Ma sì, ma non ha comunque consistenza. La famiglia è un recinto. Ti può rinchiudere e…e restringerti; non sei più una persona e non sei più nè amante nè padre nè madre. Giri solo a vuoto sui tuoi stessi passi, fino a perderti. Io ho qualcuno qui dentro ma non per questo mi sento in quel recinto, non ci voglio stare. Voglio solo vivere in pace con il mio bambino.

– Ma se tu amassi Giorgio…?

– Non so che dirti. Intanto non lo amo. – Tutt’e due sorrisero. Rosanna vuotò la cenere e Laura si ravviò i capelli. – E poi te l’ho detto: non vedo…consistenza in queste cose. Mio figlio è l’unica cosa vera.

– Però un figlio ha bisogno di un padre.

Laura pensò all’inevitabilità di questa frase, detta come una semplice ma forte verità. Le uscì solo un “Chissà…” distaccato e inespressivo.

– Mmm… Adesso cosa farai?

– Non so. Dimmelo tu, Rosanna.

– Qui da me, come sai, sei sempre la benvenuta, poi sono sola e non ci sono problemi. Certo, se rompi del tutto con i tuoi, ti aiuterò a trovare una sistemazione. Magari…

– Ti ringrazio, Rosanna, ma per adesso non voglio prendere decisioni. A proposito, posso fare una telefonata?

La madre di Laura aveva una voce apparentemente serena. Laura cercava di assumere un tono il più dolce e sereno possibile.

– Ascolta, ma’, sono da Rosanna, a Camogli. Non dirlo assolutamente a Giorgio, capito?

– Ma… Quando torni?

– Domani, sono lì, dai, ma’, era tanto che non vedevo la Ro’. Ah! Ascolta, l’hai chiamata?

– Chi?

– La polizia, dico, l’hai poi chiamata?

– No… Non so più se è il caso, ora.

– Ma, mamma, può succedere ancora…

– Cosa devo dire a quelli?… Poi, siamo sicuri che sia davvero lei? E se è stata tutta un’impressione?…

– Ho capito, domani la chiamerò io.

– Magari si sarà trattato di un incidente e a quest’ora avranno già risolto tutto. Guarda che qui è tutto tranquillo. Stai calma.

– Mmm… Ci vediamo domani a pranzo, ma’.

 

 

 

Durante il ritorno, Laura era in preda al dormiveglia.

” Come quell’inglese, certo… Sono folle? Perché ritorno? Sono folle a ritornare? Pensare che quella ha una pistola e può ammazzarmi. Per lei è tutto facile, ha davanti a sé un dito e un grilletto, se li vede…se si vede… Anche il marito inglese era affascinante? Forse Rosanna ha colto nel segno. C’è differenza tra un padre inglese e uno italiano? Ma quando si allontanava, lei sì, splendeva. Una principessa deve essere sola. Quando arriva il principe, finisce la storia… Giorgio un principe? E’ un estraneo. E’ nato in quelle scale di Facoltà. Non lo capiscono mamma e papà che io non sono incerta. Io sono sicura. Di essere in due e non in tre… Ritorno, ma dovrei ritornare? Qui siamo in due….. Sarebbe folle partire o anche ‘semplicemente’ chiedere asilo a Rosanna – ‘semplicemente una tragedia’, per i miei! – Quella psicopatica sparerebbe anche ad un principe azzurro? Convincere i miei… E vivere come? E’ folle quindi scegliere la propria vita? E’ folle scegliere da soli… E’ folle scegliere… “

 

 

 

Quando sbucò nella via dove abitava, era quasi l’una. La strada era deserta.

Alzò inevitabilmente la testa verso l’ultimo piano del 12, ma non le sembrava di avere paura. Pensò che forse la madre aveva ragione, qualcuno doveva per forza essersi occupato della cosa. Tuttavia la persiana era semichiusa e Laura intravide un luccichio. Poteva benissimo essere un riflesso sul vetro, uno scherzo del sole. Vide con sollievo che tutte le finestre pullulavano di bagliori bianchi e fuggenti come quello. Comunque cominciò a camminare istintivamente con passo accelerato e il cuore prese a batterle forte. Entrata nel portone, tirò finalmente un sospiro di sollievo.

Nell’ingresso di casa disse: ” Ciao, ma’ “. Silenzio. Percorse la sala un po’ in apprensione, la tavola era apparecchiata per quattro. Entrò in cucina e vide la madre ai fornelli, indaffarata, il padre seduto vicino al frigorifero con la testa appoggiata alla parete, che fissava Laura con aria angosciata e interrogativa. Al centro, seduto di fronte al padre di Laura, con le spalle rivolte alla madre, le mani sul tavolo, le gambe accavallate di traverso, lo sguardo timoroso, Giorgio.

Laura prese l’ampolla dell’olio e la tirò violentemente a terra. La madre si mise a parlare velocemente, il padre rimase ancorato al suo posto. Giorgio si alzò ma non seppe dire nulla. Laura era già fuori, diretta verso la fermata dell’autobus, quando un proiettile la sfiorò, conficcandosi poi nel cofano di un’automobile. Lo aveva percepito vicinissimo all’orecchio; un ronzio fastidiosissimo le faceva sentire male alla testa. Si gettò a terra. Stava immobile dietro una ruota accanto al muro, ad aspettare. Nessuno arrivava. Pensò a suo figlio che aveva dentro. Non era sola, lì, in quel riparo. Doveva andarsene. Andarsene davvero, per sempre. Rosanna forse l’avrebbe aiutata davvero. O forse no. Non importava, si sentiva forte comunque. Ora doveva salvarsi. Si mosse a quattro zampe e fece capolino dietro il paraurti posteriore dell’auto. Dalla finestra più in alto del 12 vide ancora un bagliore e le parve di scorgere la canna di una pistola. Con una corsa improvvisa poteva svoltare bruscamente nella traversa vicina e sorprendere così la psicopatica. Si preparò allo scatto, poi pensò che se fosse stata colpita, sarebbero morti in due. Si stese per terra; un gatto la fissava con sospetto. Eppure doveva tentare. Non voleva più aspettare nessuno. Giorgio accorse e dal portone urlò: “Laura!”.

Lei non lo sentì, concentrata solo sull’angolo che doveva raggiungere. Si rimise in posizione e, fissando gli occhi sullo stretto passaggio che l’avrebbe salvata, si sentì tutto il corpo pronto e fremente, carico di un’energia furiosa. Scattò finalmente, come espulsa dal terreno, e corse via tra brividi e stacchi adrenalinici.

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