Corfù Corfù – di Piersandro Pallavicini (Il babau n. 7)

I

 

Dal fondo del viale sentiva il cigolio regolare e lento di una bicicletta che si avvicinava.

Era senza fanale e a vista l’indovinava appena, tanto era fioca la luce dei lampioni, schermati dalle fronde degli alberi, ancora mezzi pieni di foglie.

Altre foglie erano in terra, smosse da un vento debole che generava fruscii spossati, mormorii impercettibili di natura morente, screzi su di un largo silenzio di base. Non c’era per niente freddo. L’autunno era iniziato da poco ed erano appena le sei di sera. Il viale era vuoto, era deserto, nemmeno una macchina parcheggiata.

Faceva eccezione la Uno di Mario Moreschi, che, con le mani nelle tasche dell’impermeabile, vi stava appoggiato, in piedi, le orecchie tese al rumore che si avvicinava e lo sguardo strizzato.

Poche finestre erano accese di luce giallastra, nelle villette di gusto convenzionale e costruzione recente che Mario aveva alle spalle e di fronte, disposte l’una accanto all’altra in una fila ininterrotta, dal centro del paese -alla sua destra- fino alla piscina comunale -in fondo, sulla sinistra- dove una luce arancio/rosa più intensa arrivava dal concentramento di lampioni del parcheggio.

Si avvicinava da quella parte la bici, sopra, ora visibile, un vecchio avvolto in un largo pastrano. Strano, con quel mezzo fresco d’autunno. Una lunga sciarpa nera gli pendeva dal collo, un cappello a falda larga, altrettanto nero, gli nascondeva la parte superiore del viso.

Giunto a pochi metri da Mario ruppe l’ipnotica immobilità della situazione.

Sterzò all’improvviso, apparentemente involontariamente, e cadde strillando:

– Diocristo, le espansioni magnetiche! Corfù, Corfù! –

Moreschi represse una risata per la scena demenziale: dopo tutto il vecchio era caduto malamente e poteva anche essersi ferito. Si avvicinò, cercando di aiutarlo a rialzarsi.

– Si è fatto male? –

Non lo guardò neanche in faccia, quell’altro. Con una mano si riaggiustò i capelli bianchi, radi, raccolse il cappello rotolato poco lontano e si rimise in piedi da solo.

– Le espansioni… L’onda magnetica… – Parlava tra sé, un po’ catarroso, corrucciato, fissando per terra – Da Corfù fino a qui, è davvero… potente, diocristo! –

– L’aiuto? – Mario aveva finalmente capito che non era a posto di testa e così ebbe anche un poco paura.

– Noooo! – gli urlò il vecchio, sottovoce e senza guardarlo.
– Ma è sicuro? non le fa male proprio niente? – Moreschi chiedeva cauto. Non sapeva bene che fare.

L’altro non disse una parola, risalì in bicicletta e partì di sorpresa, tanto che Mario scattò per riflesso, accennando a corrergli dietro.

– Lasci perdere! – Da una finestra della villa di fronte, affacciata sul viale, una tizia grassoccia e scazzata gli indicava il vecchio con un braccio e con l’altro roteava il dito vicino alla tempia, come a dire “è matto,gli manca una rotella”.

– Ma che lasci perdere! E’ caduto a peso morto, potrebbe essersi fatto male. Piuttosto, chiami qualcuno, un’ambulanza!-

– Ma no, se n’è andato – In effetti la bicicletta era già lontana – E poi con ’sti matti… E’ meglio lasciarli stare. E se gli si rivoltano contro? Meglio lasciare che se la cavino per conto loro -.

– Sì, sì, buonasera! – Moreschi rientrò stizzito in macchina, accese il motore e se ne andò, lasciando il viale di Gambolò per tornare a Vigevano.

 

D’umore era tetro, come sempre di quella stagione e a quell’ora, quando il buio arriva già troppo presto, portando con sé un’ansia irragionevole, un bisogno di conforto, di affetto, e la voglia di tornare subito a casa.

Era tetro e sordamente furioso, fumante, vibrante a bassissima frequenza: stato d’animo, quest’ultimo, che si trascinava da settimane, forse mesi, da quando cioè non riusciva più a reprimere la propria insofferenza.

Non sopportava più gli altri, tutti, inclusi i soliti amici e il solito giro. Trovava impossibili i suoi genitori e inutile e noioso quello che faceva per vivere, cioè lo studente universitario di media qualità.

“Crisi tipica” diceva Mario a se stesso, “già capitata, normale. Ce l’hanno un po’ tutti”. Solo che quella volta non passava, non funzionavano le scappatoie solite, dischi, scopate, gite al mare… Andava invece sempre impercettibilmente peggio e l’insofferenza aveva un che di fisico, una specie di spiacevole voglia costante di vomitare, di gemere, di ringhiare a basso volume.

 

Gambolò è un paese pochi chilometri fuori Vigevano, ormai quasi totalmente privato di identità, trasformato in quartiere satellite della città, economico, senza pretese. In quel viale solitario e sfigato, Mario c’era venuto per pensare, per curarsi, mondarsi, sfruttarne gli insospettabili effetti catartici: trovava infatti quella zona, i viali periferici del paese lomellino, così vuota e deprimente, così rappresentativa della tetraggine e della solitudine, che lasciare che liberi vi scorressero i propri pensieri significava svuotarsi, annullarsi, vedere il fondo del cattivo umore. Poi, qualsiasi cambio di paesaggio, qualsiasi compagnia gli sarebbero parsi piacevoli, perfino stimolanti. Sarebbero stati i benvenuti.

Solo che, stavolta, la storia del vecchio gli aggiungeva una punta di strano umore: nel suo solitario farfugliare incazzato aveva visto qualcosa di sé. Vi si era specchiata per un attimo la sua insofferenza demente.

 

II

 

La “catarsi” era comunque compiuta, perché a Mario erano parse belle persino le brutte strade di Vigevano e, a casa, gli pareva buono e confortante il solito minestrone davanti alla televisione e amichevoli i suoi genitori. Per un po’ si sentì bene, quasi euforico, colto da uno sbalzo di umore violento per quanto era contento di aver trovato la cura giusta per sé.

Gli ci volle mezz’ora per capire che aveva agito solo sui sintomi, certo non su quel profondo disagio di fondo che continuava a sobbollirgli dentro allo stomaco. Cenato presto e finito il telegiornale del primo, sua mamma cominciò a rompere con lo stile di sempre.

– Stasera stai in casa? –

– No esco – le rispose Mario. Così per ripicca, perché non sopportava quel ficcanasare gratuito: fino ad un secondo prima progettava di rimanere lì, a leggersi un libro.

– E non studi? –

– Ma se mi mancano venti giorni all’esame! Eccazzo! –

Si pentì del “cazzo”, perché sua mamma ci rimase male. Il doversi pentire lo irritò ulteriormente. Poi cancellò tutto, pensando: cazzi suoi. In fondo mancavano davvero venti giorni all’esame, non valeva la pena mettersi già a studiare anche di sera e, soprattutto, cosa autorizzava sua mamma, che nemmeno era stata all’università, a dare pareri sui suoi ritmi di studio? Ritmi che nessuno meglio di Mario stesso poteva saper organizzare e che…

“Ma basta!!”, si urlò nella testa. Si stava calando nella solita menata e l’insopportazione montava anche verso se stesso. Interruppe quel flusso standardizzato di pensieri ficcandosi su l’impermeabile, con lo stomaco improvvisamente chiuso attorno ad un grumo acido e corrosivo. Uscì.

– A che ora torni? – Era la voce incolore di suo padre.

– TLACK – gli rispose con la porta, facendo finta di non sentire e pensando un secco “chettifrega?”.

 

Erano solo le ottemmezza. Una rapida discesa della temperatura aveva generato un’inversione termica che aveva fatto addensare la nebbia anche in città. Era una di quelle sere che era così fitta che entrava anche in testa, che i contorni sfumati e la luce lattiginosa intontivano, e Mario subiva, perdendo lucidità, diventando più scocciato ed irritabile ad ogni passo.

Per non badarci, cercava di concentrarsi sul pazzo del pomeriggio.

L’assoluta imprevedibilità della follia lo affascinava: se la figurava infatti come una perfetta valvola di sfogo, sempre aperta, azionabile fuori da ogni convenzione e schema. Lo spaventava solo l’improduttività della cosa: insomma, così cosa si risolveva?

 

Fece un giro largo, spese dieci minuti a camminare e basta, evitò la piazza, riservandosela per il tardi, e capitò come al solito al bar Portici. Non si sorprese a vedere che non c’era nessuno, in fondo era presto, ma mano mano che i suoi amici arrivavano ci rimase male nel notare che ancora non c’era nessuno . Bonasegla, Gianni Dulio, la Michela Staziani, il Vito, il Baffo, Chiara Rossi, la Pina… non gli diedero altro che lunghi minuti di scazzo, spesi a chiedersi “dove andiamo?” e a rispondersi dei soliti posti che ormai nessuno più sopportava. Risero delle solitissime quattro cazzate rassicuranti. Non lo smossero di un millimetro dal suo stato di chiusura, a difesa di sé sofferente. Anzi.

Verso le nove e mezza non ne poté più. L’acidità dello stomaco era insopportabile. La voglia di urlare e saltare al collo di qualcuno impellente. Divinò nel fondo della tazza di un caffè l’esito della serata e le conclusioni furono sconfortanti.

Allora uscì, senza dire una parola a nessuno e confidando vagamente nelle potenzialità del caso, in un incontro che lo stimolasse, almeno nel potere calmante di una passeggiata al freddo.

 

III

 

Passò accanto alla biblioteca, camminò piano per via Giorgio Silva, entrò finalmente in piazza e fece un giro completo dei portici. Contò quattro, cinque persone: la piazza era vuota, la gente probabilmente rimasta a casa a causa del gran freddo, oppure chiusa nei bar. Deluso, arrivò all’altezza della Cassa di Risparmio ed uscì da Piazza Ducale, raggiungendo piazzetta S.Dionigi dalla breve discesa che passa di fianco al ristorante cinese.

Lì c’era la macchina del Gufo e, dentro, la luce era accesa.

La portiera si aprì ed uscì il Moroni, quello che riforniva di fumo tutto il suo giro. Lo lasciò andare, era un tipo che non gli andava di solito, figuriamoci quella sera, e poi sapeva che a lui non piaceva esser visto in prossimità di una contrattazione. Poi si avvicinò alla macchina, spalancò la portiera ed entrò: con il solo scopo di ottenere una canna.

– Ciao Gufo, hai preso un tocco? –

– Maaario! – Lo aveva colto di sorpresa. Il gufo sorrise, evidentemente felice di vederlo, e Moreschi pensò: “contento che hai trovato uno che si fa rompere i coglioni da te, eh?”.

Perché il Gufo era un tipo proprio buono, bravo e gentile, ma così noioso. Di almeno dieci anni più vecchio di Mario e di quelli del suo giro, era sempre cagato poco, privo com’era di argomenti, fuori dalla loro realtà in genere, cioè solo, isolato. Ormai cronicamente incapace di avvicinarsi agli altri…

Puntuale, il Gufo gli ruppe i coglioni: Mario lo ascoltò raccontare il suo lavoro, degli acidi che aveva provato, dell’appartamento che stava rimettendo a posto… Si adattò ad ascoltarlo un po’ per masochismo, ché fare del male a se stessi fa sempre bene, quando si è esasperati, un po’ per non farsi sfuggire la canna in programma ed un giro in macchina.

Resistette un quarto d’ora in una specie di stato di trance o coscienza ridotta, sufficiente a piazzare nei punti giusti della conversazione monosillabi o grugniti d’assenso, in grado di convincere il Gufo di avere un interlocutore in quello che in realtà era un lungo monologo soffocante. Mario pensava piuttosto a se stesso, al pomeriggio a Gambolò, al controllo che, ormai, si era accorto che stava perdendo.

 

Guardò il Gufo e si chiese che era quel coso.

Senza riguardo, a caso, lo interruppe sbottando.

– Senti Gufo, rolliamo? –

– Ma si – acconsentì sorridendo patetico ed ignorando la maleducazione di Mario – Volentieri –

– Ma non qui – approfittò ulteriormente Moreschi – A Gambolò –

– Fino a Gambolò? –

– Ma dai! Qui rischiamo di farci beccare. E poi il viale della piscina è un posto perfetto, non c’è mai nessuno, meglio che in aperta campagna. E siamo a due passi dal Rocco, così poi ti offro una birra.

– Dai! – sorrise il Gufo, convinto da un nulla.

 

In venti minuti, a dueallora, arrivarono là. Il tempo era trascorso con un nuovo, lungo assolo del Gufo, partito al semaforo di Corso Genova e terminato all’altezza della piscina.

“ E che bel tipo!” pensava intanto Moreschi “bravo, buono, non faresti del male a nessuno, vero Gufo?”. E quello parlava con una pretesa di profondità, esponendo concetti non semplicemente ovvii: innocui.

“Sei merda!” gli avrebbe volentieri urlato Moreschi e l’avrebbe preso per il collo, nel claustrofobico ascensore orizzontale che era la macchina nella nebbia, silenziosa, a basso regime, isolata da tutto, imbottita.

Avrebbe urlato e urlato e urlato, per i cazzi suoi, suoni senza senso, parole a caso. Ma cosa avrebbe detto il Gufo, come ci sarebbe rimasto? Che senso aveva prendersela con lui? Così innocente, che proprio non c’entrava, che non si provava a fargli del male, anzi, che lo portava in giro in macchina, gli offriva da fumare e cercava anche di consolarlo, perché si era accorto che Mario era un po’ fuori…

– Va bene qui? – Il Gufo stava parcheggiando nel viale, quasi di fronte alla stessa casa del pomeriggio.

– Qui, qui – rantolò Moreschi, strozzandosi perché gli stava sfuggendo un ululato.

 

L’altro rollava. Aveva acceso lo stereo e spinto troppo alta un’orrenda cassetta di acid music. Diceva qualcosa che Mario non capiva. Sorrideva a sproposito. Si rese conto, Mario, che in quel momento gli sarebbe piaciuto scendere e urlare. Correre, perdersi nella nebbia e sbattere di testa contro una parete di cemento. Ridere per l’idiozia di quei momenti. Altrettanto piangerne. Sicuramente respirare col respiro affannoso. Abbruttirsi di colpo, trasformarsi in un mostro da splatter horror e ringhiare. Terrorizzare la gente con la sua ghigna orrenda, mostrando a tutti il suo terribile cazzo, eretto ed enorme.

Voleva volare via, essere ovunque, tranne che in uno qualsiasi dei posti che riusciva ad immaginare.

Definitivamente: voleva radere al suolo tutto e tutti. Indiscriminatamente. A quel punto anche se stesso.

 

Il gufo accese, fece due tiri e passò a Mario. Due tiri e restituì. Gli tornò indietro in un minuto, stavolta tirò più a lungo e trattenne nei polmoni, impegnato a sentire il minimo effetto che il fumo faceva su di lui.

Gli arrivò in testa. Con un ultimo straccio di compostezza restituì e poi urlò:

– BASTA CON QUESTA CAGATA! –

Strappò la cassetta dallo stereo, spalancò la portiera e la sbatté lontano, in un silenzio di già glaciale.

Si sentì il rumore della plastica che rimbalzava in un punto invisibile.

– Ma che cazzo c’hai? – Il gufo era allibito.

Mario rantolò e basta. Scese, si mise a gemere, a camminare. Piangeva un pochino e girava intorno alla macchina.

– Ti ha preso male? –

Il gufo gli afferrò un braccio.

– Lasciami stare! –

Se lo scrollò di dosso e riprese a girare, stesso percorso, fissato, ipnotico. Come Zio Paperone quando si mette a rimuginare..

L’altro non sapeva cheffare. Se ne stette zitto per qualche minuto, a guardarlo. Poi, piano, gli chiese se voleva che lo riportasse a casa.

– Nooooo! – Gli urlò Mario sottovoce, in mezzo alle lacrime, senza smettere di camminare, con un lembo di coscienza, il resto perso a fantasticare di sfasci apocalittici.

 

IV

 

Da lontano, debole, arrivò un cigolio regolare. Una bicicletta che avanzava. Sentirono il rumore aumentare e se la videro davanti all’improvviso, Mario e il Gufo, nella radura di visibilità che la nebbia consentiva intorno a loro.

Era il vecchio del pomeriggio, stesso cappello a falda larga, stessa sciarpa, neri, ma niente pastrano. Strano, con quel freddo: aveva solo la giacca. Ma era pazzo, no? Quindi la contraddizione era naturale.

Si muoveva lentamente, ma già stava per uscire dalla ristretta zona di visibilità quando interruppe il proprio sguardo, maniacalmente fisso in avanti, per girarsi verso Moreschi.

Inevitabilmente sterzò e cadde, come l’altra volta, urlando la stessa frase insensata:

– Diocristo, le espansioni magnetiche! Corfù, Corfù! –

Il Gufo, cretino, trovò anche il coraggio di ridere.

 

Mario si buttò a terra, pancia in giù, e piantò i propri occhi in quelli del vecchio. Che erano, come si conveniva, lucidi di follia: azzurri, scoloriti, acquosi, ma febbricitanti di energia interna incontrollata.

Vi si vide specchiato. Riconobbe in quelli e nel volto rugoso e contratto i segni dell’esasperazione montata per anni ed alla fine esplosa. Esasperazione per gli altri, per il loro modo di essere. Che è sempre diverso dal nostro, radicalmente.

Non che Mario pretendesse che il suo fosse quello giusto, quello definitivo. No, solo che i modi di essere degli altri erano del tutto diversi, inconciliabili, inavvicinabili: dunque esasperanti. Peggio, noiosi.

Forse solo chi nel proprio modello crede ciecamente si salva: lotta tutta la vita per imporlo ed imporsi, dunque ha uno scopo, una distrazione profonda.

Gli altri invece marciscono: di noia, fastidio, insofferenza. Urlano, borbottano tra sé, guardano assenti per terra, prendono a pugni i muri.

Basta che si lascino un po’ andare e, voilà, impazziscono: calano impenetrabili saracinesche tra sé ed un mondo che non li capisce. O che loro non capiscono, tanto l’effetto è lo stesso.

 

– Corfù! – urlò Moreschi al vecchio, insensatamente.

– Che dici? – Il Gufo, rimasto lì accanto, gli si era inginocchiato vicino e lo guardava preoccupato.

– Diocristo! – gli berciò Mario di rimando ed il vecchio, sempre da terra, sorrise con garbo.

– Mario, stai male, torniamo a casa! –

Ora gridava anche il Gufo, aveva perso il controllo, nella sua ingenuità si sentiva in qualche modo responsabile della crisi di Mario.

– Moreschi, resti, resti dov’è. Tra un momento ce ne andiamo insieme a Corfù. – Il vecchio pazzo aveva parlato da terra, con una bella voce bassa e serafica.

– E’ impossibile che mi conosca!! – Mario lo guardava spaventato, di colpo svuotato e lucido.

– Niente affatto – Il vecchio era in piedi e lo aiutava ad alzarsi – Lei ormai è pazzo e, nella pazzia, per fortuna non ha senso la realtà.-

Salì sulla bicicletta, invitò Mario a montare in canna: insieme, cigolando piano, pedalarono via nella nebbia, svanendo dopo pochi metri.

Il gufo, sordo a quel colloquio svoltosi solo nella testa scoppiata di Mario, li vide andare ed accennò a corrergli dietro, gridando qualche frase di richiamo.

Dalla stessa casa del pomeriggio uscì la stessa tizia e disse lo stesso “lasci perdere”.

Roteava il dito indice vicino alla tempia, in piccoli cerchi. E per Mario, appunto, il cerchio era chiuso.

 

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