Greta – di Mario Pesce (Il babau n.12)

Sposare Greta fu un altro errore, certamente. Ma in quel momento mi era sembrata la soluzione migliore. Dovevo uscire, in qualunque modo, da quella situazione.

Tutti cercavano di ricostruirsi affannosamente una propria verginità – io non ero diverso dagli altri. Il caos marciava con gli stivali degli eserciti d’occupazione. Mi muovevo tra le macerie alla ricerca di una qualsiasi occasione. Avevo bruciato la divisa, le mostrine, gettato il fucile e la pistola: mi ero travestito da civile senza casa, quale in effetti ero. E non sapevo cosa fare.

Potevo fingere di essere un deportato. Ne vedevo parecchi che venivano rimpatriati. Ma allora non sapevo che il mio fascicolo era andato distrutto in un bombardamento. Pensai quindi che la scelta migliore fosse quella di restare com’ero, nascosto tra tutti gli altri disperati che non sapevano che farsene della pace e del Piano Marshall e di tutto quello che stava precipitando loro addosso. Tutto ciò che possedevo era una manciata di banconote d’occupazione rubate ad un soldato ubriaco.

Al suo paese c’era ancora qualcuno che si ricordava di lei? – Non ne ero sicuro, ma pensavo di sì. Sapete come sono i contadini, non si dimentica mai una faccia… Anche questo mi convinse a rimanere. Presi un nome qualsiasi, lo potete vedere ora scritto sui miei documenti. Presi a vagabondare qua e là. Sapevo bene di non poter più contare sull’aiuto di nessuno. La cosa che mi tormentava di più era la possibilità di incontrare qualche mio vecchio camerata: nella confusione non avevo avuto modo di sapere se fossero stati tutti uccisi o se qualcuno si fosse salvato come me dal crollo del bunker, quando quel carro russo aveva sparato contro di noi… Ma devo dire che fino ad ora non ne ho ritrovato nessuno. – Questo ora non ci interessa – Avevo una possibilità di ricominciare daccapo, con una nuova faccia, un nuovo nome. Non commisi mai l’errore di farle capire che ero innamorato di lei. E fu così che riuscii a non perderla.

 

 

Qualche anno dopo ebbi occasione di vedere un film. Un film di guerra sembrava, ma una guerra vista da civili, profughi, sopravvissuti che si arrabattavano per andare avanti in una Germania lunare, craterica. Postbellica e marziana. Quei ragazzi che raccoglievano rottami e rubavano tra le macerie non riuscivano a darmi una grande impressione. Sono bambini che giocano, pensavo. In quegli anni, era quello che osservavo ogni giorno, e non potevo esserne sconvolto. Eravamo in tanti, troppi. Ognuno pensava ai propri guai. Le vicende degli altri riguardavano buffi omiciattoli che correvano cercando di rubare un po’ di vita al mondo che li ignorava. Avevo già tanti problemi… Ricordo che Greta ne era rimasta molto colpita, e ad un certo punto della proiezione si era messa a piangere rumorosamente. La cosa mi aveva infastidito, ma poi notai che altri, in quel cinema stretto e caldo, reagivano in maniera simile. Soprattutto alcune donne, mentre molti uomini maturi osservavano lo schermo con viso duro e quasi offeso, e mi fecero pena più questi ultimi che le prime. Greta non era bella quando piangeva. Arrossiva violentemente, il viso le si gonfiava e diventava volgare. Mi trattenni dal parlarle vedendo gli altri. Distolsi semplicemente lo sguardo e la lasciai fare.

Ma quegli uomini offesi mi infastidivano. No, non che volessi fare il duro. Sapete: l’uomo forte, virile. Che non piange e non si commuove mai. Quelli, era come se si rifiutassero di vedere, se volessero dimenticare quello che avevano fatto. In una fila accanto alla mia vidi seduta una persona che conoscevo, che vent’anni prima aveva picchiato a sangue un francese, per rubargli una stecca di sigarette… Ed ora era lì, col suo viso tirato, come… Non so nemmeno io che cosa. Ma che avrei dovuto fare io, allora? Come avrei dovuto comportarmi? Ditemelo voi. Almeno ero consapevole di essermi costruito diverse maschere, di avere seguito gli eventi, di essere sopravvissuto. Loro volevano dimenticarlo.

Lei ricordava tutto, vero? – La mia vita trascorreva tranquilla. Mi portava lentamente verso la sua conclusione senza gloria e senza vergogna. Più che ricordare ormai riconoscevo il mio passato e potevo permettermi di non arrossire di fronte alle vecchie fotografie. Nascondendomi, ma non di fronte ai miei occhi. Non mi è mai piaciuto fingere. A quei tempi, potevo salvarmi solo in un modo: costruirmi una faccia, una figura uguale a quella che loro desideravano ed adattarmi a quell’inferno… – Loro? – Sì. Non fatemi domande stupide. Loro. Tutto il mondo. La totalità dei fatti che mi accadevano intorno e che non avevo il potere di mutare, di modificare in alcun modo. Dappertutto poteva nascondersi un pericolo, non potevo sapere da dove, da chi sarei stato colpito. Dovevo adattarmi o morire. Il resto non contava.

 

 

… in quell’inferno potevo salvarmi in un solo modo, diventando altro da me stesso. Dal me stesso che ero prima, intendo dire. Mi costrinsi ad essere un semplice attributo dell’ambiente, una parte dello sfondo, ed al tempo stesso osservavo ogni cosa il più freddamente possibile, come se fossi stato ancora sui banchi di scuola, davanti ad un problema di geometria, ma con molta meno partecipazione emotiva. Mi costrinsi a diventare un’appendice del mio cervello, agivo con freddezza ed ero soddisfatto di questo… I cadaveri, le uccisioni erano solo un accidente del sistema nel quale mi trovavo per caso. Così si doveva agire e così agivo – mi nascondevo parti della mia personalità che riconoscevo ma che non osavo mostrare sempre. A seconda della situazione l’una o l’altra potevano andare bene, bastava fare attenzione. La mia anima era una bambola russa, conteneva mille scatole magiche. Io stesso finivo per non capirci più molto. Avevo perso i miei riferimenti, ed ognuna delle mille scatole, magiche persone che creavo a seconda della situazione, agiva a proprio giudizio. Ma era un rischio che bisognava correre: non c’era altra scelta. – Molti hanno deciso di scegliere – E sono morti. Mentre io non volevo morire. Vivere, e vivere per me. Sentirmi respirare ancora, un giorno dopo l’altro. Sentire che il mio cuore batteva. Vivere, solo questo contava. Capisco ora come altri abbiano potuto compiere cose peggiori delle mie – semplicemente nascondendosi a loro stessi, in un gioco…

 

 

Quando morì sua moglie? – Fu un momento importante. Era crollato un muro, si era dissolto un mondo che mi aveva custodito fino a quel momento in un nido sicuro, senza problemi: tutti gli elementi erano lì, davanti ai miei occhi, ma ancora non riuscivo a collegare l’uno all’altro, ricostruire il quadro, capire in che cosa avevo sbagliato. Sapevo solo di aver fatto la cosa giusta.

 

 

… quello che vorrei riuscire a spiegarvi è che la cosa che soprattutto mi aveva colpito in lei era stato il suo atteggiamento di allora. Di quando la conobbi.

Non mi ero mai sentito male come in quel momento. Dovete capirmi, ero veramente disperato. La mia maschera, quella che mi aveva permesso di sopravvivere fino a quel momento si era dissolta, bruciata assieme alla mia vecchia divisa e non riuscivo a trovare nessun rifugio, nessuna nicchia nella quale sprofondare per ritagliarmene un’altra. Dovevo fermarmi e riposare. Riuscire a pensare. Ma non c’era tempo, non c’era tempo… Dovevo fermarmi in qualche modo. Mi svegliavo spesso con nelle orecchie gli spari dell’ultimo assalto al Reichstag e lei serviva ai tavoli del bar nel quale mi rifugiavo per passarvi la notte. Tutto questo acquistava un senso, per me, allora. Sembrava che se ne infischiasse di tutto, scambiava battute, sempre allegra, guardandola si poteva dubitare che per lei ci fosse stata una guerra, forse era appena uscita da un altro mondo. Invece era una persona normale. Che si sarebbe sempre comportata così, qualunque cosa fosse mai accaduta. Una ragazza pratica, ecco come si dice.

Così mi innamorai.

Questo, per un certo tempo almeno, servì a dare ordine alla mia vita.[MP]

 

 

Greta era come me. Si nascondeva. Da cosa, non sono mai riuscito a scoprirlo. Ma costruiva anch’essa una sua personalità falsa, che la copriva come un guanto e la aiutava nella vita di tutti giorni. E se ne vergognava. Purtroppo lo capii solo dopo qualche tempo. Credeva di avere un proprio io, nascosto, che però si vergognava a mostrare. Non capiva che anche quello era un’invenzione della sua infanzia, nato assieme alle prime sconfitte ed alle prime vergogne. Quando la conobbi era così, avvolta nel suo travestimento come un’attrice, e piaceva a tutti, non poteva non piacere.

Il suo errore fu credere che quella donna oscura, triste, brutta, bisognosa d’affetto come un cane, non andasse mai mostrata. Non riuscì mai a liberarsene del tutto e neanche a sostituirla con un altro io, perché credeva che quello che nascondeva fosse la verità. Come se esistesse realmente una coscienza, dentro quel sacco di carne e sangue, midollo e sudore che chiamiamo corpo. Io avevo bruciato la mia divisa, gettato il fucile nel fango nero della periferia bruciata di Berlino. Lei strascinava ancora dietro di sè il suo corredo di carbone, fuliggine e bucce di patata. Continuò così fino a quando non si convinse – lei! – di essersi innamorata di me. Diventai, ai suoi occhi, l’unica persona che avesse il diritto di vederla quale pensava di essere veramente.

 

 

Lei voleva confondersi, essere parte dello sfondo, non avere responsabilità – Non è vero. Volevo essere grande, importante: il potere assicurava la sopravvivenza. Era una selezione. Chi aveva il potere (non troppo, altrimenti diventava un rischio, venivi isolato dal branco e presto cadevi) poteva salvarsi. In questo non ebbi eccessivo successo, ma la guerra finì presto… Non credete che cercassi il lusso. Non facevo certo una gran vita. Ma potevo agire. Ordinare. Fare ciò che volevo. – Senza però trasgredire agli ordini – Ero libero. Non dagli ordini, dalla gerarchia, questo è vero. Ma libero di. Di prendere ciò che desideravo. Di uccidere, se era questo che volevo. Ed è una cosa che ho fatto spesso: era per questo che mi trovavo lì. E non c’era nient’altro che potessi o che volessi fare. Capite? Causa ed effetto, legate l’una all’altra senza possibilità di scelta. La mia, l’avevo già fatta. A partire da quello, ogni altra conseguenza era perfettamente accettabile, prevedibile. Sapevo fin dall’inizio che cosa mi aspettava, cosa mi avrebbero ordinato di fare – non ha senso che proprio ora chieda scusa, quindi non pretendetelo. Sono un vecchio, ormai. E non mi fate paura. Perchè voi continuate a confondere l’effetto con la causa: non potrete mai capire, finchè vi limiterete a guardare le fotografie, scandalizzandovi delle carogne dentro le fosse, dei corpi deformi dietro il filo spinato. Di quegli sconosciuti che diventano per voi solo un brutto sogno. Quella è coreografia, spettacolo. Ma non è la spiegazione ultima, a volte riuscite anche a farlo diventare un modo per nascondersi. Per dimenticare la vostra colpa. Dovreste entrare dentro quelle immagini, scavarle fino a farvi uscire il sangue dalle unghie spezzate, andare oltre – essere freddi, avere il coraggio di non provare niente, nessun sentimento, e vedere le cose come stanno. Vedere le conseguenze delle vostre azioni. Voi piangete di fronte a quelle fotografie: ed i vostri figli imparano ad essere ipocriti. Dovreste avere la forza di pensare. Invece, sorpresi, scoprite di rivivere anno dopo anno le stesse vecchie scene, quegli orrori che diventa necessario, alla fine, nascondere alla propria coscienza.

 

 

Una gabbia di ricordi. Ecco quello che era diventata la mia casa. Sbarre di flashback, fantasie che bloccavano la mente entro schemi ripetitivi, all’infinito a girare su se stessa. Ma soprattutto abitudine, routine. Sempre le solite parole una dietro l’altra. Una casa che mi si stringeva addosso come un letto troppo corto e stretto, come lenzuola calde rimboccate attorno alla gola e sotto il materasso. Che premono sul petto mentre cerchi di respirare l’aria viziata. – Non era quello che aveva voluto? – Capii il mio errore soltanto allora. Non aveva più senso nascondersi, quando nessuno più mi cercava. In realtà nessuno mi aveva cercato mai. Mi ero nascosto da me stesso senza rendermene conto. Avevo sbagliato tutto. Guardai Greta per la prima volta, amandola per la prima volta, e mi accorsi allora di quanto fossimo simili. Troppo: le nostre vite si incrociavano come specchi posti l’uno di fronte all’altro, riflettevano ogni cosa volessimo vedervi. Era un vuoto che mi sconvolgeva ma che eppure mi rendeva ancora felice.

Lei stava già morendo. Una malattia del sangue che la spegneva lentamente, senza dolore – una scomparsa pulita, una corsa all’ospedale in un’ambulanza bianca con le sirene accese e qualche giorno in corsia. Se ne sarebbe andata nel sonno. Non avrei nemmeno dovuto contare i suoi ultimi respiri. Così immaginavo la sua morte. Al mattino mi avrebbero svegliato dolcemente, sono un vecchio, le emozioni possono farmi male, e me lo avrebbero detto. Non potevo aspettare, però. Non sapevo perché, ancora. Le appoggiai un cuscino sulla faccia, lei non si mosse, neanche un dito, restai così non so per quanto tempo. So che per un’ora, dopo, continuai a ripetermi soltanto: è finita, è finita, è finita.

È finita.

 

 

I successi, i premi che riesci ad ottenere, non ti insegnano niente. Le esperienze, quelle che contano, sono sempre in negativo. Il resto lo accetti, sei felice di ciò che ti accade, ma non ragioni veramente, concretamente su ciò che hai passato. Il prima non ti dice niente, perché il successo arriva senza pensarci, senza aspettative, così – naturalmente. Il ragionamento, il doloroso ragionamento sul proprio passato, non appartiene alla specie dei vincitori. Sono i vinti che si chiedono, che si chiederanno sempre: perché? perché è accaduto? Soprattutto: dove ho sbagliato? Spesso troveranno la risposta molto lontano nel tempo. In un rumore, in un colore. In una parola detta per caso. Eccolo il grande errore, quello che spiega tutto. I vincitori non lasciano che accada niente per caso. Possiedono la coerenza del proprio ruolo, ed il loro atteggiamento è conseguente. È ciò che deve essere, e così sarà. E così otterrò ciò che voglio. Linearmente, senza grossi drammi. Il perdente rimprovererà sempre alla sua mano di essersi mossa – più spesso di non averlo fatto – in quel momento, in quel luogo, in quella situazione. Un solo gesto, o parola, o sguardo, che spinge il perdente a rivelare la propria specie, il proprio disagio.

Rifletto a quanto ho sbagliato, in questo. A questo sbaglio nel giudicarmi. A pretendere la perfezione, quando aspiro alla mediocrità. Alla medietà dei vincenti. Ad una vita normale, senza rendermi conto dei miei sbagli, senza fare progetti o coltivare speranze eccessive. Il perdente si rende sempre conto del proprio errore, mentre l’altro lo considera un successo, od un episodio. Il primo vede tutte le occasioni mancate, una volta che ha perso – definitivamente – il proprio obiettivo. Il secondo vede solo le occasioni vincenti, il suo sguardo è schietto, simpatico, la sua battuta è sempre pronta. In qualunque situazione, lui è sempre lo stesso. Soddisfatto e sicuro. Il perdente rimane da solo con la propria fantasia, la maledizione che lo costringe ad immaginare nuove storie, nuove situazioni, fatte di… e se?, … ma cosa sarebbe accaduto?… e mille altri rimpianti.

Certamente ho sbagliato parecchio, ma in questo posso dire di aver imparato forse di più degli altri. I vincitori si comportano spesso come schiacciasassi, vanno e vengono sopra i nostri cadaveri senza accorgersi che piano piano sprofondano, fino a quando anche loro finiscono per scomparire sotto la superficie. Annegati. Svaniti nella massa, senza accorgersene. Le loro risate, quaggiù, ancora si sentono – sapeste che fastidio!

 

 

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