Il Capolavoro – di Valter Scelsi (Il babau n. 8)

Quattro magrebini dalle facce lucide sono chini intorno all’origine della linea bianca sul selciato. Hanno le mani dentro le tasche sformate delle giacche che indossano e parlano in africano. In terra, tra le loro gambe, quattro borse sportive dai colori sgargianti.

Il primo ride sgangheratamente assestando una pacca sulla nuca rasata del secondo, che non fiata e butta in avanti il capo appena ricevuto il colpo. Il terzo ispeziona con la punta del piede il selciato, sfregando la striscia per valutare la freschezza della vernice. Il quarto perde lo sguardo a rincorrere la linea fin dove riesce a scorgerla, rilucente sotto i lampioni elettrici ancora accesi alle sette del mattino, poi si volge intorno cercando intesa negli sguardi dei passanti che come lui non colgono il senso di quel segno.

La linea bianca indifferente e muta serpeggia sulle pietre della strada.

Il secondo magrebino, la testa rasata, alza lo sguardo e dispone il suo animo alla venuta del giorno, la consueta lampada blu che si accende nell’aria. Quest’uomo ha gli occhi azzurri, il viso imberbe, l’espressione estatica di un fedele. Al primo, che lo canzona, risponde con il silenzio.

La lunga spina di via S.Luca si popola di uomini.

I quattro si separano nelle diverse quattro direzioni del crocevia.

A sera, quando con frettolosi colpi i negozianti chiudono le saracinesche, il magrebino dalla testa rasata e dagli occhi chiari, ch’è il più giovane dei quattro e non avrà più di trent’anni, imboccato Canneto il Curto da via S.Lorenzo, urta con il ginocchio il sacchetto di plastica di un ragazzino, nel sacchetto e nelle tasche del bomber verde del ragazzo ci sono bombolette di vernice colorata che rintoccano di ferrame.

Malgrado il brusco contatto nessuno di loro dice nulla. L’uno non impreca, né l’altro chiede scusa.

Il magrebino ha già scorto i suoi tre compagni dalle scarpe polverose fermi come tre alberi in piazza Banchi.

 

Il ragazzo delle bombolette vorrebbe dipingere qualche muro ed ha anche qualche idea in proposito; pensa ad un grande serpente che contiene in sé tante cose, con una enorme testa girata a cercarsi la coda, qualcosa di indiano, degli alberi, delle macchine, animali. Ha comprato dieci colori, i primari ed altri, non ha più soldi in tasca e dieci colori gli sembrano incredibilmente pochi per descrivere i suoi pensieri.

Si è convinto di essere un fenomeno la sera che ha dipinto il muro della scuola di simboli e frasi. Il risultato è stato apprezzato con grandi lodi da tutti, l’indomani, e portato a vanto dell’intero istituto nelle rivalità di quartiere. Ancora lo si può ammirare adesso che sono passati due anni scolorito e bisognevole di restauri, ma scolpito nella memoria inconscia della gente. Quel lavoro lo rese un artista; o perlomeno gli diede la possibilità di diventarlo.

Sono passati due anni e non ha più dipinto niente, gli sembra venuto il momento di tornare all’opera. Quanto gli si agita dentro e scalcia ha la brutalità necessaria dell’arte, e gli viene in mente che davvero possa essere arte. Dunque compra i colori.

Non lontano dal negozio di vernici e belle arti, in vico del Fieno incontra la striscia bianca dipinta sulle pietre del vicolo. Nelle due direzioni sembra non avere fine, è netta pesante e lucida, descrive meandri.

Mentre il ragazzo la osserva, da un angolo qualcuno osserva lui, un misterioso uomo dai capelli rossi.

 

La striscia bianca è stata dipinta con un largo pennello, presenta varie origini, in diversi punti della città, che sembrano condurre ad un imprecisabile comune luogo, testa di una piovra, ora segnando le pietre grigie, ora l’asfalto, ora i muri e l’intonaco e le porte. Tutto in una notte.

 

L’avvocato cinquantenne e la sua ragazza sono nella berlina metallizzata verde scuro.

Fumano sigarette e viaggiano tra Finale e Noli.

Lei vorrebbe che i tergicristalli le passassero sulla faccia e sugli occhi, da straziarla. Starebbe immobile, legata a quella tortura della cintura di sicurezza.

Fa caldo e piove, l’autostrada non ha rumore. Non hanno rumore così anche quelle umorali montagne buie di rocce e gallerie ed alberi che si muovono intorno. Su qualche punta c’è un paese silenzioso, non solo da lontano, ma anche a girarlo dentro.

Sono città che non hanno rumore.

Lei si sente la lingua di un braccio enorme. Le lecca la pancia dal di dentro, per questo fuma ancora.

Le parole (poche) che si dicono le rivedono presto come scarabocchi in fondo al parabrezza.

La radio trasmette musica ininterrotta e, certe volte, le canzoni sono così belle che i vetri vanno in frantumi e lei è schizzata via dal seggiolino eiettabile ovunque su quelle colline verdi.

Dentro c’è condensa che lei cancella col fianco della mano.

Fuori le gocce affollano i vetri, sparse su questi, ognuna aspettando un’altra che le vada sopra, e via! partono insieme frenetiche verso il margine basso del finestrino.

Sono due persone, uomo e ragazza, legati a due poltrone, affiancate, lanciate insieme a centocinquanta all’ora contro pareti di colori neutri che si perforano con la velocità e non lasciano traccia né rumore. Che non sia uno scroscio continuo, indecifrabile;

Un’ora dopo, è passata la mezzanotte, l’avvocato entra nel cancello di casa con la macchina grossa, verde scuro metallizzata, che ha il motore a suo agio anche nelle marce basse e molto più di esso procurano fastidi al silenzio della notte il ronzio e il cigolio del cancello automatico, ed il suo tuonare sordo incontrando il fermo di gomma al termine della corsa.

La piovra di vernice bianca comincia un suo tentacolo anche lì, sullo splendore nero del cancello automatico. La riga prosegue sull’asfalto del marciapiede e scappa giù per la via scoscesa, niente la ferma. L’avvocato entrando l’ha notata, così bianca lordare un cancello tanto nero. Si chiede se basterà il solvente a cancellarla o se dovrà ridare la tinta scura col pennello.

Con le mani sui fianchi davanti alla riga egli non la capisce. Perché non si ferma sul suo cancello? perché prosegue, e fin dove? quanta vernice? che scherzo è?

Allora, giacché la notte deve ancora scollinare oltre la duna che la conduce rapidamente al mattino, viene voglia di seguirla la riga, giù per la discesa dove senz’altro andrà a morire. Ma la riga non muore e non scolora, tinteggia di un lampo bianco strade e poi strade verso la città vecchia.

La cosa strana è che non diffonde nessun odore di linea, è densa ma perfettamente asciutta. Eppure ieri non c’era.

 

Il ragazzo che vuole dipingere un muro si guarda intorno sconsolato, nei vicoli ci sono solo intonaci fradici e gonfi di muffa, ed è già notte.

La riga bianca è comparsa ai suoi piedi, di nuovo.

D’accordo, la seguo. Adesso gira, e non finisce. Finirà lì dietro.

No, continua ancora. E ancora.

Il vicolo si schiude in una piccola piazza quadrata dove una lampada elettrica crea tra i muri dei palazzi altissimi un soffuso cubo di luce gialla. Lì la riga bianca entra in un portone simile ad un antro, è l’ingresso di un’antica cisterna. Una lampadina da duecento watt illumina la rampa che scende in luogo della scala.

Vede un chiarore in fondo alla discesa, tende l’orecchio ad ascoltare un mormorio. E’ una voce soffocata e monotona.

Oltre una porta chiusa rischiarata da una lampada il magrebino rasato continua sommessamente a chiamare qualcuno che lo aiuti.

Il ragazzo stringe la maniglia che ora ha in mano e preme con forza. La porta si apre, ma un’altra porta, non vista prima, si chiude alle sue spalle. Adesso lui e il magrebino sono insieme con le loro due teste rasate.

“Non possiamo uscire” dice l’africano, ma nello sforzo di essere chiaro risulta incomprensibile, ed il ragazzo non capisce.

“C’hanno chiusi dentro… vedi? non vedi?” la maniglia sotto la sua mano nera si piega senza produrre nessuno scatto.

“Siamo prigionieri!” esclama il ragazzo.
No, l’africano scuote la testa, dice no. Viene da pensare che non abbia compreso. “Siamo prigionieri, amico!” ridice lui.

Sì… ha capito, l’africano ha capito e dischiude la ghiera di denti bianchi per sorridere. Prigionieri è come dire in trappola, è come dire che sono chiusi lì e non possono uscire. Non c’entra la prigione, la galera, lui non è stato in galera. Ma adesso ha capito: il ragazzo non voleva dire quello, voleva dire che sono in trappola, insieme;

“Rompiamo la porta” dice il ragazzo. Allora il magrebino indica il fondo della stanza dove brilla un’altra lampadina ed una enorme tela bianca ricopre la parete. Ai piedi della tela, ordinati su di una fila, ci sono pennelli di ogni misura e barattoli di vernici colorate. Nessun altro oggetto, nulla che possa servire a forzare la porta di quella prigione.

 

Dalla finestra di un palazzo l’uomo con i capelli rossi guarda la piazzetta livida e controlla la porta della cisterna dove tutte le linee bianche della città trovano origine. E vede.

Durante la notte identica ed oscura altre figure giungono nella piazza, uomini grigi, sporchi, antichi e giovani, con le mani dentro tasche sfondate, uomini senza volto. Qualcuno butta l’occhio all’ingresso della cisterna, alla soglia sotto la quale scompare la linea bianca, ma nessuno prova ad entrare.

A mezzanotte l’avvocato imbocca l’ingresso senza guardarsi intorno. Anche lui rimane vittima del gioco delle porte, anche alle sue spalle si chiude un uscio inesorabile.

Il ragazzo ed il magrebino all’unisono gli gridano qualcosa, poi si chiude il portone e non s’ode più nulla.

 

Alle sette del giorno dopo nella luce ghiacciata del mattino i pompieri, forzata la porta sulla piazza, entrano nella cisterna. Una barella porta via un corpo immobile, gli altri escono all’aperto sollevandosi il bavero della giacca.

Nascosto da una tenda bianca l’uomo dai capelli rossi osserva la scena. Carezza con il palmo della mano il telefono con il quale ha telefonato ai Vigili del Fuoco per avvertirli dell’emergenza.

Un tumulto di pensieri gli scarmiglia il capo e con le dita rovista le radici dei capelli, si liscia la fronte. Non è sicuro di potersi dire contento, eppure lui ha voluto quanto adesso capita. Non c’è firma – gesti tanto illegali non possono firmarsi – eppure è opera sua, quella notturna teoria d’uomini dentro ad un portone.

Adesso se ne sta, con le braccia abbandonate, seduto in poltrona l’artista che per tutta la notte ha seguito il proprio capolavoro. Nella stanza, oltre a lui, infiniti barattoli di vernice bianca trabordanti e profumati. Davanti alla finestra la macchina fotografica ancora montata sul cavalletto da sola rimira la piazza.

La grande tela che l’artista ha collocato nella cisterna a disposizione dei suoi ospiti è rimasta bianca. Sui misteri di questo candore egli si interrogherà parecchio, ossessionandosi.

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