La Misura – di Carlo M. Marenco (Il babau n. 4)

Peter sedeva sulla solita pietra, posta del declivio della collina dei suoi anni verdi, ed osservava i grandi e grigi edifici di recente costruzione. Innanzi ad essi un enorme e variopinto cartello recitava: “VIENI NELLE NUOVE RESIDENZE A MISURA D’UOMO, LONTANE DAL RUMORE DELLA CITTA’”. “Lontane dal rumore, ” – pensò – “ma lontane anche dal sole…” e scrutava le finestre piccole degli appartamenti meno costosi.

“Evidentemente il sole non è più a misura d’uomo.” – sorrise amaro – “A misura d’uomo, poi… non ricordo di aver mai sentito queste idiozie quand’ero bambino, non andavano di moda”. E per un attimo ritornò vent’anni addietro, seduto sulla stessa pietra, ad un centinaio di metri dal luogo ove sorgeva la vecchia casa dei nonni, ad osservare i suoi coetanei che inseguivano trafelati un pallone blu sgonfio da sempre.

Un’eco lontana: “Vieni Peter, vieni a giocare! ” – e si rivide lanciare in aria la giacchetta di lana e tuffarsi nel gioco. Città, genitori, maestri, compiti, responsabilità invernali erano dimenticati.

“Era estate ed era campagna: l’avventura alla ricerca di cose nuove da scoprire ricominciava anno dopo anno… era estate ed era campagna. ora è sì e no estate.”

Scacciò questo pensieri per ributtarsi nel ricordo.

“Là, dove ora s‘erge il blocco 12H, il vecchio pero abbracciava con la sua grande ombra i nostri primi baci di adolescenti… piccola grande Marina, ricordi?… – Non ci lasceremo mai – dicevi – sarò sempre al tuo fianco . – Era giusto crederci anche se erano stupidaggini da ragazzi” – sorrise “ed in fondo al mio fianco vivi tuttora, con figli e marito, appartamento attiguo, dieci centimetri di muro, quindici anni di distanza e troppa quotidianità da api operaie in questi alveari senza una regina per la quale valga la pena di vivere. Tu sei qua ancora, come sempre, come questo luogo, ma di allora il tempo vi ha lasciato solo il nome”.

Un‘auto attraversò il suo sguardo ed i suoi pensieri.

“Buffo, questo vivere inconsulto ed affollato, in cui nulla e nessuno ha rilevanza. Seduto sull’autobus dell’esistenza, sei di fronte ad una ragazza dai grandi occhi. La guardi casualmente ed il suo sguardo incontra il tuo per distogliersi rapido, e ritornare furtivo, forse inconscio, quasi a cercarti. A volte questi sguardi si disperdono nel nulla, altre volte divengono intensi, fermi, quasi passionali… sembra esservi un mondo antico al di là delle parole… Lei si alza e la segui con uno sguardo che avvolge, possiede per un attimo che sa di eterno. L’autobus si ferma, lei scende volgendosi una volta ancora, le porte si chiudono e ci si è dimenticati per sempre. Per sempre… se si è mai esistiti l’un per l’altro”.

Qualcosa lo colpì ad una gamba, subito seguito da una voce: Signore, signore! Ci passa il pallone? – dei bimbi ad alcuni metri di distanza lo stavano chiamando.

Si alzò, raccolse la palla, bellissima d’un bianco lucente come non ricordava d’aver mai visto nel suo passato, ebbe l’impulso di lanciare in aria la giacchetta e buttarsi nel gioco, ma non c’era nessuna giacchetta da buttar per aria, come non c’era più il prato di allora: solo cemento, polvere, bambini, una bella palla bianca… e forse la voglia di giocare ancora.

“Insieme alla giacchetta di lana di una madre troppo premurosa gli anni hanno portato con sé anche l’erba di questo prato ch’era verde non solo nei ricordi. Cemento e polvere allietati da questo sole malato”.

“Che importa, in fondo!” dovette pensare l’attimo successivo, lanciandosi incontro al gruppo di bambini, palla al piede, per scartarli uno dopo l’altro fino a giungere di fronte al portierino e calciare in rete, con violenza, anni, pensieri, insoddisfazioni e soprattutto il pallone.

I bimbi l’osservavano ammutoliti, mentre inseguiva il pallone che s’era perso lontano in un cumulo di laterizi dietro alla porta. Raccolse la palla, la pulì della polvere rossastra che vi s’era depositata e corse verso il bimbo più vicino, per porgergliela con un sorriso.

Scusa – si scoprì dire, un po’ imbarazzato.

Grazie, Peter. – gli rispose l’altro – Vuoi giocare con noi, stiamo perdendo…-

Riconobbe il figlio maggiore di Marina: – Grazie, Marco, sarebbe bello, ma… – si soffermò ad accarezzare l’idea, quasi a voler tornare indietro e vincere, poi si vergognò di questa piccola bassezza e rispose serio: – ……ma mia mamma non vuole che giochi a pallone. –

Salutato Marco con un sorriso e gli altri bimbi con un gesto della mano, si allontanò ridendo del proprio lazzo.

Chissà cos’avrebbe raccontato Marco, la sera, tornato a casa: – … e poi, mamma, perchè la mamma di Peter non vuole che giochi con noi, grande com’è? – e rivide il sorriso di Marina alle sue scempiaggiani di allora e lo scuotere il capo con disappunto del marito.

“Che anche il sorriso non sia più a misura d’uomo?” – si chiese retorico, compiacendosi di questi suoi momenti d’infantilismo.

“Senz’altro non lo è per il marito di Marina, tutto casa, lavoro, rispettabilità, cravatta blu e vestito del grigio di questi edifici. Chissà, sarà stupido forse, e forse non consequenziale, ma ai bambini la cravatta ed il vestito metton tristezza, li fanno sentire impacciati rappresentano un mondo non spontaneo, con mille regole e limiti, ove il gioco sembra bandito…”

E gli tornò alla mente il vestitino grigio con i calzoni corti, il giorno della prima comunione.

Sembri proprio un ometto – gracidava la zia Pina con quella voce tutta moine, ricevendo l’approvazione di tutto il parentado. E giù carezze unte e baci umidicci.

Un autentico disastro. Quello che gli avevano fatto credere sarebbe stato un viaggio in un mondo nuovo, importante, si era rivelato una tortura: il vestito sembrava stringersi, il terrore di sporcarsi e rivelarsi ancora bambino lo attanagliava, il fastidio di tutte queste attenzioni che gli parevano affatto immotivate cresceva a dismisura… un incubo che era cessato solo quando una provvidenziale, indelebile macchia di pesca sulla giacca e la successiva sberla lo avevano riportato al suo ruolo di bambino, sancendo il proprio diritto a sporcarsi.

Il resto della giornata era stato splendido ed a fine serata il bel vestitino era tutto una macchia, le scarpe di vernice erano da buttare ed il ginocchio destro era sbucciato: quella era vita!

Le botte ed i rimproveri che erano seguiti avevano forse reso la giornata ancor più bella ed eroica.

“Ribelle fin d’allora ad un’educazione terrorista ed agli schemi prestabiliti!” – pensò e sorrise per questo suo autocompiacersi un po’ imbecille che sapeva di frasi fatte.

“Ma che ribelle! Sono una formica come tante… racchiuso in queste caserme di solitudine, senza una regina per cui valga la pena di vivere.”

Una pietra sulla quale inciampò interruppe questo pensiero. Cercò di riprender il filo: “Formiche, formiche… a me le formiche non sono mai piaciute, così piccole e nere… le cicale invece… forse perché non ne ho mai vista una… quelle mi piacevano, le immaginavo colorate, magari verdi, un po’ sciantose ed con la chitarra in mano a canatre tutto il giorno. Beate loro! Come faranno poi ad esser felici di canatre e suonare: ci vogliono anni di studio per tirar fuori dei suoni decenti da uno strumento. Meglio ascoltarla la musica!… Ecco! Le cicale ascoltano la musica… sono i grilli che cantano… ma non mi vengono in mente belle storie sui grilli. Il grillo parlante poteva esser sì e no una formica pedante fornita di parola, ma si sa: i letterati stravolgono la realtà!”

Stette in silenzio per un attimo che dovette parergli infinito.

Gli accadeva sempre quando trovava una frase che gli suonava bella od azzeccata: Si sa, i letterati stravolgono la realtà! Se la ripeteva più volte a coglierne il suono per trovare in esso ed al di là di esso il significato più profondo, fino ad annullarsi completamente come dopo un orgasmo.

Amava le frasi che sembravano belle e che spesso usava come chiusa arguta a riflessioni o discorsi fra amici.

Le amava e le detestava profondamente: quando la frase arrivava – e non sapeva mai quando – ogni cosa aveva fine. Riprendere il filo non aveva più senso e la pausa ad effetto che veniva a crearsi finiva per prolungarsi più del dovuto. L’ideale sarebbe stato fare un sorriso ed andarsene, lasciando intendere chissà cos’altro, ma è impossibile andarsene quando si è soli.

A volte queste pause duravano giorni, lasciando una cattiva opinione della propria intelligenza; questa volta, per fortuna, ne uscì presto trovando un modesto antidoto nella considerazione altrettando poco profonda che ‘tutti noi, a modo nostro, stravolgiamo la realtà, dando ad essa un’interpretazione del tutto personale’.

Superato l’ostacolo, aveva comunque perso il filo dei propri pensieri e lo sforzo per riprenderlo dovette parergli assolutamente sproporzionato all’utilità di farlo, così si lasciò camminare lungo la stradina sterrata e polverosa che conduceva alla pineta, come a volerla vedere una volta ancora prima che venisse sepolta dal cemento.

Accelerò il passo per allontanarsi dall’odore penetrante di nafta e dal frastuono di cingoli delle ruspe, mentre una frase ritornava ad occupare i suoi pensieri: “A misura d’uomo. A misura d’uomo, dicono… come se si trattasse di vestiti… – come le cade bene, signore, quest’appartamento – oppure – se tira un po’ glielo allarghiamo! – Stronzate! Adesso nemmeno gli abiti sono più a misura d’uomo, tre quattro taglie e via… e ritorneremo alla taglia unica prima o poi… anche nelle case.

Un senso di svuotamento lo colse mentre i suoi passi divenivano sempre più lenti fino a fermarsi, come a voler arrestare, con essi, il tempo. Si volse per percorre a ritroso sentiero ed anni. Respirò profondamente l’aria del bosco, socchiudendo gli occhi per confondersi nella luce filtrata dai rami. Gli odori ed i suoni erano quelli di allora; rivide la casa dei nonni, rossa d’un rosso vivo, con le finestre che si aprivano fra cornici bianche su un mondo in pace… Quel rosso e quel bianco, poi, gli davano allegria e serenità.

“Silenzio e solitudine intorno, per poter pensare, progettare, creare”.

Ricordò i silenzi della corte, popolati di voci a far da contrappunto ai suoi pensieri e sogni. Il passo irregolare del nonno, che si portava dietro la gamba sinistra come un fardello lieve e quello stupido cane – Dixie – uno Yorkshire Terrier, un batuffolo assolutamente improbabile per una casa di campagna, che abbaiava ad ogni cosa si muovesse: galline, insetti, spore; ma non agli esseri umani. “Stupido Dixie, ti ricordi di quella volta che ci venisti incontro una mattina, al nostro ritorno da una gita nel bosco, con un’aria festosa ed un magnifico osso da spolare, ricompensa di qualche ladro gentiluomo per la tua guardia compiaciuta ed approssimativa alla nostra casa. Altro che cane da guardia – urlò nonno Dino – questo qui è un palo! – e credo che fosse l’unica volta nella tua vita in cui fosti tu ad essere inseguito. Un po’ di capricci, il muso di qualche giorno all’arrivo di un cane nuovo, uno vero, da guardia – un pastore tedesco -, e poi riprendesti a scorazzare con maggior entusiasmo, come se liberato da una responsabilità troppo gravosa per te. Ti osservavo spesso nei pomeriggi solitari per cercare di capire i pensieri di un cane, ma probabilmente il soggetto non era quello giusto, eri un po’ folle. Così, seguendo le tue evoluzioni, i miei pensieri fluttuavano ed inseguivano il vento…” Un rumore meccanico irruppe nel filo dei suoi pensieri, impedendone il dipanarsi: ogni singola emozione di quegli anni era scolpita nella sua mente, ma non riuscì a far altro che ricordare il rombo dell’auto dei genitori, che ansimando lontana, saliva la collinetta, una giornata di settembre, per riportarlo alla realtà inevitabili. Il rosso, il bianco, la luce erano scomparsi, innanzi a lui una porta come molte ed il pensiero ricorrente di una realtà che non a tutti è dato di vivere: “Silenzio e solitudine intorno, per poter pensare, progettare, creare”.

“Silenzio e solitudine intorno, non dentro, come in questi cimiteri intellettuali, popolati da mille suoni e voci senza parole, troppi per poter aver voglia di parlare… od anche solo pensare a chi si è, dove si va e non si va… e si passa, scomparendo solitari in un silenzio di mille voci e volti… senza aver mai goduto di silenzio e solitudine…”

Peter, Peter! – una voce al di là del muro divisorio dell’appartamento lo chiamava – Peter potresti pensare più piano, i bambini non riescono a dormire!

“Anche i pensieri” – pensò – “non solo le parole, producono rumore…”

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