L’Attesa – di Carlo Marenco (Il babau n. 9)

ma non credo ciò debba riguardarvi più di tanto. Ritengo, infatti, che ogni scelta vada considerata legittima, qualora non interferisca oltre il lecito nell’altrui realtà. Vi prego quindi di considerare, per quanto vi è possibile, benevolmente questa mia presa di posizione, ancorché inconsueta o, se vogliamo, un poco scioccante. Del resto, come sempre, si tratta di punti di vista…

Cordialmente,

H.

Rilesse ancora una volta queste ultime righe, dopo di ché piegò con precisione il foglio e lo inserì in una busta, che abbandonò al centro dello scrittoio.

Si alzò e percorse pochi passi esitanti in direzione del divano per tornare indietro ad inclinare la busta di circa quaranta gradi e deporvi sopra il tagliacarte dopo un’analisi accurata dell’angolo d’incidenza.

Arretrò di un paio di metri e controllò l’ordine quasi maniacale dello studio, rotto da quell’incrocio asimmetrico di linee. I due oggetti sembravano deposti lì a caso, ma non lo erano affatto. Quest’eccentricità aveva il preciso compito di attirare l’attenzione, evitando che la lettera giacesse dimenticata.

Esaminò ulteriormente la stanza ed il resto della casa.

Nulla, proprio nulla, era fuori posto.

Immaginò più volte il momento in cui ella avrebbe fatto il suo ingresso e si sarebbe guardata attorno. Tutto era così diverso da allora. L’impressione che ne avrebbe ricavato sarebbe stata profondamente diversa dalle sue attese.

Spenta ogni altra sorgente luminosa, accese la lampada a stelo, dalla campana in iuta, posta al fianco del divano e ne osservò l’effetto con gli occhi di un possibile spettatore. La luce soffusa illuminava la parte sinistra del divano ed un tavolinetto in noce sul quale aveva posto un’edizione dei sonetti Shakespeariani aperta sul cinquantacinquesimo.

Poco importava se era solo il risultato di una regia attenta: un tocco di classe oppur null’altro che un’illusione ad arte. Del resto, – sorrise compiaciuto – la realtà corrisponde a ciò che noi cogliamo, o ci è dato cogliere, di essa.

L’ordine -irreale perché del tutto istantaneo se paragonato allo scorrere di un’esistenza altrimenti caotica-, la busta, il tagliacarte, la luce di un arancio pallido ed il libro aperto erano simboli lasciati a bella posta per indurre ad un’interpretazione del suo esistere.

La pendola rintoccò le nove, ancora pochi minuti ed ella sarebbe giunta.

Era il momento di curare gli ultimi, assoluti, particolari: diffuse nell’aria dell’essenza di belladonna ed inserì l’Offerta Musicale nel suo lettore digitale; al suo arrivo la casa sarebbe stata pervasa dal canone perpetuo a moto contrario.

Molte donne erano state conquistate dalla sua estrema cura per i particolari, dal suo estetismo decadente, ma per lei, la più attesa, aveva dato il meglio di se stesso; persino Des Esseintes avrebbe potuto invidiarlo.

Le nove e dieci minuti: l’ora s’avvicinava; un attacco di palpitazioni tradì il suo malessere. Si sedette sul divano concentrandosi per calmarsi, non aveva alcun senso cedere proprio ora, si sarebbe controllato ed ogni cosa avrebbe seguito docilmente il percorso prestabilito.

Si distese mentre il Ricercare a tre e la belladonna prendevano possesso dell’ambiente e dei suoi pensieri.

Passeggiavano in un caldo pomeriggio di agosto nella valle del Ticino nella campagna novarese. Era bellissima, troppo bella, troppo corteggiata da tutti, eppure aveva colto in un suo sorriso l’attimo fuggente delle porte socchiuse, il momento magico in cui ogni cosa è possibile, e vi aveva creduto fino in fondo. Con ragione. Esiste, sempre, un porta d’accesso per chiunque.

Ora le camminava un metro innanzi, adorandola, senza guardarla, narrandole le favole tristi di Wilde, ad esaltare l’ironia di ogni destino.

Laura, Beatrice, Silvia dal corpo caldo e dai forti odori estivi non cantai la tua bellezza, per possederti; entrai dalla tua porta con un’espressione buffa, da bambino, dopo un capitombolo ai tuoi piedi e volli svelarti quant’era grande il mondo che non conoscevi. T’adoravo senza amarti, personaggio splendido del polittico della mia esistenza che m’apprestavo a dipingere.

Te n’andasti fuori tempo sfregiando quella prima tela, perché le favole tristi ed i poeti sono pericolosi. Te n’andasti e da allora ti ho sempre portata dentro per quel tuo sorriso dolce ed un po’ scemo che non hai mai più potuto avere dopo. Cercavi qualcosa, dicevano, e lo incontrasti. Non hai mai più guardato oltre al muro, Lorena, non hai mai più letto poesie sul sellino posteriore della potente moto del ragazzo che mi sostituì. Ma non importa, ricordo il tuo odore, ricordo il primo bacio che avrebbe potuto avvenire prima o dopo per chiunque, ma non per me.

Contava il come ed il quando.

Non stavamo vivendo una vita qualsiasi, non l’ho mai fatto, stavamo recitando una scena di un film d’altri tempi:

Sai mi sei simpatico, sei un’amico, parlo bene con te.

Fermai la bicicletta, di colpo, nella notte. –Che hai detto? – sorrisi – Allora non c’è nulla da fare. Si dice sempre così per liquidare i corteggiatori indesiderati. – Ti fermasti anche tu sorpresa – No, che dici, io… – E ti baciai violentemente in mezzo alla strada in un groviglio di ruote, braccia, sentimenti e pellicole. Avrei potuto scegliere un primo bacio come tanti, in un angolo buio dopo una serata frizzante, una cosa normale…

Stupidaggini!… anche la propria vita può essere un’opera d’arte.

Ed i sognatori esistono ovunque…

Ricordo il tuo sguardo di freddo, Arja, in una giornata di Giugno sulle rive del Cam, mentre la polifonia linguistica nella quale eravamo immersi rendeva magica ed irreale, mia, la scena. Ti parlai di scritti che non avresti mai letto e non importava; noi s’era ogni cosa volessimo essere in quel momento, navigavamo nell’atemporalità. Sul ponte dei matematici si può credere qualsiasi cosa se ci s’abbandona al silenzio dei secoli, scanditi dallo sfogliare di pagine di sapere. Non potei fare a meno che compararti ad una giornata d’estate, sebbene tu fossi più amabile e temperata – citando il bardo per la prima volta e per la prima volta comprendendo realmente la grandezza di quel sonetto. Io e te vivevamo in versi scritti quattrocento anni prima, ed attraverso quei versi il nostro ed altri amori, da essi evocati, avrebbero vissuto in eterno. Ci separammo perché il nostro tempo scorre cadenzato da un metronomo più severo di quelle pagine. Eppure, nonostante migliaia di chilometri ci dividano, – vivi ancora? – c’è un angolo nascosto in noi in cui quell’incanto continua ad essere; ed altri aliti s’incontrano e s’intrecciano ai nostri ed a quelli di chi ci ha preceduto, santificando la magia di quel luogo e di quei versi.

Ed altre ancora, quante altre donne ho amato e mi hanno amato follemente anche per un solo istante, infinito perché scritto in ogni gesto respiro parola, musicato con grande cura. Ogni donna un nuovo sogno, scrivendo o prendendo a prestito versi e note per inscenare l’illusione che vale un’esistenza, un’illusione divenuta realtà poiché si era ciò che si sognava di essere.

Si era eterni.

Dio, quante discussioni ed incomprensioni al riguardo, non è mai stato facile…, li ricordo ancora sentenziare, schernendomi, come se io non fossi presente.

– E’ sempre stato un maledetto cinico!

– Non ha fatto altro che sfruttare la sua dialettica per circuire delle povere illuse!

– Un vero disgraziato!

Perché negare quest’evidenza, vi è dolore nel vivere ed esso è tanto più grande quanto maggiore è la perdita di ciò che si è avuto, ma non ha senso esistere senza tentar d’esser immortali anche per un solo istante.

In me è la beatitudine e la maledizione di chi non può esser dimenticato. Di chi ha donato l’estasi assoluta del proprio immaginario e reso materia ciò che non ci è dato.

In fondo, gli amanti non sono che questo: l’altro, ciò che non si possiede.

– Filosofia solo filosofia…

– Mirata, poi, a scopi precisi, anzi direi una giustificazione pseudofilosofica di un mal vivere.

Le nove e venti. Non manca molto ormai.

Con Maria invece è sempre stato diverso. Via le bambole di niente, addio alla finzione o, peggio, alla convinzione che nulla è impossibile se ci si crede realmente; e ci siamo donati una vita di sorrisi sinceri e di giorni autentici, uniti nel dolore delle morti e nella gioia delle nascite, a raccoglier quei frammenti di sogno che un destino distratto dimentica fra alti e bassi, abiti, vacanze, ricorrenze, affanni, conti e qualche poesia.

Una fine comune.

Una vita a metter via per un inverno troppo breve e senza un’altra primavera. E come si può vivere così?, nonostante l’amore per Maria fosse immenso e vero è finito: si è estinto, affacciati alla finestra delle apparenze, mentre il dover perdurare c’imponeva d’esser terra. Ed allora perché non vivere le ‘proprie’ finzioni? Solo perché recano dolore prima o poi, perché troppa luce acceca, perché non c’é fedeltà in questo, quand’è molto più infedele il lasciarsi morire lentamente, il decadere ineluttabilmente giorno per giorno, senza la forza di reagire.

Questo’ è inaccettabile!

Anni di tenerezza casuale -casuale perché ci è capitato un compagno anziché un altro e si è troppo pigri per cambiarlo- non necessariamente valgono un rapporto consumato in un vagone ferroviario, esaltati dal brivido della trasgressione e della scoperta, né la brutalità ed il dolore di una separazione, perché momenti di esistenza al limite.

– Cinico fino all’estremo, immorale, perverso…

Non vi è peggior perversione che il sopravviversi. Per questo la mia nuova compagna, l’ultima, se il caso non vorrà altrimenti, entrerà in questa casa immersa negli odori, nelle note e nelle parole che meglio descrivono e simboleggiano il nostro incontro, un incontro di un istante eppur eterno: l’unico che possa coniugare profondamente queste caratteristiche.

Avrete certo delle perplessità…

– perplessità? Questa è follia.

– E’ sempre stato un esaltato!

– Ed un eccentrico! Ascoltate come termina il suo addio.…

 

ma non credo ciò debba riguardarvi più di tanto. Ritengo, infatti, che ogni scelta vada considerata legittima, qualora non interferisca oltre il lecito nell’altrui realtà. Vi prego quindi di considerare, per quanto vi è possibile, benevolmente questa mia presa di posizione, ancorché inconsueta o, se vogliamo, un poco scioccante. Del resto, come sempre, si tratta di punti di vista…

Cordialmente,

H.

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2 pensieri su “L’Attesa – di Carlo Marenco (Il babau n. 9)

  1. […] Da oggi, ogni mercoledì, su questa pagina verrà proposto un brano musicale di genere diverso. Questo brano sarà collegato ad un testo presente su ilbabau.net. Si inizia con l’ottavo canone dell’Offerta Musicale bachiana: “Canon perpetuus contario motu“. Magari non esattamente una scelta “di lancio”, esistono canoni di maggiore impatto, ma su questo canone è costruita la climax/anticlimax de L’attesa, mio vecchio e breve racconto pubblicato sul numero 9: L’Attesa. […]

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