Matasse dei Rosari – di Maurizio Puppo (Il babau n.11)

Avremo un incanto, ricordi? La smeraldina contessa passeggia nel viale, nel cuore un amore infelice o un pensiero – il bimbo, il nipote malato (vent’anni) che vive – da tempo – rinchiuso nel suo maledetto rifugio, nei boschi. Gli portano il cibo e i ricambi, la madre ed il padre (non sempre), il medico sillaba grave, riposo, riposo assoluto – lo ha detto – e un giorno potrebbe guarire. Ma non guarirà. Demente, stroncato dal mal di famiglia si dice in paese (le vecchie, e i ragazzi).

Lui vive rinchiuso, s’è detto. Un letto: scrittoio (non scrive però che di rado, e a nessuno – per sé), e libri, che legge talvolta (poesia soprattutto: il trecento, e l’Hölderlin, Keats, qualcosa di Poe), il bagno. Rinchiuso, perché? Pericolo vero, ma no, ma per nulla. È innocuo (non ama che sé). È uguale al bisnonno che ha avuto, lo dicono piano: uguale, sì, a quello (un giovane sano però, e poi uomo pazzo, infine stroncato dal male).

La tara è venuta dal nulla? Macché, lo si dice – ma è falso, davvero. Qualcuno sussurra: la madre, la madre, è quella che è andata – con chi? Con il padre, o forse un fratello (o ancora un cugino semmai). La tara esisteva in famiglia, È sicuro. Un cancro nascosto, il male al cervello – che mina la carne e impregna il cervello di cupa follia. Che è poi un bel ragazzo! Si dice (l’hai visto? L’ho visto, sì, un giorno, portandolo a casa, è sceso un momento, aveva un mantello, e pallido in viso, l’ho visto – era bello…).

Ma scrive – è un poeta. Di fresca pazzia: è la penna sua. Lui sa quel che è. Un pazzo: lo dice (lui ride di sé). Non serve esser pazzi ad esser poeti (è lui il primo a dirlo); lo credono gli altri. Non sa, quel che è grave, qual è il valor suo: un vero poeta o un folle che scrive i pensieri, perfino su carta?

Non serve poesia, per essere pazzi – è l’altra sentenza del nostro malato. I bimbi, in paese, ne parlano a tratti – e con lo spavento dei vaghi discorsi rubati alla casa: un pazzo, da anni in quel luogo – non ne uscirà mai. O solo da morto. Sepolto, ciascuno ne avrà un suo sollievo taciuto.

La zia, la contessa: lo ama. Ne ha orrore, s’intenda. È andata una volta a trovarlo (col padre) e ha colto il terribile odore del mostro, la sua malattia; e buio, e sporcizia, e tetri sorrisi del matto . Sognava un esilio più dolce, la donna (il folle, estenuato, nel buio, che pensa parole d’amore). Quel che non risponde al suo sogno, l’attrae. È solo un demente, c’è un gusto di vecchio e di morte in quei suoi vent’anni – vent’anni da poco. Per poco non svenne (sorretta dal padre); è stato tremendo, sì è vero, terribile a dirsi – che cosa mostruosa! È l’unico figlio, è di sua sorella.

Nel letto, alla notte, la zia spaventata non pensa che a lui. È sporco, s’intende. Avrebbe una vita, una donna – non fosse che un folle. Andare da lui, l’idea, si fa strada. La zia è corteggiata, e ha anche un marito, imbelle in cravatta intento all’azienda (gli affari, gli affari, si portano avanti, ma che sacrifici! Che tasse! Che tempi! Del resto, che fare?).

Ma lei è innamorata; del male nascosto, ma puro (di pura bellezza risplende nel tetro dolore). Ha il cancro del tempo passato, su sé – l’orrendo avvenire che attende, senz’altro, un figlio un domani.

È questo il pensiero che indugia tra le mani bianche, la sera, al silenzio del fresco giardino. Vorrebbe che il figlio nascesse da lei (l’idiota in cravatta a fargli da padre, per tutti). E non sarà folle, quel figlio, ma bello, e splendente – lei questo lo sa, lo sa bene.

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