Poesie – di Armando Cavanna (Il babau n. 6)

Mio padre aveva mani operaie

 

Mio padre aveva mani diverse dalle mie,

aveva mani operaie.

Mio padre quando le agitava

aveva mani che sgusciavano

come fianchi di salmone nei fiumi

e quando le premeva

affondava dita prensili

nelle spore giganti del coraggio.

Mio padre aveva nocche a trivella

che perforavano gli abissi indecisi

della mia adolescenza;

e soffiava su palme essenziali,

percorsi da cunei a picco di guscio,

quando stancamente scrollava il cappotto

coperto di sabbia e di pioggia

(spesso pioveva agli angoli della povertà!)

Mio padre diceva che gli operai

non ascoltano poesie

perché tutti i poeti li hanno traditi:

nessuno – diceva – sa usare le mani.

Così mio padre arava le utopie

con artigli di falco

ma non odiava i poeti.

Aveva mani di pergamena, lo so,

che spiegava alla brezza del sole;

che vi leggesse intera la poesia siderurgica,

quella della solitudine secca filettata su un tornio.

Mio padre aveva mani operaie

e le univa sempre tra loro;

io credo a pronunciare l’ancora dell’arrivo

nel discorso infuriato del viaggio della povertà.

 

 

Genova cera bigia

 

Genova cera bigia

ha tetti fitti sui nostri cuori;

s’innalzano dagli usci d’ebano del mare

e si proteggono vicini tra le piazze,

le piovose;

così a sguardi secchi di colline defoliate

nascondono le conchiglie d’oro delle strade,

sdrucciole cerniere aggrovigliate;

la città è un mistero senza uomini

consegnato alla cenere del sole.

 

 

Avanza feroce la vita

 

Avanza feroce la vita ed ogni alba a tamburo

                       l’annunzia;

dalla rosa agglobata del mare

spirano venti di pietra:

è uno svanio di sogni, di fonti.

Giorni di lava,

custodi ai gerani di fuoco del sole,

sbrecciano granulose purezze.

S’accorpano detrite coscienze a deriva,

spremute dai mantici d’ariete dell’aria;

castagni di creta,

fessure schive di paura,

bussano a rovi di uomo.

I figli del dolore agitano locuste d’occhi

tra ventagli d’anima

E’ tempo di foreste,

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