Alberto Nocerino (Il babau n.10)

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Piccole storpiature con cui modifichiamo le parole del linguaggio quotidiano; gerghi malavitosi o marinari; figure d’elaborazione poetica; “inventio” della retorica antica; ipotetici linguaggi di, e per, extraterrestri; la lingua che Adamo parlava con Dio, e Dio con gli angeli, e poi con i glossolalici; il grammelot, di Dario Fo: da sempre si sogna “un’altra lingua”. Alla ricerca di nuove parole, nuovi suoni, nuovi idiomi, l’invenzione può coinvolgere ogni livello linguistico. Dopo l’intervista a Dario Fo, proviamo ad approfondire alcuni tratti essenziali del suo grammelot, e a confrontarlo con forme affini d’invenzione, per meglio comprendere quanto sia linguisticamente e poeticamente interessante. Un primo punto da chiarire “ cosa si intenda con “inventare”.

I. Sensi d’invenzione Linguistica

a) L’Invenzione Originaria. E’ il senso primo, più antico e venerabile, che consiste in secoli di leggende e di teorie sull’origine del linguaggio umano. I testi fondamentali sono almeno due: la Bibbia e il Cratilo di Platone. Nella Genesi si narra che fu Dio ad assegnare all’uomo la facoltà linguistica, e quindi che Adamo nominò le cose e gli animali. Fu a Babele che le cose si complicarono: la lingua adamica universale originò (si noti, per punizione ed ira divina), il plurilinguismo, la confusione universale (e da allora, ogni giorno Babele si rinnova). Nell’Eden nacque anche la questione se Adamo avesse inventato i nomi a proprio piacimento o secondo la natura dei contenuti del mondo. Platone contrappose nel Cratilo le due tesi (origine del linguaggio per convenzione o per natura), che irrigidite certamente al di là delle sue intenzioni, diedero vita ad un dialogo che dura tuttora.

b) Inventori=Trovatori. Sensatissima l’affermazione di Maria Corti, semiologa, italianista e scrittrice, nel suo Percorsi dell’invenzione. Il linguaggio poetico e Dante (1993): il poeta, anche Dante, non crea, ma piuttosto “inventa”, nel senso etimologico dal verbo latino ”invenire”: “trovare” (o “ritrovare”). Una fase generativa pre-testuale, l’avantesto (v. Corti, 1976:98), che intenzionale o meno prepara l’esecuzione dell’opera: “ la cultura dell’autore, nel senso più esteso possibile, la sua identità tecnica e sociale, che interagisce con i problemi, le sollecitazioni razionali ed emotive delle particolari circostanze, personali e storiche. Agli interpreti, il compito di ri-trovare le “fonti”.

c) Dell’Originale Invenzione. Lasciamo la creazione al Buon Dio, come vuole Maria Corti, e assumiamo un poeta inventore-trovatore. Esiste tuttavia anche un altro senso di inventare, più moderno, che il poeta assolve: affrontare con un progetto, con appropriati artifici teorico/pratici, un qualsiasi “problema” del mondo, insoluto e/o persino ignoto. Qual è il problema insoluto che risolverebbe la letteratura? Proviamo a considerarla un attimo come un laboratorio dove si svolgono esperimenti sul linguaggio, con tutte le parzialità tipiche degli esperimenti. Si deve focalizzare la propria attenzione variando pochi parametri gestibili, per osservarne gli effetti. Pena il fallimento della comunicazione, il fondamentale problema da risolvere del laboratorio letterario sembra quello di “magnificare effetti di senso”: elaborare una qualsivoglia forma di originalità e di invenzione, che allontani la banalità, intesa come indifferenza agli effetti di senso: in prima istanza, dunque, inventare una differenza.

d)Trasformare/rappresentare. E’ l’aspetto più “profondo” dell’invenzione: “trovando” significati e significanti (da un lato temi d’ogni tipo, – contenuti affettivi, ideologici, di genere ecc. – dall’altro suoni, parti di parole, costruzioni sintattiche, figure) li si “trasforma” opportunamente in funzione della “forma” che si vagheggia. A sua volta quel che risulta, potrà modificare quel che ne ha deciso l’assunzione. Questo senso di inventare dipende dalla non semplice definizione semiotica del segno “motivato”: il semplice correlarsi di un significante (il “suono” della parola, cioè, i fonemi di cui si compone) con il suo significato, proprio del segno cosiddetto “arbitrario”, viene complicato infatti da una qualche somiglianza, anche di relazioni tra i loro elementi, dei due correlati (v. Eco, 1975: cap.3). Terreno fertile per i segni “motivati” sono ad esempio la pittura figurativa e le onomatopee: BANG è una parola (il significante) con suono simile al “colpo di pistola” che significa (il contenuto). Ma attenzione, non si deve necessariamente dire BANG: PAM può risultare altrettanto “somigliante” (e si sa, nessun pittore “ritrarrà” mai allo stesso modo un soggetto).

II. Inventario d’invenzioni (connesse al grammelot)

Nel tempo una lingua si modifica continuamente; e d’altra parte, si sa, non esiste una frase che sia pronunciata in maniera esattamente identica ad un’altra. E’ oltre queste due derive, diacronica e sincronica, che si colloca la sperimentazione linguistica: il gioco, la retorica quotidiana, tutte le forme di spettacolo, l’arte in genere, la letteratura e la linguistica stessa, sono i venti che soffiano sul mare del linguaggio e ne increspano e gonfiano la superficie, a dispetto d’ogni sua forte corrente. Il grammelot opera stravolgendo soprattutto il livello fonico e morfologico, reinventati secondo il senso c) e d) di “invenzione”. Tuttavia, i suoni vengono modificati in modo da evocare un’altra lingua. Si tende quindi a ricostruire uno stato pre-babelico, di lingua universale e naturale, comprensibile a tutti. Oltre che primigenia, si tratta anche di una lingua primitiva (v.II.3), per l’apporto fondamentale di interiezioni, mimica e gesti (fu Lucrezio, sulle orme di Epicuro fra i primi a dipingere nel De rerum natura uno scenario gestuale per l’origine del linguaggio). Da un altro punto di vista, il grammelot possiede un forte sapore di gergo. Le parole appena inventate pretendono una comprensibilità in qualche modo universale, ma che poi si realizza come un estemporaneo comunicare tra relativamente pochi eletti, vivendo del tempo della sua rappresentazione. E’ anche tramite questo comune vivere dell’evento, che il grammelot si connette alla glossolalia, tornando a quell’universalità, seppure parodistica, che abbiamo appena visto negarsi nel suo volto gergale.

1. Livello fonico-morfologico

a) Onomatopee. Ogni lingua produce per i medesimi suoni del mondo, onomatopee più o meno differenziate, secondo i dettami della propria struttura fonica. BANG e PAM erano esempi codificati: ma nessuno ci vieta d’imitare con i nostri organi fonatori tutto il “paesaggio sonoro” che ci circonda, come Fo imita la pioggia in Johan Padan. I bambini lo fanno molto seriamente, quando giocano o attraversano la fase di apprendimento del linguaggio. Altrettanto seriamente lo fanno comici, attori, rumoristi e musicisti, mentre grafici e fumettisti si trovano per necessità a trascrivere su carta i suoni che inventano. Ecco un esempio di quest’ultimo tipo di operazione:

SCRAATCH: “morso alla carotide”

WEEE-WEEO-WEE: “sirena d’allarme carcerario”

WEEEEE WEEEEE: “sirene della polizia”

CLINCLAK: “innesco di arma da fuoco”

SZOCK: “penetrazione d’una lama nella carne”

SOCK: “colpo inferto da una mano di taglio”

SWIIIISSSH: “colpo di scure mancato”

TUMPLASH: “caduta a corpo morto nel fango”

ZZZZTUMP: “elettroshock”

VRRROOSKREEK: “auto velocissima in curva”

VROARDENGROAR TLUNK: “accelerazione, sterzata ed urto di un’auto contro un bidone”

SCRAATC: “coltello estratto dalla ferita”

Letta di seguito questa “colonna sonora” del n.80 di  Dylan Dog già delinea il canovaccio di una storia, a dimostrazione di quanto parole motivate del tutto nuove (provate a cercarle su un dizionario!) riescano ad essere “significative”.

b) Parole espressive e sinestesie. Sui dizionari etimologici, dopo dotte argomentazioni di impotenza filologica, ci si imbatte spesso in diciture come “voce onomatopeica” o “imitativa”. Il salto è notevole: si ammette, un po’ defilata, una qualità “naturale” della parola; si adombra, per evidenziarne l’espressività, un’origine al di là di radici e derivazioni. Nel Dizionario etimologico di Cortellazzo-Zolli quanto detto vale ad esempio per FLAUTO, GRULLO, SCHIAFFO, SCOPPIO, TICCHIO, etc.. L’effetto ricorda a quel che accade quando i poeti si divertono a “regolarizzare” particolari gruppi di fonemi, declinandoli e coniugandoli. Ecco alcuni versi dalla Lirica cattolica di Maurizio Puppo ne Il babau n.8:

CANGURI LANOSI, DI FIBRULE TESE

SI SBRONANO A TERRA, RATTIZZI

Il contesto evoca tutta voca tutta una serie di parole come “fibra, brullo, brucare, brado, sbrano, sbracare”, ed il gruppo consonantico BR- risulta così espressivo di qualcosa di basso, materiale, grezzo, “brutto”… Il suono di “fibrule” e “sbronano”, d’una pesante sgradevolezza timbrica, richiama altri sensi, il tatto, il gusto, la vista: il poeta inventa (cerca e trova) sinestesie. Parole espressive e sinestesie si connettono intimamente: conducono il potere imitativo dei suoni del linguaggio oltre l’onomatopea, a costituire insieme il nucleo più tipico del fonosimbolismo (ricordiamo le colorate Voyelles di Rimbaud, le parole gelate di Rabelais, le rime petrose di Dante).

2. Livello sintattico e semantico.

Appena una nota sul coinvolgimento di sintassi e semantica in senso stretto nelle invenzioni del grammelot. Non è ancora stato scritto un manuale di retorica che esaurisca le possibilità figurali delle lingue: la retorica secentesca si estenuò proprio nel tentativo di classificarle tutte. Si possono sommare parole e sensi, invertire, permutare incrociare saldare scorciare scartare cabrare calibrare storpiare straripare elencare grommeler (cioè: “morsicare, masticare, azzannare” parole).

3. Lingue d’invenzione

Chi recita un grammelot fa un’operazione opposta rispetto a chi inventa una lingua perfetta*: ne inventa una “sporca”, si diverte a contaminare non solo più lingue fra loro, ma anche l’universale e il particolare. Operazione essenzialmente comica, quindi (la fa Fo!), e parodìa della perfezione, il grammelot ha paradossalmente molto in comune con una mistica manifestazione del linguaggio, la glossolalia (a), e con il Klingon di Star Trek (b).

a) Invenzione glossolalica (radicale?). Roman Jakobson (1979) definisce la “glossolalia” come “un tipo particolare di attività creativa, verbale o quasi verbale”, ed anche “una composizione esoterica, semi-improvvisata e semi-tradizionale, di quasi-parole”. Il risultato di questa “attività” è una serie di non-parole che pretendono di appartenere ad una lingua sconosciuta in assoluto: in questo sono accomunati i bambini nei loro giochi, i maghi e gli stregoni con le “formule magiche” per gli incantesimi, le sette mistiche. Il magico ed il divino sono infatti una costante della glossolalia, che per i cristiani affonda le proprie origini nel miracolo della Pentecoste. Un caso tipicamente glossolalico si verificò nell’inverno del 1985. Una ragazza di Napoli appartenente ad una piccola setta, cominciò a parlare in modo “incomprensibile” con toni profetici ed apocalittici, in una lingua mista che a detta dei giornali ricordava lo spagnolo, il provenzale ed il latino. Venne presa molto sul serio dai propri correligionari che, secondo tradizione, la ritennero santa, ispirata da Dio. Un esempio più laico, noto per aver interessato tra il 1895 e il 1898, Ferdinand de Saussure, uno dei fondatori della linguistica moderna, fu il caso della signorina ginevrina Hélène Smith (un nome d’invenzione). Chiamato a verificare se la giovane donna parlasse davvero il sanscrito senza averlo mai studiato, de Saussure ne scoprì tracce a suo parere incontestabili, e non in contrasto con le sue principale caratteristiche (v. Todorov, 1984:357-371). Le esecuzioni glossolaliche individuali finiscono spesso col presentare costanti che prefigurano l’emergere di un codice (certo, molto idiosincratico): la signorina Hélène Smith quando si accorse, forse inconsciamente, che il suo sanscrito non era più così misterioso, iniziò infatti a parlare in “marziano”. In realtà, la glossolalia non può prescindere né dai princìpi generali di strutturazione linguistica, né dalla struttura fonica delle lingue di cui l’emittente è padrone. Funzionando per opposizione, la glossolalia di un italiano risulterà densa di suoni aspirati e consonanti gutturali, mentre quella inglese o tedesca ne esibirà molte vocali e suoni aperti e chiari. Anche nel caso della glossolalia, la radicalità della “invenzione” risulta dunque illusoria. Tutte insieme, queste caratteristiche accostano il grammelot alla glossolalia: i parlanti si cimentano in entrambi i casi nella pronuncia di suoni estranei ed esotici, con la differenza fondamentale che mentre il mistico glossolalico vuol parlare una lingua sconosciuta a chi ascolta, il comico del grammelot finge di parlarne una ben precisa e conosciuta.

b) Jlyajbe [ji-YAI-be]. Non capite il titolo ? Fidatevi, o cercate il Time del 5 aprile 1993: significa “Non capisco” in una delle rarissime lingue inventate che ha avuto successo, la lingua dei Klingon di Star Trek III, opera del linguista Marc Okrand. Negli Stati Uniti pare si insegni anche al MIT, in un irresistibile e crescente utilizzo gergale. Il Time descrive il Klingon, come…

… lingua aliena parlata nei film e telefilm di Star Trek da tipi bellicosi dalla fronte altissima scolpita di rughe bene in rilievo. Suona un po’ come il giapponese e un po’ come lo Yiddish, con tanti suoni strozzati e duri, e sibilanti pronunciate con abbondanti emissioni di saliva (“saliva-spraying sibilants”).

Eccone un esempio, dal piccolo lessico fornito dalla rivista:

KLINGON                         PRONUNCIA FORTE

Parli  Klingon ?        tlhlngan Hol Dajath a          TLIngan khol da-jatl-A

Dov’è il bagno?       nuqDaq oH puchpa e           NOOK-dak okh pooch-PA-e

Sono perso              jlHtaHbogh naDev vlSovbe  JIKH-takh-bogh na-DEV vi-shogh na-DEV vi-shov-BE

La lingua Klingon, si basa su una forma fonico-lessicale del tutto “aliena” al contesto linguistico di inventori e parlanti. Il risultato è simile a quello della glossolalia, ed in contrasto con la consuetudine per cui si inventano lingue nuove utilizzando forme linguistiche diffuse e comuni. Il fonosimbolismo delle consonanti dai suoni duri e aspirati (rafforzato da qualche emissione salivare) è ritenuto adatto, secondo tradizione, per il linguaggio di guerrieri truci e violenti: risulta quindi importantissima come nel grammelot, la motivazione fonica. Allo stesso modo è caratterizzante in entrambi il momento dell’enunciazione, testimoniato dalla necessità avvertita anche in un breve articolo come quello del Time di specificare la “pronuncia forte” delle poche frase riportate. Con quest’ultima parentela, spero di aver dato un’idea di quanto sia intricato il campo dell’invenzione linguistica connesso ad una forma apparentemente così immediata come il grammelot. I poeti vivono le spiacevolezze e le delizie delle invenzioni ogni volta che prendono la penna in mano: ma non sono mai soli ad inventare parole, e appartengono ad una famiglia più vasta di quel che a volte amano pensare.

Nota bibliografica

CORTELLAZZO Manlio e ZOLLI Paolo, Dizionario etimologico della lingua italiana, Zanichelli, Bologna, 1979

CORTI Maria, Principi della comunicazione letteraria, Bompiani, Milano, 1976;

Percorsi dell’invenzione. Il linguaggio poetico e Dante, Einaudi, Torino, 1993

ECO Umberto, Trattato di semiotica generale, Einaudi, Torino, 1975

GORMAN James, Klingon: The Final Frontier, in Time, n.14, New York, Time Inc., 5 aprile 1993

JAKOBSON Roman  e WAUGH Linda, La forma fonica del linguaggio, Il Saggiatore, Milano, 1984

SCLAVI Tiziano, Il cervello di Killex, in Dylan Dog n.80, Milano, Sergio Bonelli Ed., maggio 1993

TODOROV Tzvetan, Teorie del simbolo, Garzanti, Milano, 1984

*Al riguardo segnaliamo Le lingue perfette nel secolo dell’Utopia, (Bari, Laterza, 1993) di Roberto Pellerey

 

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