Sopra il rigo. Sotto il rigo – (Il babau n. 6)

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Conversazione con Paolo Poli a cura di Cristina Castellari, Maurizio Puppo, Alessandra Varbella (1992)

“Chiunque può dare delle risposte, ma ci vuole un genio per fare delle domande”, scrisse Oscar Wilde. In questo caso, invece, vale l’esatto contrario; il compito dell’intervistatore è semmai quello di fare il minor danno possibile, cercando di non interferire nel monologo di Poli. Un eloquio torrenziale, e prodigiosamente sempre acuto, divertente, inaspettato. Scegliendo fior da fiore, c’è una frase che mi preme sottolineare: “... noi eravamo convinti che l’uomo è magico, l’uomo può fare tante robe”. Se qualche volta abbiamo sospettato che così non fosse, non resta che fare umilmente ammenda; Paolo Poli ha ragione, l’uomo può fare tante robe. (m.p.)  

Varbella: la Pina, la bambina che mangiava le ciliegie calorose, era nella trasmissione Babau ’70?

Poli:  sì, il titolo era proprio così, Babau ’70.

Puppo: ecco, a proposito di Babau ’70… Lei ha fatto molta televisione proprio fino a quegli anni, e poi più nulla. Come mai?

Poli: no, già negli anni ’70 non ho fatto più nulla, se non apparizioni sporadiche; non sono mai state comunque trasmissioni che io abbia firmato, non avendo io un mio onorevole, un mio partito. Io sono un isolato, sono artigianato, non sono industria.  A voi però piace più la scatoletta di Manzotin che non la mucca vera che cammina. Voi siete abituati a questo: ciò che viene mandato dalla capitale in polpette vale di più di quello che nasce a Recanati dietro la siepe.  Non ho più fatto televisione perché non la voglio fare. Quando vedete uno in teatro, è perché spesso è un avanzo dell’industria che non si sa più dove riciclare; questa è la politica dei teatri stabili, carrozzoni dello stato; devono fare la cultura “ufficiale” e, siccome le nuove generazioni mancano di apprendistato e di mordente,  una vecchia riciclata da un cinema di quart’ordine vale di più di una bambina che esce ora dalle scuole. Ora chi ha due gambe e due braccia diventa subito conduttrice; quando una viene scartata perché ha la mascella o il dente troppo acuti, lei va a fare la pornodiva, dove invece va benissimo; e poi magari ha il suo partito, e si presenta onorevole. Quando non basta più che lei si spogli e un’orda di negri la insegua vogliosa, hai bell’e capito che quella si presenterà onorevole prima o poi.  E’ il mestiere più sicuro.

Puppo: quindi in televisione giammai; invece nei teatri stabili sì.

Poli: no, nemmeno in quelli; io qui sono ospite, ma lo spettacolo non l’hanno prodotto loro. Non dovete confondere la cornice con quello che c’è dentro. A me danno quindici giorni come una volta si davano alle troie in casino; ogni quindicina cambiavano le maiale per dare un senso di novità.

Puppo: e del pubblico di questi teatri che giudizio dà?

Poli: sai, son passati trent’anni, il pubblico è cambiato così come son cambiato io.  Ora va Paoli_Poli_Babau6_3molto male il cinema e quindi va meglio il teatro. La popolazione è molto invecchiata; fortunatamente si fanno meno bambini, si va in pensione prima, i vecchi non sanno che fare e allora vanno agli spettacoli. Vai un momento a vedere qui fuori; la più giovane avrà 65 anni.. Ma va benissimo; queste vecchie, tanto disprezzate, a modo loro qualche libro l’hanno letto, magari Delly, Liala; non sarà stato l’Ulisse  di Joyce , ma qualche ricordo dell’Ulisse di Omero almeno lo hanno; i coturnati achei sanno chi sono. Il pubblico giovane… Sai, ci sono anche dei giovani zombie; quelli che vanno in televisione ad alzare il dito e sorridere, per quattro o quarantamila lire; sicché, sai, non mi fido. Dei giovani io vedo quelli che fanno qualche cosa; io sono cattolico, giudico dalle opere; sono più Marta che Maddalena, sembro troia ma invece sono Marta perché fo’ i conti in proprio e produco spettacoli di successo con delle cifre minime.

Castellari: e i testi dei suoi spettacoli come li sceglie?

Poli: ma per ripiego. Nel corso degli anni io mi sono ritagliato una fisionomia in mezzo ai nascenti teatri stabili e alle morenti compagnie capocomicali.  Una politica astuta e al contempo intelligente del teatro di Milano fu di assorbire le compagnie che si scioglievano, o dei buoni attori della RAI ormai giubilati perché la radio era diventata obsoleta nei confronti della nascente televisione; un’attrice come Laura Betti si trovava a fare la parte della cameriera; anche per la parte più piccola c’erano personaggi di rilievo, indimenticabili. Tutte le persone che hanno cominciato allora poi le ho ritrovate nella professione a livelli decorosissimi. Questo perché c’era un materiale umano su cui lavorare. Il regista magari diceva: facciamo l’inizio più divertente, tipo vaudeville, e il finale più triste, tragico, con una luce di schiaffo… e poi era l’attrice che se la vedeva con il pubblico. Ora invece ci vogliono anni di regia per fare un frammento…

Castellari: quindi il livello oggi è più basso?

Poli: no, le mie valutazioni sono antiche.

Castellari: anche noi però siamo sconcertati dalla pochezza. Al cinema non c’è niente, al teatro c’è poco.

Poli: ma c’è un allargamento dello spettacolo; dappertutto sui canali televisivi c’è una che si dimena; magari non ballerà davvero, perché adesso le macchine ti aiutano. Prima ci volevano quaranta ragazze in fila, adesso basta una macchina che moltiplica tutto per venti e sembra un balletto meraviglioso, invece è una sola che si dimena a vanvera.

Puppo: quindi viene richiesto meno mestiere?

Poli: eh sì; quelli della generazione a me precedente, come Sordi, Tognazzi, avevano fatto una lunghissima gavetta. Quando Fellini girò il film “I vitelloni”, seguiva la compagnia di Wanda Osiris in cui Sordi, prim’attore nel film, era un boy.  E così le scene sono state girate a Firenze, a Viterbo… E sembra Rimini; andava nei luoghi dove girare costava meno perché soldi non ce n’erano. Un genio.  Ne esce fuori un’immagine dell’Italia indimenticabile, fatta con  spezzoni e mozziconi.  Questo era segno di un grande artigianato, da parte di gente che aveva fatto tutti i mestieri. La bravura è anche quella di sopravvivere quando non c’è che il nulla; di saper fare figurare anche il poco che c’è. Un bravo nascente spagnolo, Almodovar, ha fatto dei film con la carta da parati o con la carta del cesso,  con attrici bravissime venute per due soldi, per amicizia; come si faceva anche noi.

Varbella:  e come ha iniziato?

Poli: come tutti. Ho iniziato proprio qui, a Genova. Ho capito la mia forza qui; il locale era brutto, malfamato perché era uno scantinato sotto la borsa. Allora, siccome lì giravano gli uomini d’affari, giravano anche belle signorine di facili costumi. Era il ’58, proprio l’anno di applicazione della legge Merlin. Capitava che una signorina scendesse giù, e allora un giovanotto cosa faceva? Scendeva anche lui. Diceva: “Oh, mi scusi, mi sono sbagliato, questo è il cesso delle dame!” “Ah sì!”, un piede nella porta, una sveltina sul divano… Quando noi si facevano su questa pedana degli atti unici, venivano quei tre debitori, quei tre ingegneri amici del regista, ma non veniva un pubblico vivo, che desse veramente l’incasso. Quindi si lavorava con i soldi del regista. era un teatro privato. Si dice dei genovesi che sono avari, no? Ecco, il mio primo amico di Genova, Emanuele Luzzati, che, essendo ebreo, è di una generosità veramente straordinaria… Sì, perché poi è tutta così, un controsenso, la vita… Dice: ma mamma ce n’è una sola! Dio mio, guardatevi dalle vostre mamme, perché a volte, quando la donna può fregarsene dell’opinione pubblica, strangola il bambino, e dà il veleno ai maggiori, per fare diventare re il più piccino come faceva Caterina de’ Medici con i suoi… Genialmente!

Puppo: è rimasto un po’ in sospeso il discorso della scelta dei testi…

Paoli_Poli_Babau6_2Poli: io ho dovuto ritagliarmi uno spazio attraverso cose che i teatri stabili non facevano, capisci? Per esempio spettacoli completamente di poesia, oppure spettacoli di autori d’avanguardia. Io, insieme a questi piccoli atti unici, per far la serata piena, ho cominciato a cantare le canzonette, e il pubblico veniva perché il “sottosuolo” promette piacere parigino… Irriverenza, scandalo, e poi anche fascino personale. Sai, io a trent’anni ero carino, ero magro, ossigenato, troia, capito? E gli davo a queste bacchettone di queste città di provincia che godono molto, perché qui conta la Cardinale Siri è morta da poco, vero (per fortuna). Insomma, voglio dire, c’era anche allora… Non moriva mai… Allora io ho capito che la confusione dei generi mi stava benissimo. Insieme a queste cose di avanguardia tipo Ionesco e cose del genere ci stavano bene anche le canzoni. Certo non facevo le canzoni di consumo, ma in quel momento l’Italia era stanca di “avvinta come l’edera” e di “vola colomba bianca vola“… Erano canzoni antiche, oppure roba francese o le prime canzoni popolari. E io cantavo le filastrocche toscane, prima che diventassero di moda. Tra i nostri spettatori c’erano anche Gino Paoli e Umberto Bindi. Poi, dopo due stagioni mi sono messo in proprio. E ho cominciato a girare facendo degli spettacoli compositi. E allora il dramma dei critici era: ma cos’è ‘sta roba qui? E’ varietà? E’ prosa? E’ tragedia? Non si sa!  Questo era un dramma anche con la società degli autori perché le tasse sul genere “rivista” erano carissime, troppo forti per la mia piccola borsa. Io facevo un genere che era succedaneo di quello di Franca Valeri con i suoi colleghi e di Dario Fo.  Già nel ’61 ho fatto Bologna, Milano, Roma. Ma io dopo due mesi avevo già finito, e allora vendevo i  cascami delle mie cose, quelle storielline che non piacevano né a Cristo né a Satana, alla televisione. Il mago Zurlì è stato uno dei miei primi amici. La moglie, musicista bravissima, è ancora quella che mi fa le musiche. Poi, nei momenti di debiti, facevo anche scene e costumi da me solo, mi arrangio…

Varbella: la musica è molto importante per lei?

Poli: certo, perché l’Italia non l’ha fatta solo Mazzini, che voi conoscete perché è vostro concittadino, ma anche Garibaldi e anche Giuseppe Verdi…

Varbella: lei è verdiano? Si definisce verdiano?

Poli: nooo… Chi si definisce? Io non mi definisco per niente, voi siete di un’epoca che, poverini, vi tocca definirvi, ma noi si sapeva che l’uomo è magico, l’uomo può fare tante robe…  Noi eravamo fragili, ma pieni di forza. Perché noi eravamo ancora individuali. Voi vi dovete tenere in “branchi”, perché avete paura. I vostri film raccontano tutti dell’America dove c’è tutto uno sfascio continuo. Invece noi si era principessine, capisci; noi siamo le ultime austroungariche.

Puppo: è un’idea catastrofica delle ultime generazioni… Su questa rivista abbiamo fatto un’intervista a Sanguineti il quale ha detto più o meno cose dello stesso tenore…

Poli: certo, gli ultimi che hanno un po’ di senso d’amore sono i froci e i preti. Gli ultimi che leggono un po’ di latino… Io l’ho chiesto a lui, a Sanguineti: ma chi lo sa il latino oggi? Un po’ i preti, ma sbagliato, sanno Tertulliano, non le Ciceronia… Sono andato da Sanguineti quando lui insegnava a Salerno, per farmi tradurre il teatro universitario del medioevo. Sicché è venuto a trovarmi la sera della prima, è stato affettuosissimo…Perché l’altra volta lui fu severissimo con me, disse “una vera vergogna”, finiva l’articolo. “Un misto fra Wanda Osiris e Macario”. Erano quelli della rivista dei tempi suoi, e mi ha fatto un grande complimento. Perché Wanda Osiris era un mostro, senza voce, senza talento, ma aveva una grande autorità. Macario, invece, aveva le graziette e le finezze del dandy, del francese; aveva i cascami del futurismo, “imputato alzatevi! Non posso. Come, non potete? Sono già in piedi “. Erano cose ovvie, perché erano i tempi del fascio e non si poteva dire nulla, le canzoni dicevano “ho un sassolino nella scarpa /ahi! / che mi fa tanto tanto male/ahi!…

Puppo: Sanguineti però non intendeva farle un complimento…

Poi: per Sanguineti era un paragone dispregiativo, perché lui, essendo universitario, conosce ancora lo scandalo fra il coturno e la ciabatta (è il titolo dell’ultimo spettacolo di Poli  N.d.R.). Io invece, essendo venuto dal marciapiede, ritengo molto di più mie colleghe quelle pornodive che, poverine, lavorano in proprio, perché lì non si può… non si può truccare. Quando io giro la provincia, a volte l’unico cinematografo aperto è quello, e allora vado a vedere. Mi piace vedere il pubblico, quando si accende la luce tutti a a nascondersi, tutti con il giornale.

Puppo: quindi, mi pare di capire, lei simpatizza con la pornografia?

Poli: ma no, chi se ne frega… No, preferisco l’Ulisse di Joyce, semmai; però anche lì c’è il capitolo di Nausicaa che è proprio fatto a dileggio della letteratura rosa per signorine.  Appena ho potuto cominciare a leggere, ho letto i libri di De Cobra, i libri proibiti…

Puppo: scadiamo un poco nel pettegolezzo, se è possibile.

Poli: certo, certo!

Puppo: io ho visto in questa stagione due attori che si richiamano al suo genere Uno è Arturo Brachetti, l’altro è Ennio Marchetto. Lei che ne pensa? Poli: mah… credo che il minimo comune multiplo sia la pederastia… per il resto credo che i ragazzi abbiano meno letteratura alle spalle di me. Io ho molti più anni e molte più letture.

Puppo: ma lei li vede come suoi eredi?

Poli:  ma no! Io sono come Michelangelo, che diceva: i miei figli sono le mie statue. Dio liberi! Il figlio di Buffalo Bill deve aprire un negozio di ricami e fare la ricamatrice. Io sono figlio di militare, si vede infatti… Ho quel piglio… Comunque di Arturo ho molta stima. Lui viene dal cabaret francese, le trasformazioni rapide; però ha bisogno di quello che gli mette su la compagnia, del regista, di chi gli dia un testo. I suoi pezzetti sono la cosa migliore dei suoi spettacoli, perché la commedia non esiste.  Gli ho fatto pure una risciacquata quest’inverno: scrolla il dolce giogo, rischia la tua vita. Invece lui preferisce la polpetta sicura e ci sono persone che mangiano su di lui. Del resto anch’io mi sono lasciato derubare tante volte, però artisticamente almeno ho sempre firmato con la mia sigla. Marchetto invece non l’ho mai visto, mi hanno raccontato cosa fa, credo che vada benissimo all’estero per le società di cultura.

Puppo: a proposito di coturni e ciabatte; l’accostamento cioè tra cultura “alta” e cultura popolare nasce dal suo gusto o dal desiderio di scandalizzare?

Paoli_Poli_Babau6_1Poli: no, no, perché è cosi che si deve fare.  Gli artisti devono stare sopra il rigo o sotto il rigo; il resto del rigo serve per le signore che vanno a far la spesa. Con le stesse parole, un artista, o per lo meno un artigiano, deve scomporre la realtà e riformarla in un altro modo. Ti parlo come a persona intelligente, credendo, sempre sperando nel meglio; perché all’imbecille, a quella del giornale invece bisogna dire: beh, se è per un verso, però per l’altro… Perché temi che poi sul giornale molto letto venga fuori il pettegolezzo di cui loro sono molto golose perché ormai non c’è altro.  Da Elsa Maxwell in poi nulla è più accaduto e non sanno che dopo Papa Giovanni si porta la bontà.

Puppo: quindi niente volontà di scandalo, di sorpresa…

Poli: ma certamente no! E’ sempre una convenzione, capito? Il teatro è convenzione… Sanno benissimo che io non sono una donna, sanno benissimo che io non sono un uomo… Ed è uguale a quando metto le trecce e fo la bambina piccina. Quando ero giovane facevo parti da vecchio; nel ’64 ho fatto Giordano Bruno… E la storia di un vecchio a cui non veniva duro l’uccello che viceversa a quei tempi funzionava benissimo.  E nei momenti dei debiti non dico di aver fatto le marchette ma insomma, mi sono aiutato con la bellezza dello scoscio laterale che aveva molti ammiratori oltre che ammiratrici. Perché quando le giornaliste imbecilli non vogliono mettere “frocio” mettono enfant terrible  o  epater les bourgeois . Lo dicevano anche del povero Luchino Visconti; i giornali fascisti dicevano lui chino … E anche su di me, del resto, i giornali come “Il Borghese”  l’avevano bell’e capita. Mah, sai, ormai sono agli ultimi colpi. Continuo a vendere queste robe, cambio il titolo ma, insomma… certamente vado più volentieri sui morti; non danno fastidio come i vivi. I vivi hanno delle opinioni personali che magari non sono le mie.

Castellari: Lei per esempio non usa, o non le propongono, testi di autori , tra virgolette, moderni…

Poli: Ma dove sono? Fammeli vedere!

Castellari: Anche noi siamo di questa opinione… Il livello è basso.

Poli: Mia sorella proprio in questi giorni sta rappresentando uno spettacolo che lei ha tratto dagli scritti di Stefano Benni, con la scuola come denominatore comune. Però questo vizio d’origine di una roba non scritta per il teatro o un antiteatro per eccellenza rimane sia nel mio lavoro che nel suo. Le mie sono conferenze che faccio al pubblico, facendogliele ingollare con sussurri e grida, il più velocemente possibile perché si chiuda e via si vada. Quando faccio dei quadri musicali, la gente queste canzoni non è che ce l’abbia nell’orecchio, non sanno un cavolo.  Io prendo quei due o tre motivi che hanno fatto un’epoca e poi ci infilo insieme delle brutte canzoni d’epoca in cui le parole svelano l’immaginario collettivo.  Dice: ah, se il grano potesse parlare… Perché in epoca fascista si parlava sempre del grano, si diceva la battaglia del grano, i nostri libri di lettura avevano a pagina 5 il pane, a pagina 10 il grano, a pagina 20 l’aratro. Ama il pane, stima il pane. C’è un pezzo di Mussolini sul pane: non si poteva lasciarne neanche un briciolino, perché sennò si andava dopo morti col ditino a cercare le briciole sparse. Si mangiava tanto pane perché altro non c’era; l’italiano è sobrio: un solo pasto, mentre gli inglesi sono il popolo dei cinque pasti. Sicché anche con le canzonette…, vedi, io metto insieme queste cose… Con le canzoni del dubbio ho fatto un quadro pirandelliano, e la gente dice ma che so’ questi con le maschere, queste uova, che vuol dire?  L’uovo è metafisico, non si sa cosa c’è dentro, un pulcino, chissà? Ho fatto poi un quadro di elogio della campagna, perché c’era la fuga dalla campagna, Mussolini temeva che si spopolasse la campagna e allora queste canzoni dicevano oh come si sta bene in campagna, non è vero nulla, si stava molto meglio in città.

Puppo: Lei è affascinato dal periodo del fascio perché è il periodo della sua infanzia o per altri motivi?

Poli: No, io sono nato nel ’29 sicché Pirandello l’ho conosciuto da vecchio, quando io cominciavo a capire qualcosa moriva D’Annunzio, moriva Guglielmo Marconi… Sicché conosco questo periodo per letteratura. Più bella ancora la belle epoque, un’epoca ancora più viva perché c’erano i futuristi: noi siamo i primi perché si va in aeroplano! – dice – no… Siamo gli ultimi… Hai visto, è crollato il campanile di Venezia. E D’Annunzio era nello stesso tempo decadente e futurista; l’ultimo che vive il personaggio novecentesco di un letterato che è anche uomo d’azione, come è stato per Pasolini, che giocava al pallone, che andava in automobile; non come Leopardi con la gobba o Alessandro Manzoni che tartagliava. Manzoni non ha mai potuto apparire in pubblico; tartagliava, però scriveva bene. Pasolini scriveva bene e parlava bene, andava dalle femministe, andava ai raduni di questo o  quell’altro, di notte in giro con i ragazzini… Tanto che ci ha rimesso anche le penne… una morte così emblematica che ce lo fa apparentare al Caravaggio. No, non c’entra per niente, ma le finocchie sono imbecilli. C’è dentro di noi una sartina che vorrebbe essere rapita sul cavallo bianco come Biancaneve. Un finale che pareva idiota anche al mio nipotino; dice: Paolo, finisce male, dovrebbe rimanere con i nani. Giusto, si stava proprio bene con i nani. Non vedo perché andare col principe! Anche perché il finale rovina la novella, perché la novella ai bambini adesso piace quando continua all’infinito, come Topolino che è eternamente fidanzato con Minnie, ma non si sposa mai. O come il cane Snoopy che al termine di ogni avventura si rimette sul suo lettino, sulla sua cuccia. Con il quale cane, io vi saluto…

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Foto di Cristina Castellari per Il babau n. 6 (1992)

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