Piccoli Fuochi nelle Tenebre – di Subhaga Gaetano Failla (Il babau n.11)

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Il flauto di canna

Dhikr, il vecchio maestro sufi, era in cerca d’una canna di bambù. Voleva costruire un flauto da donare al suo discepolo Yasami. Bisognava scegliere il bambù con molta cura, fra tanti.

Si addentrò in un canneto, oltre il fiume dorato, al calar del sole. Vide un sottile e giovane bambù e si sedette al suo fianco. Nella sera ondeggiò lievemente con esso, mossi entrambi dalla brezza. Il corpo del vecchio sufi suonava, ed anche il giovane bambù suonava. Di notte, caduto il venticello, rimasero entrambi in silenzio. Infine il bambù disse: ”No”. Dhikr si sollevò, con le mani incrociate sul cuore si inchinò alla pianta, e continuò altrove la ricerca.

Si sorprese nuovamente dell’alba e vide, oltre gli alberi, un piccolo canneto. Vide un giovane e sottile bambù colpito dal primo sole. Si sedette al suo fianco e divenne, come la pianta, vuoto. E accadde ancora. Infine la pianta disse: “No”. Il vecchio sufi, con le mani sul cuore, si inchinò e andò oltre. Bevve e mangiò, camminò a lungo e sentì la stanchezza, dormì.

Il richiamo fu forte, come una musica crescente e andò danzando e correndo verso il giovane bambù. Portò le mani al cuore, si inchinò alla pianta, stette ad occhi chiusi in piedi di fronte ad essa. Il bambù cantò una melodia: “Sì sì sì”.

Il vecchio maestro sufi con un colpo netto di falcetto lo tagliò.

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What’s the time?

Era l’alba. La luce inondava la mia stanza. Dormivo sul materasso di crine, a terra; il mio sonno divenne più leggero.

Pensai: “Chissà che ore sono?”

E nel sogno vidi un uomo che mi indicava il suo orologio da polso. Osservai con attenzione le lancette sfumanti: le sei e dieci.

Volli poi aprire gli occhi, e guardare il mio orologio. Le sette meno un quarto.

“Un sogno è solo un sogno” pensai, riaddormentandomi.

E rividi, più indistinto, l’uomo del sogno lungo una strada.

Lo raggiunsi, e quasi con dispetto, gli dissi:

“Il tuo orologio va indietro!”

“E’ il tuo che va avanti” mi rispose.

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Come passa il tempo

Due vecchi amici sono al tavolo, di sera. Uno mangia pane nero e miele, l’altro una melagrana.

Il primo chiede: “Che ore sono?”

“Le 10 e 20” – risponde l’altro.

“Come passa il tempo!”

“Come passa?”

“Saltando su un piede e poi sull’altro e poi su entrambi contemporaneamente come, mi pare, in quel gioco di bambini. Passa velocemente.”

“Da dove?”

“L’ho visto attraverso le fessure della persiana. Era appena un’ombra.”

“E dove andava?”

“Si tuffava in un nero vortice e lì spariva. Che ore sono, dicevi?”

“Le 10 e 21.”

“Mi passi il miele?”

“Sì.”

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Un altro sogno di Tagore

Sul far della sera vide l’oasi. Ed udì il fruscio sognante di piante ed il dolce gorgogliare d’acque.

Non ricordava più da quanti giorni si era smarrito nel deserto; dopo il primo giorno di sfibrante panico, i suoi sogni si confusero con la realtà, e fu la vertigine.

Mille volte nel sogno madido di sudore aveva avvicinato la mano al ruscello, e sfiorato trepidante coi piedi la spuma del mare.

Adesso l’oasi era a pochi passi dal suo corpo piagato dal sole.

La vita.

Terrorizzato fin nella sua ultima cellula, volle quasi scomparire nella sabbia o liquefarsi al sole.

Poi, con la forza della tigre mortalmente ferita, balzò via e fuggì, lontano, molto lontano dall’oasi.

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La dolce morte del fiume

Nella tempesta, il fiume rapido oscuro tumultuoso aveva conosciuto il lampo livido del fulmine e lo scrosciare violento delle piogge.

Aveva attraversato arcane foreste e verdeggianti tenui prati.

Si era inabissato con bagliori argentei in vertiginosi dirupi, ed aveva carezzato placido gole di tenebra.

Per il fiume adesso si avvicinava la morte, oh sì, la dolce morte del fiume.

Il mare, come un accogliente ventre universale, lo attendeva paziente ed il fiume, scivolando per sabbie lunari, andava incontro al suo dissolvimento.

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