La fatica inutile del giovane Poorless – di Stefano Rivara (Il babau 2004)

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I

Una mattina il giovane Poorless si svegliò prestissimo ed andò subito a raccogliere una gran quantità di sassi rossi. Li portò tutti su un vasto terreno incolto e li dispose velocemente in successione, in linea retta.

Poi prese tanti sassi bianchi e li sistemò a serpentina, formando una fila che intersecava la linea rossa.

Quindi raccolse, con fatica, dei macigni grigi; con questi disegnò una riga parallela alla linea dei sassi rossi, senza intersecare la serpentina dei sassi bianchi.

Dopo di ciò, continuando a lavorare alacremente per giorni e giorni, prese moltissimi sassolini neri e li dispose in modo da formare centinaia di linee intercorrenti tra la riga dei macigni e quella dei sassi rossi, perpendicolare ad entrambe.

Successivamente recuperò anche delle pietre dotate di riflessi verdastri e le adoperò in maniera da occupare gli spazi tra la serpentina bianca e la riga rossa, riempiendo alternativamente uno spazio nella parte interna tra riga rossa e macigni grigi e uno nella parte esterna.

Ed ancora, si recò al fiume, a cercare pezzi di vetro levigati dalla corrente; quando ne raccolse abbastanza li portò sul terreno e li ordinò in modo da formare dei triangoli equilateri all’esterno della riga dei macigni, con un lato costituito da quest’ultima e gli altri due dai pezzi di vetro.

Di seguito pigliò dell’argilla, cui aggiunse un po’ di cenere. Versando dell’acqua, ottenne un impasto con cui riempì uno ogni tre dei triangoli.

Subito dopo cercò e trovò del carbone, lo ridusse in polvere, con cui riempì metà dei triangoli rimasti liberi.

In ognuno dei triangoli ancora vuoti, costituì un cerchio interno centrale, composto di sassolini di colore alternativamente bianco e marrone chiaro.

Non ancora soddisfatto, pose al centro d’ogni spazio compreso tra due righe di sassolini neri un bastone di legno, piantato al suolo in posizione verticale.

Infine rimase seduto, esausto, per molte ore, ai bordi del gran campo, ma senza guardare più di tanto la sua opera.

Un vecchio contadino saggio, avendo osservato tutto ciò, sentenziò: “è stata una fatica inutile”.

 

II

Circa mezzo secolo più avanti, il giovane Poorless era ovviamente diventato vecchio. La sua stravagante opera era scomparsa già da lungo tempo: su quel terreno, ripulito ed arato, s’erano succedute coltivazioni diverse; infine era stato piantato un frutteto, con meli e peri.

Tuttavia, ancora qualcuno ricordava. Ogni tanto, un coetaneo, incontrando Poorless, gli rammentava quello strano episodio. Lui si schermiva e continuava ad attribuirgli scarsa importanza, come ad un’estemporaneità di gioventù. Ma in cuor suo era contento che qualcosa, cioè il ricordo, sopravvivesse della sua opera, che oltretutto gli era costata un bel po’ di fatica; e che, a suo tempo, aveva suscitato non pochi dubbi e perplessità.

Un giorno persino il giovane sindaco, in un discorso ufficiale, parlando degli uomini importanti del paese citò anche l’anziano Poorless, accennando vagamente ad un’opera artistica innovativa creata sulla nuda terra. In realtà non sapeva bene neanche lui di cosa si trattava, ma aveva orecchiato casualmente qualche discorso di alcuni anziani.

 

III

Passarono altri vent’anni. Il vecchissimo Poorless era ormai morente.

Il giovane Fearless, che aveva ascoltato dai nonni un racconto abbastanza dettagliato dell’operazione del giovane Poorless, cercò un campo disponibile. Trovatolo, vi trasportò una gran quantità di sassi rossicci, disponendoli in successione, in linea retta. Poi portò dei sassi bianchi (dopo aver penato non poco per trovarne abbastanza) e li sistemò in fila, formando una curva sinusoidale che intersecava, in maniera simmetrica, la fila rossa.

Quindi, con l’aiuto di un ragazzino d’animo generoso, raccolse pesanti macigni grigi; con questi disegnò una riga parallela alla linea dei sassi rossi e tangente alle curve più esterne della serie di sassi bianchi.

Dopo ricerche di diversi giorni, recuperò delle pietre dotate di riflessi approssimativamente verdastri e le adoperò in modo da occupare gli spazi compresi tra curve bianche riga rossa.

In seguito, aiutato da tre bambini che avevano seguito una parte del suo lavoro, accumulò una notevole quantità di sassolini scuri; indi li dispose in modo da tracciare centinaia di linee intercorrenti tra la fila di macigni grigi e quella di sassi rossi, perpendicolari ad entrambe le file.

Successivamente raccolse quanti più oggetti di vetro riuscì a trovare: bottiglie, cocci, vecchie biglie, residui di bigiotteria, posacenere. Con questi pezzi costruì dei triangoli, grossomodo isosceli, all’esterno della riga di macigni, con la base adiacente a questi ultimi. Ancora, con i suoi risparmi, acquistò in un cantiere calce e cemento; li mescolò con la sabbia più fine del fiume e con segatura di legname vario; ne fece un impasto con l’acqua, con il quale ricoprì la metà degli spazi (escluse le parti interne alla curva sinusoidale) formati dalle linee di sassolini scuri e le due file di sassi e macigni a loro perpendicolari, con alternanza di uno spazio pieno ed uno vuoto.

Così terminò; e fu molto più esausto di quanto avesse immaginato in precedenza.

Il vecchio Poorless, in uno degli ultimi momenti di lucidità, fu informato di questa nuova stravaganza. Non disse nulla, ma sembrò lieto che un giovane si fosse ispirato a lui. Non aveva mai avuto figli; gli sembrava che così sarebbe rimasto qualcosa di lui. E che forse non era stata una fatica inutile.

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