L’Angelo Sterminatore – di Alfredo Alvi

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Ad Angelo piaceva uccidere.

Egli amava ammazzare qualsiasi essere vivente che non fosse più piccolo di una formica e più grande di un coleottero.

Non è che gli altri animali lo lasciassero indifferente  cosa avrebbe dato per mettere un po’ di veleno nella ciotola di uno di quei cani che ogni tanto gli abbaiavano d’improvviso da dietro i cancelli, facendogli prendere uno spavento del diavolo!  ma per adesso aveva abbastanza lavoro per non dover rivolgere le proprie attenzioni ad esseri di taglia maggiore.

Quella sua onesta passione omicida nacque quando, in un caldo giorno d’estate  dovevano essere i primi di luglio dell’anno precedente  assistette per la prima volta all’uccisione di una gallina.

Ricordava bene come fu ammazzata; la mamma non le diede proprio un colpo secco, le strizzò invece il collo con vigore, come si fa con i panni per impedire loro di sgocciolare, dopo di ché l’appese ad un gancio, legandole le zampe con una cordicella non prima di averle praticato un foro nella gola per far scolare meglio il sangue.

La gallina continuò a sbattere per un po’, con contrazioni nervose del collo, finché, dopo un sussulto più violento degli altri, i movimenti cessarono del tutto. Il sangue colò a lungo, finendo sul becco e sugli occhi ormai chiusi e gocciolando sulla ghiaia del cortile.

Angelo rimase a guardare l’animale per tutto quel tempo, affascinato dallo spettacolo dell’agonia.

Da quel giorno egli non si perdette neppure un’esecuzione, destando tra l’altro una certa perplessa curiosità in sua madre, non priva di una vena di ansia. Del resto il figlio a scuola studiava, era obbediente e andava a messa tutte le domeniche, perché allora  pensava quella santa donna  non dargli un contentino? E così un giorno la mamma permise ad Angelo perfino di aiutarla.

Fu l’unica volta però.

Non era il caso di passare già ad animali così grossi, si giustificò saggiamente in seguito il ragazzino. Tutto andava fatto per gradi.

L’uccisione dei conigli  che avveniva più ? meno due volte al mese  appariva ad Angelo ancora più spettacolare.

L’animale veniva afferrato ed appeso per le zampe posteriori ad uno dei pioli della scala che portava al granaio, quindi, mentre si dimenava nel tentativo di liberarsi, gli si dava un colpo secco e potente sul collo. (l’incaricato era di solito il papà ? il nonno). Qualche volta però un colpo non bastava e allora ce ne voleva un secondo ? addirittura un terzo.

Tali fatti impressionarono così tanto Angelo che dopo un po’ decise, per così dire, di” mettersi in proprio”.

La sua prima vittima, lo ricordava ancora con la deliziosa nostalgia di chi ripensa al primo amore, fu un enorme ragno, il quale si era messo in testa di camminare sul letto nel quale il ragazzino stava riposando tranquillamente.

Quelle bestiacce lui non aveva mai potuto sopportarle.

Angelo quel giorno prese allora il malcapitato con un bastoncino e lo posò sul mobile specchiera della stanza. Stette un po’ a guardarlo, sghignazzando sull’evidente stato di confusione dell’animale, dopo di ché gli assestò una bella botta, tanto per fargli capire chi era il padrone da quelle parti. Nel colpirlo usò una di quelle riviste missionarie che abbondavano in quella stanza  sua madre era una fervente cattolica  e che per peso e larghezza si prestavano più facilmente alla necessità.

Poi si appoggiò con le braccia sul mobile per meglio osservare il risultato, posando il mento tra i pollici delle mani intrecciate.

Una parte del torso del ragno era già semispiaccicata, insieme ad un paio di zampe, ma la bestiaccia coltivava ancora delle illusioni, tanto che con le zampe restanti cercava freneticamente di allontanarsi.

Angelo indugiò a lungo, fissando l’animaletto che si trascinava pateticamente in direzione della specchiera.

“Ehi, dove credi di andare…”  sussurrò  “non sai che alla giustizia divina non si sfugge?  e così dicendo inflisse una seconda e definitiva botta al ragno.

Quella uccisione così esemplare segnò l’inizio di una strage senza fine.

Da quel giorno, ragni, formiche, vespe, mantidi, mosche, vermi ed altre specie che si trovassero nel raggio di qualche chilometro attorno alla casa, ebbero in lui il nemico più spietato. La sua immaginazione con il tempo si sbizzarrì in torture ogni volta più feroci, in agonie sempre più fantasiose, esattamente come un cuoco di alto rango si sforza di creare ricette sempre nuove.

Per Angelo qualsiasi mezzo divenne buono pur di infliggere sofferenze e morte.

Subito si limitò a usare riviste di varie dimensioni e libri (l’edizione della Bibbia che possedeva si era dimostrata molto utile, soprattutto per certi grossi mosconi rossi davvero duri a morire). Poi, in un inesauribile crescendo, finì anche per utilizzare chiodi, spilli, vetri, pietre, zolfo, acqua, detersivi e soprattutto, il fuoco. Per mezzo di questo elemento, ogni complicazione si risolveva e si dissolveva in un primordiale atto di semplificazione distruttiva.

Che felicità, che gioia afferravano Angelo nel vedere quei minuscoli esseri sconvolti da sofferenze inenarrabili, preda di un orrore di cui non avrebbero mai potuto farsi una ragione, neppure se fossero vissuti mille anni!

E questa felicità raggiungeva l’acme nell’incendio di un nido di formiche.

Era proprio nell’arbitrario intervento all’interno di un cosmo separato, perpetrato nei confronti di un mondo ignaro costituito da vite e destini propri, che la sua sete di sterminio si esaltava, trovando un appagamento almeno temporaneo.

In quelle occasioni fissava estasiato le formiche correre impazzite di qua e di là, mentre molte delle loro compagne si accartocciavano su se stesse a causa delle fiamme, ed altre rimanevano immobili, quasi conoscessero l’equivalente animale di quel tipo di terrore umano che annichilisce sino alla paralisi.

Tutto ciò lo faceva sentire un dio della vita e della morte, presso i cui altari ogni pietà era bandita.

A tutte queste cose pensava Angelo, quando sì accorse di essere ormai giunto presso il suo terreno di caccia preferito.

Il luogo era costituito da una grande costruzione diroccata che sembrava dovesse precipitare da un momento all’altro. Il rudere si trovava lontano da ogni via battuta, in mezzo ad una distesa di campi ormai invasi dai rovi e dalle piante selvatiche. Proprio per la scarsa attrattiva di quel luogo Angelo era sicuro ogni volta di non essere disturbato da nessuno. Del resto alla costruzione si arrivava solo attraverso un sentiero che aveva tracciato egli stesso, e che se non conosciuto, era ben diffìcile trovare tra quella distesa di vegetazione selvaggia

Appena il ragazzino arrivò presso il rudere tirò fuori dallo zainetto la bottiglia di alcol e i fiammiferi.

Trovò subito il nido che cercava.

Guardò le bestiole sotto di lui e ridacchiò. Il battito del cuore cominciò ad accelerare e una fitta strana gli contrasse il ventre. Sparse l’alcool dappertutto, fino all’entrata del formicaio.

Quella volta desiderava fare un lavoro perfetto.

Attese qualche istante, poi pregustando ciò che di lì a poco sarebbe accaduto, accese il fiammifero e lo gettò a terra.

La lingua di fuoco attraversò in un lampo la schiera delle formiche, provocando il consueto, terrorizzato scompiglio tra gli insetti, come fossero uomini sotto l’effetto di un selvaggio bombardamento a tappeto.

Angelo rimase a fissare per un tempo interminabile quegli esserini che si contorcevano tra i fremiti della morte; si inginocchiò, il viso quasi a terra, spiandone avidamente gli spasimi estremi, e quasi immaginava di udirne perfino le grida…

Poi, a poco a poco, l’agitazione e il terrore si spensero, per lasciare posto ad una lugubre tranquillità. Le poche formiche sopravvissute, come i resti di un esercito sconfitto, si aggiravano piano tra i corpi consunti e carbonizzati delle loro compagne, incapaci perfino di immaginare la causa di tale improvvisa e smisurata rovina. A questa vista Angelo si alzò e sorrise; una volta di più si sentì il signore della vita e della morte, l’arbitro incontrastato di quegli innumerevoli, minuscoli destini…

Verso il tardo pomeriggio il ragazzino decise di ritornare a casa. Attraversò di nuovo quei campi incolti, passando per il sentiero da lui tracciato.

Poi superò l’ultimo tratto di percorso che fiancheggiava una ripida scarpata.

E qui accadde l’imprevedibile.

Forse fu il sole, forse la distrazione, ma d’un tratto Angelo inciampò e precipitò.

Quando giunse in fondo al dirupo avvertì un dolore acutissimo al fianco. Qualcosa, forse una pietra acuminata,  gli aveva squarciato le carni, facendolo sanguinare copiosamente.

Disteso su un blocco di roccia, Angelo capì che quel giorno sarebbe morto.

Nessuno sapeva dove si trovava e comunque non lo avrebbero mai raggiunto in tempo per salvargli la vita.

Mentre sentiva venir meno le forze, Angelo si accorse che una formica si era arrampicata fino alla sua mano, passando lungo il braccio.

Sollevò allora il palmo al viso e guardò l’insetto; ora la formica aveva raggiunto il pollice.

Allora il ragazzino con un ultimo sforzo unì tra loro le prime due dita e sorridendo schiacciò l’imenottero.

Poi il braccio ricadde a terra per l’ultima volta.

Ed Angelo morì.

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tratto da L’Enigma del Congedo

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